Scienza

Il tumore di Jason ed il potere del suo sistema immunitario

La storia di un uomo guarito dal cancro porta ad analizzare la complessità del nostro sistema immunitario da utilizzare per vincere contro questa malattia

cancro

Daniela Mattalia

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«Cosa cazzo è successo al mio cancro? Non c’è più!». Jason Greeinstein aveva 48 anni, un linfoma di Hodgkin aggressivo e recidivante e sette chilogrammi di massa tumorale sulla schiena così sporgente da farlo sembrare il gobbo di Notre-Dame. Era il 13 marzo 2015, e dopo tre cicli infernali di chemioterapia e una quantità interminabile di antidolorifici, la sua vita era ormai sul binario terminale. Ma quel giorno Jason si guardò allo specchio e vide che «la gobba» era scomparsa. Un miracolo? Piuttosto l’effetto di un farmaco sperimentale che, infusione dopo infusione, aveva potenziato il sistema immunitario al punto da disintegrare il tumore. Il farmaco si chiamava nivolumab ed era una delle prime molecole (un anticorpo monoclonale) di una cura rivoluzionaria, l’immunoterapia.

«Fu in quel preciso momento che decisi di prendere in mano la penna» racconta Matt Richtel, giornalista del New York Times, premio Pulitzer e amico di Greeinstein. «Allora era vero? Era possibile che qualcuno tornasse dal regno dei morti? E non solo qualcuno, ma un amico intimo, che avevo visto combattere e soffrire e ora era un miracolo ambulante».

La sfida con la morte di Jason è una delle quattro vicende che Ritchel racconta in La miglior difesa, che esce in questi giorni presso HarperCollins. Un libro che parla di quattro persone e della potenza (a volte salvifica, a volte autodistruttiva) del sistema immunitario. Jason, che stava morendo, visse un altro anno grazie all’immunoterapia; Bob, sieropositivo, aveva difese così incredibili da diventare un prodigio studiato dai medici; Merredith e Linda soffrivano invece di malattie autoimmuni: il loro sistema immunitario, impazzito, le stava uccidendo. Il quinto personaggio, in un certo senso, è proprio il sistema di difesa del nostro corpo: più che un esercito, una rete complessa di «intelligence» che deve stanare nemici (virus, batteri, cellule cancerose), disinnescare il pericolo, proteggere l’organismo senza tuttavia esagerare con gli attacchi, perché il rischio che il sistema vada in tilt e si rivolti contro gli organi del corpo è tangibile e frequente.

Il saggio, come nella migliore tradizione anglosassone, è un affascinante miscuglio di vicende umane, di scienza spiegata nel più accattivante dei modi, di interviste con i massimi immunologi del mondo. Noi abbiamo scelto di puntare sulla storia di Jason perché riassume in pieno l’interminabile battaglia fra «l’imperatore del Male», il tumore, e il nostro sistema di difesa, manipolato e potenziato dalle nuove armi della medicina. Per scampare al massacro o, come nel caso di Jason, per regalare ai morenti un anno inaspettato di vita e di speranza.

Non che il sistema immunitario non sappia il fatto suo. Le sue origini, scrive Richtel, precedono addirittura l’evoluzione della nostra specie, e in oltre 3 miliardi di anni ha sviluppato una competenza e una complessità da eguagliare quella del cervello umano. I suoi «agenti» sono un intero universo di miliardi di cellule con forme, nomi e funzioni differenti: spiano, attaccano il nemico, riparano, ricostruiscono, eliminano le scorie. E parlano, molto, tra loro. Scambiano informazioni, si rispondono, si danno ordini a vicenda. «Une rete che rivaleggia, come potenza e velocità, con qualsiasi altra rete di comunicazione che il mondo abbia inventato».

Una missione collettiva piena di incognite, peraltro. Mentre avviene la rigenerazione di nuovi tessuti dopo una lesione o un’infiammazione, le cellule si moltiplicano e proliferano. E in questa replicazione necessaria alla vita si nasconde il rischio di mutazioni che, passo dopo passo, portano al tumore. «Per il sistema immunitario non è facile» dice Ritchel. «Deve consentire lo sviluppo di nuovi tessuti e insieme continuare a monitorare scrupolosamente le cellule cattive, le mutazioni nocive o difettose, ossia il cancro... Deve restare in equilibrio su una fune tesa sull’abisso. Su entrambi i lati, cadere significherebbe morire». Iniziò così il tumore di Jason? Chissà.

In genere il linfoma di Hodgkin ha prognosi favorevole, Jason fu però sfortunato. Per quattro anni si sottopose a cicli aggressivi di radioterapia e chemioterapia. Nella chemio non c’è nulla di buono, tranne che può salvarti la vita. Non funzionò. Jason era fra quel 10 per cento di casi in cui la malattia sopravvive alle tossine della chemio. Le cellule mutavano e diventavano resistenti. Il cancro tornava, più cattivo di prima. La guerra di posizione fra cancro e sistema immunitario, vista da fuori, è affascinante. Quest’ultimo ha in sé tutta la capacità e la forza per avere la meglio, ma possiede anche meccanismi che lo inibiscono. Così dev’essere, per non andare fuori controllo e diventare ipereattivo. Le cellule maligne sono abilissime nello sfruttare questi freni e contrappesi, riuscendo persino a farsi proteggere. «Il cancro ha la capacità di trasmettere alle cellule immunitarie il segnale: Non attaccatemi! Proteggetemi e nutritemi». Et voilà. Il danno è fatto.

Anche per Jason, diventato terreno di conquista di un linfoma che lo stava distruggendo. Finché il suo oncologo, il dottor Mark Brunvand, un giorno gli disse: «Ci sarebbe questo farmaco». Dietro al nivolumab (approvato nel 2014), e alle altre molecole dell’immunoterapia, ci sono decenni di studi, di intuizioni, di esperimenti riusciti e falliti. Di tutti questi eventi, e ognuno ha segnato la storia dell’oncologia, ne ricordiamo uno, che risale al 1994 e riguarda un gruppo di topolini nel laboratorio degli scienziati James Allison e Max Krummel. I due avevano appena capito come aumentare o attenuare la risposta immunitaria agendo su particolari molecole (Cd28 e CTLA-4, per amor di precisione). Per testare la scoperta, usarono topi in cui erano state infuse cellule tumorali. Aspettarono che il cancro si formasse, poi iniettarono nei roditori una molecola (un anticorpo) capace di fare una cosa sensazionale: impedire al cancro di attivare i freni del sistema immunitario. In pratica, di bloccare la sua capacità di farsi proteggere dall’organismo. Era una semplice prova. «Pochi giorni dopo» racconta Ritchel «Allison andò a controllare come stavano andando le cose: “Porca miseria!» esclamò. «Tutti i topi sono guariti!”».

Quegli anticorpi, negli anni successivi, sono stati isolati e replicati, e oggi sono noti come anticorpi monoclonali: il cuore dell’immunoterapia. E, sia pure con successi a volte limitati, e il rischio di scatenare tempeste immunitarie contro l’organismo (si chiamano proprio così, tempeste di citochine, e sono terribili), stanno cambiando la vita di chi si ammala di tumore. Dall’inizio degli anni Duemila, ne sono entrati in commercio sempre di più, per un volume annuo di mercato intorno ai 100 miliardi di dollari. Terminano con la desinenza mab (nivolumab, ipilimumab, rituximab...) e, in pratica, sollecitano il sistema immunitario ad attaccare il cancro utilizzando le difese naturali del corpo, anziché bombardarlo con le tossine della chemioterapia.

La Cura contro il cancro non è, ovviamente, a portata di mano. E, nel migliore dei casi, consisterà in una miscela personalizzata di trattamenti diversi, ognuno mirato (oltre che alle caratteristiche genetiche del tumore) a qualche fase di quella specifica neoplasia in quello specifico paziente. Ma la svolta sarà capire sempre più a fondo come funziona il sistema immunitario, e come le cellule mutate lo aggirano. E spesso, come ricorda Ritchel, «le grandi scoperte hanno la perversa qualità di essere frutto della disperazione, dell’angoscia che spinge un essere umano a diventare una cavia di laboratorio. Malati ormai moribondi che accettano il rischio nella speranza di sopravvivere». S

tudiando pazienti come Jason Greenstein, così come Bob Hoff (immune all’aids), Linda Segre e Merredith Branscombe (colpite da patologie autoimmuni) altri farmaci decisivi saranno creati nei prossimi anni. Su questo Ritchel è ottimista. Senza illusioni di immortalità, però. Anche perché, e se leggerete questo libro vi sarò chiarissimo, è proprio il sistema immunitario, alla fine, a farci fuori. «Le nostre difese si sono evolute non tanto per proteggerci come individui, ma come specie umana nel suo complesso. Il sistema immunitario fa un ottimo lavoro per mantenerci in vita finché non ci riproduciamo e cresciamo i nostri figli, dopodiché fa un lavoro ancora migliore per toglierci di mezzo» conclude Richtel. «Non dovremmo voler vivere per sempre, quindi, ma mantenerci sani il più a lungo possibile. Ed è proprio questo che invenzioni e innovazioni ci hanno dato: un pizzico di vita in più e la possibilità di stare molto meglio quando invecchiamo». 

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