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Sgarbi: "Non sono un trasformista. Sono indipendente, da tutto"

Vittorio Sgabri si difende così sulle pagine di Panorama dagli attacchi di Mario Giordano

Siamo nel 1990 trent’anni fa. Prova a immaginare un uomo che odiava la politica, cui viene chiesto, con insistenza, di candidarsi da due partiti, garantendogli l’indipendenza: il Partito socialista e il Partito comunista. Nelle belle e remote Marche, a San Severino e a Pesaro. Prima rifiuto, poi accetto entrambe le proposte. Pensa che non c’era ancora l’elezione diretta del sindaco. Quindi era tecnicamente impossibile candidarsi. Il sindaco designato a Pesaro era un tale Amati. Aldo Amati. Che sarebbe stato nominato dal Consiglio comunale, dopo le elezioni. A me era riservata, portando voti con la improvvisa popolarità, la poltrona di assessore alla Cultura con competenza sul Rof, il Festival rossiniano. Io odiavo i partiti, già prima di Tangentopoli, e mi sembrava divertente portarli in giro con i paradossi. Giuliano Zincone scrisse, con ammirazione e ironia, che avevo realizzato l’unità della sinistra, mettendo insieme socialisti e comunisti. Era un altro mondo. Io mi divertii, e D’Alema serissimo disse ai suoi che io ero estraneo al loro mondo. Così Renato Nicolini, l’assessore dell’Effimero.

I pesaresi difesero l’indipendenza della loro scelta e ribadirono l’offerta. A quel punto (tecnicamente due candidature contemporanee sono possibili, e si sceglie dopo l’elezione), per non accentuare i conflitti tra partito centrale e periferia rinunciai a Pesaro e accettai San Severino. Fui eletto (effetto Sgarbi), raddoppiando i voti della lista. Per la prima volta, per mandarmi all’opposizione, nelle Marche i Dc (la metà esatta dei consiglieri) si allearono con i comunisti. Dopo due anni il segretario della Dc, massone, mi chiese di fare il vicesindaco per scaricare i comunisti. Io, nel frattempo, ero stato chiamato da Renato Altissimo, segretario del Partito liberale, per candidarmi in Parlamento per le elezioni politiche del 1992 (le ultime democratiche, con i partiti veri) con il Pli, sempre da indipendente, in tre regioni: Sicilia, Sardegna e Umbria.

Non me lo chiese il Psi di Bettino Craxi, che poi fui l’unico a difendere quando scoppiò l’inchiesta di Milano, perché avevo variamente insultato il loro sottosegretario Luigi Covatta ai Beni culturali chiamandolo «faccia di prosciutto» (querela). Eletto in Sardegna con le preferenze, circa 15 mila, risposi che non potevo accettare altro che di fare il sindaco. Convenirono; e feci il primo «gruppo Sgarbi», portando nella maggioranza tre dei consiglieri che uscirono dal gruppo socialista. I Dc scesero da 15 a 14 perché il più vecchio eccepì che io non ero marchigiano; e il consiglio mi elesse sindaco. La maggioranza era di 16. Nominai con me un assessore, la formidabile e fedelissima Liana Lippi. L’Msi manifestò compiacimento, ma non c’era.

Se mi avessi lasciato spiegare (si tratta di un altro mondo) ti avrei detto che, soprattutto per un indipendente (come era nella mia natura, non per difesa), io avevo il vantaggio di essere popolare e di sembrare eletto direttamente dalla volontà dei cittadini. Era il tempo di Francesco Cossiga, mio solo riferimento politico, che difesi come nessuno. Ricorderai che era Dc, no? Ma anche che i suoi (dal suo grande elettore De Mita a Mancino a Pomicino) lo avevano ripudiato, e che era nato «il partito del presidente» sostenuto da socialisti e liberali (Craxi e Altissimo), in una specie di preludio delle coalizioni maggioritarie (dalla cui fusione, ricorderai, nacque Forza Italia). I partiti stavano morendo. E io non appartenevo a nessuno, ma indicavo una tendenza, anticipando Silvio Berlusconi. Così fui il primo sindaco di maggioranza «cossighiana» (Dc+Psi+Pli). Eravamo popolari, ribelli e antisistema prima di Beppe Grillo.

Il nemico era il partito dei magistrati, che aveva assorbito ed egemonizzato la sinistra (vedi Luciano Violante presidente della Camera, più autorevole ascoltato del presidente della Repubblica).

E io ne rappresentavo (con Sgarbi quotidiani, mentre televisione e politica si sovrapponevano, con le ridicole prescrizioni della «par condicio» dettate da Oscar Luigi Scalfaro, successore di Cossiga, proprio nel 1992, l’anno della crisi mai superata), il principale antagonista, prima di Berlusconi e più di Marco Pannella. Era così nato il «mio» partito, popolare ma solitario (essendo io un solista, che attende, come un buon tenore, orchestra, produzione, regia, promozione, organizzazione, alle quali non voglio applicarmi).Alla fine dei partiti e senza nessun trasformismo. Iniziava, ricorderai, il bipolarismo, e non ho mai saltato il fosso, che nel 1990 (un altro mondo) non c’era ancora (ogni partito era una casa, il sistema era proporzionale).

Sono stato sempre dall’altra parte rispetto a De Mita e Di Pietro: questo il mio partito. Dall’altra parte rispetto alla sinistra giustizialista. Tutte le case erano in quel momento, con Tangentopoli, crollate. L’unica azione politica era quella giudiziaria. L’Italia era nella tenaglia dei processi di Craxi, a Milano, e di Andreotti, a Palermo. Mi seguì, allora, da Rifondazione comunista, Tiziana Maiolo. Nel 1993 iniziò la storia di Forza Italia, cui infatti concorsero democristiani, socialisti, liberali, repubblicani. Sistema maggioritario, con le coalizioni, seguendo il modello anticipato da Cossiga e Sgarbi. Rimasero fuori Lega e Msi-Alleanza Nazionale. È difficile spiegarlo oggi, ma non c’era nessun trasformismo, soprattutto per un indipendente mai iscritto a un partito come me. Come si spiegherebbe altrimenti un’area chiamata di centrodestra, con esponenti e un leader (Berlusconi) socialisti? Berlusconi, fingendosi antisistema (l’ossessione dei nuovi) ci assorbì tutti, iniziando a dare spazio ai dilettanti (che non avevano mai fatto politica) rispetto ai professionisti (con una buona iniezione, peraltro ininfluente o inefficace, di valorosi uomini di pensiero, presto dispersi: Martino, Urbani, Vertone, Coletti, Mathieu, Melograni, Ferrara, molti ex comunisti). Sono le contraddizioni dei tempi, quando ormai i partiti contavano meno degli uomini.

A quel punto, non un altro partito, ma una cooptazione, come l’adesione di una corrente: la fondazione, nel 1996, della lista Pannella-Sgarbi, per tenere i radicali sparsi, come identità politica, non come singoli, nell’area di centrodestra, ognuno con le sue peculiarità (oggi non lo sono più). In quell’ambito tutto, soprattutto per un proverbiale indipendente, era compatibile. I radicali propugnavano la doppia tessera, condivisa da molti socialisti. Poi Pannella fece le bizze, pretendendo, nel maggioritario, tante candidature (che non ottenne, nonostante i molti collegi sicuri: sarebbero stati almeno 42 gli eletti, ne prendemmo solo uno) quante il partito di Casini, allora Ccd. Ricorderai che nei collegi i voti non andavano ai partiti ma, miscelati, ai candidati, eletti da Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega, Ccd e, sarebbe dovuto entrare anche la Lista Pannella-Sgarbi. Sarebbe stato un risultato straordinario, ma Pannella si impuntò e volle andare da solo (non c’era la piattaforma Rousseau, che l’avrebbe smentito). Fui costretto a candidarmi con Forza Italia, pur avendo il mio nome nell’altra lista. All’ultimo momento, in cambio di un contributo di cinque miliardi di lire (eravamo nel 1996), Pannella riconvertì la sua posizione e diede indicazione di votare, nelle liste maggioritarie dei collegi, il candidato di centrodestra, che non era mai uno dei nostri. Uscì, solo, per effetto di una desistenza: l’avvocato Pietro Milio, un vero liberale.

Ma la mia posizione rimase coerente. Nel 1999 fui eletto con Forza Italia al Parlamento europeo. Nel 2001 fui chiamato al governo da Berlusconi, e da lui cacciato nel 2002. Sempre in area, presentai alle europee successive (sistema proporzionale) il Partito della bellezza con il Pri, e mancammo il seggio per 3 mila voti. La posizione politica era sempre la stessa.

Poi, negli anni, senza contraddizione, presentai liste civiche per essere eletto sindaco (certamente con l’appoggio di Forza Italia) a Salemi (Partito della rivoluzione) e a Sutri (Rinascimento). Le liste civiche, nei comuni, assorbono i partiti, o li nascondono, come fa ora Stefano Bonaccini alle regionali in Emilia Romagna,  «proteggendosi» dal suo Pd). Nel frattempo sono tornato in Parlamento con Forza Italia, con la componente riconosciuta «Rinascimento». Infine, alle ultime amministrative di Ferrara, vincendo alleati con la Lega (a conferma della coerenza di fondo), ho proposto, come a Urbino, dove sono prosindaco, la lista unitaria Rinascimento-Forza Italia. E Pesaro ritorna: il sindaco del Pd, Matteo Ricci, vuole presentare con me a Matera la candidatura di Pesaro e Urbino, due comuni una sola provincia, a Capitale Europea della Cultura 2033. Avrò allora 80 anni. E magari sarò sindaco di Pesaro.

Questa la storia di un indipendente: una sostanza, un’inquietudine, un pensiero forte e costante; tante apparenze. Tutta la mia esperienza politica è, in fondo, successiva alla fine dei partiti, se non della politica. Sono entrato in parlamento nel 1992, nell’agonia della prima e ultima Repubblica. Ora siamo in un dopo-Storia. Con la nostalgia di partiti scomparsi, trasformati, al loro schianto, dalla conversione inizialmente in Forza Italia (il nuovo che avanza) a formule ridicole, fino alla denominazione della categoria di un albergo di lusso. Ma, come si sa, le stelle si perdono. Oggi da cinque, siamo a due stelle. Adesso mi sto muovendo in Calabria e in Valle d’Aosta. Civico. Civicissimo. Per la Rivoluzione e il Rinascimento. Forza Italia.

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