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Spending review, Renzi proprio non ce la fa

Anche l'ultimo, ennesimo commissario, Roberto Perotti, lascia l'incarico. E ancora una volta ha vinto lui, il Pachiderma. Il Carrozzone

Una progressione impressionante. 2012-2013-2014-2015. Un anno dopo l’altro, dall’albero del governo cascano i commissari alla spending review, dimissionari o svaporati dopo essere stati presentati (e dati in pasto alla stampa e alla pubblica opinione) come i deus ex machina del taglio delle spese.

O, meglio, degli sprechi, perché nessun presidente del Consiglio ha mai detto di voler tagliare le spese essenziali. Una dopo l’altra, quindi, si spaccano a terra le “teste d’uovo” della revisione di spesa (per dirla in italiano, che non è propriamente la lingua dei parsimoniosi). Nel 2012 Piero Giarda, che era considerato “l’uomo dei conti”, l’unico in grado di sforbiciare il viale del tramonto dei privilegi e delle prebende. Ma che silenziosamente, forse anche più dei successori, si mette da parte. Non per incapacità sua, ma per mancanza di volontà della politica di metter mano a quella cesoia.

Nel 2013 Enrico Bondi, che a differenza di Giarda aveva un’immagine di autentico sforbiciatore, anche nel privato. Un uomo duro, determinato e infallibile. Ma niente. Neanche lui porta a termine il lavoro.

Gli subentra, portato in palmo di mano dal governo direttamente dal Fondo monetario internazionale, Carlo Cottarelli. A lui, con Enrico Letta, l’onere e l’onore di realizzare la riforma delle riforme.

Saranno tagliati gli sprechi, dunque, finalmente? Grandi aspettative, grandi promesse. Ottimismo, fiducia, persino un pizzico di furore rivoluzionario. E tanta propaganda. Ma l’elefante partorisce un topolino. Anzi, niente. La vulgata vuole che ogni volta i piani siano pronti a essere scodellati e messi in pratica. Pronti a alleggerire il bilancio dello Stato e consentire il taglio delle tasse.

Perché la revisione della spesa va di pari passo con quella del fisco: tagli ciò che è in più, il grasso superfluo del baraccone di Stato in tutte le sue ben oliate e consolidate ramificazioni di voracità, immensa pianta carnivora che drena le risorse dai privati al pubblico; e quel che tagli ti consente di aver più risorse per ridare ossigeno all’economia reale. A parole sembra facile. I numeri ci sarebbero. E i premier, uno dopo l’altro, ci credono. O così pare.

Peccato che nel 2014 anche Cottarelli cada (dal pero). Le promesse finiscono in un libro che racconta la telenovela dei tagli mancati, di quello che si sarebbe potuto fare. Volendo.

È il 2015. Due, stavolta, i taglia-spese, a riprova di una volontà (a parole). Matteo Renzi sostiene i suoi personali “commissari”: il fiore all’occhiello Roberto Perotti, con un curriculum accademico lungo così e largo cotanto. E Yoram Gutgeld, il fido Yoram Gutgeld. Nel frattempo, tutti i capitoli di taglio della spesa sono stati citati e sviscerati, dalla razionalizzazione delle spese sanitarie all’intervento sulle detrazioni (ma solo per certe categorie privilegiate), dallo spegnimento dei lampioni nelle strade alla decurtazione dei vitalizi.

Le proteste più eclatanti, non per i numeri della partecipazione ma per la qualità delle teste protestanti, le inscenano i dirigenti del Tesoro (che la spending review dovrebbero scriverla) e i consiglieri parlamentari che dovrebbero approvarla. Stato contro Stato. La tigre dell’alta burocrazia contro la tigre della politica. Matteo Renzi, perfino lui (ovviamente lui?), si arrende e ammette che sulla spending review avrebbe voluto far di più (ma non lo fa), ben sapendo che anche Perotti a questo punto si dimetterà. Resta, unico sopravvissuto, Gutgeld. Ma che ci sia o no, forse non conta. O non sconta.

Morale della favola: ha vinto il Pachiderma. Il Carrozzone.  

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