donne fumo
(iStock)
donne fumo
Salute

Fumo e donne, relazioni pericolose

Le donne che fumano sono sempre di più, soprattutto giovani. E per i motivi sbagliati, come afferma Ugo Pastorino, dell'Istituto nazionale dei Tumori al polmone. La cui équipe ha fatto però una scoperta importante

Quasi sei milioni, in Italia, le donne che si accendono la sigaretta, in aumento costante negli ultimi anni (erano 4,6 milioni nel 2016). Tanto da pareggiare ormai il numero dei fumatori maschi (che peraltro tende e diminuire). Le donne che fumano si ammalano sempre di più di cancro al polmone, e ne muoiono: incidenza e mortalità, nella popolazione femminile, sono in ascesa e non accennano a calare.

Nella settimana in cui, dal 1 all'8 novembre, si celebrano i Giorni della Ricerca organizzati dell'Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), abbiamo intervistato Ugo Pastorino, direttore della struttura complessa di Chirurgia Toracica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, la cui équipe ha condotto, nelle donne con tumore polmonare, uno studio importante con il sostegno dell'Airc.

I dati indicano, nelle donne, un aumento di incidenza e di mortalità per il tumore al polmone, come mai?

«Le donne in Italia hanno iniziato a fumare più tardi, storicamente, sia rispetto agli uomini sia alle donne dei paesi del Nord Europa. È come se stessero cercando, in senso negativo, di riprendere terreno. Così vediamo nel nostro Paese un aumento enorme di fumatrici. E mentre nella popolazione maschile c'è una costante riduzione nell'incidenza e nella mortalità per cancro al polmone, in quella femminile avviene l'opposto. Si è interrotto quel circolo virtuoso che, dopo la legge Sirchia e il divieto di fumo nei locali, aveva portato a un calo progressivo nel consumo di tabacco».

Chi sono oggi le fumatrici italiane?

Intanto c'è da dire che in Italia le donne hanno iniziato con le sigarette negli anni 70 e 80, soprattutto al Nord. A preoccuparci molto, negli ultimi cinque anni, sono in particolare le giovani, ragazze delle classi più elevate, che dovrebbero anche essere più colte e più sensibili nei confronti della prevenzione. Negli Stati Uniti, per esempio, dove i fumatori sono calati molto a livello globale, avviene il contrario: il consumo di tabacco si è mantenuto negli strati sociali più bassi.

Eppure in altri campi, come nel tumore al seno, le donne sono attente alla prevenzione...

Ma se le cose non cambiano perderanno tutti i benefici nella riduzione del tumore al seno ottenuti negli ultimi 20 anni, vanificati dall'aumento di quello polmonare.

Quali sono i motivi per cui le donne fumano più degli uomini secondo lei?

«Probabilmente perché, ancora oggi, sono convinte che per raggiungere una posizione di competitività la sigarette aiuti, è la stessa ragione per cui il tabacco è stato così popolare nello sviluppo della civiltà capitalista industriale. Essendo un eccitante toglie il bisogno di dormire, lo stimolo della fame, fa trascorrere più tempo lavorando. In Cina, per esempio, si vede benissimo come lo sviluppo capitalistico si associ a un aumento esponenziale del consumo di tabacco».

La Cina non scoraggia il fumo?

«Al contrario, ne promuove la diffusione come sforzo patriottico di consumo di tabacco cinese, facendo passare il messaggio che fumare è giusto e aiuta a lavorare».

Tornando alle donne italiane, non crede che fumino di più anche perché hanno carichi di lavoro e di stress maggiori che in passato, e spesso anche degli uomini?

«L'aumento dello stress e del carico di lavoro per molte donne è sicuramente vero. Inoltre la nicotina è una droga che non solo prolunga il tempo del lavoro togliendo stanchezza e fatica, ma è anche un eccitante che aumenta l'aggressività, e questo in una certa dinamica di produzione conferisce un vantaggio competitivo».

A parte il tabacco, che resta la causa principale, quali altri fattori di rischio ci sono?

«Al di là del fumo, hanno un ruolo alcuni fattori genetici, e questo spiega anche la differenza tra Occidente e Oriente: in Europa e Stati Uniti solo il 10-15 per cento dei tumori al polmone non è dovuto al fumo, in Oriente la stessa percentuale è di circa il 30 per cento. E in chi si ammala pur non avendo mai fumato, il tumore è di tipo diverso».

In che cosa è diverso?

Intanto, tendiamo a vederlo di più nelle donne che hanno una frequenza elevata di mutazioni attivanti, ossia che attivano lo sviluppo tumorale. E queste mutazioni possono essere un target biologico favorevole. Infatti questi tumori possono essere trattati con farmaci che si assumono per bocca, sono poco tossici, e in caso di efficacia clinica possono essere somministrati per anni.

Voi avete appena concluso uno studio sulle donne non fumatrici affette da cancro, di che si tratta?

«Nel nostro studio, pubblicato su Cancers e sostenuto dalla Fondazione Airc, abbiamo visto che un sottogruppo di donne non fumatrici con tumore al polmone presenta anche un elevato stadio infiammatorio, cioè hanno livelli molto alti della proteina C reattiva, che è un forte indicatore di infiammazione. Queste pazienti hanno una bassissima aspettativa di vita, sono più a rischio sia di complicazioni post-intervento sia di mortalità. Noi volevamo capire perché».

E il risultato della vostra indagine?

«La nostra ipotesi era che questo profilo infiammatorio cronico e preesistente alla malattia fosse legato a un'inefficienza del sistema immunitario, che a sua volta aumenta il livello di infiammazione in una sorta di relazione reciproca. Abbiamo scoperto che, identificando quattro marcatori dell'immunità, è possibile individuare quella quota di pazienti che dopo la chirurgia avranno una prognosi sfavorevole».

Questo che ricadute ha nel concreto?

«È molto importante perché sia il profilo infiammatorio che quello immunitario possono essere modificati con terapie che rimodulano le difese immunitarie e che potrebbero essere offerti sulla base di queste caratteristiche. Questi pazienti oggi come oggi non fanno nessuna immunoterapia perché non è prevista. Ma se riusciamo a dimostrare che, in una parte di loro, c'è una soprressione dell'immunità, potremo utilizzare i farmaci immunomodulatori a scopo adiuvante o preventivo».

Che tipo di farmaci sono?

«Per esempio i cosiddetti inibitori dei check point, e altri in sperimentazione, come gli inibitori dell'interleuchina 1 beta che è uno dei fattori pro infiammatori più rilevanti. L'ipotesi generata da questo studio è che possiamo usare terapie altamente personalizzate di controllo dell'infiammazione e dell'immunità. Se non ci fosse stato di mezzo il Covid avremmo già uno studio clinico su questo, ma contiamo di avviarlo nel 2021».

I cioccolatini che fanno bene alla Ricerca

Dall'1 all'8 novembre tornano I Giorni della Ricerca organizzati dall'Airc: tanti appuntamenti per raccogliere nuove risorse da destinare al lavoro dei ricercatori. Otto giorni in cui si parlerà di progressi in campo oncologico e nuove terapie in programmi televisici e radiofonici, nelle scuole, negli stadi di calcio di Serie A. Dal 1 di novembre, per far ripartire la ricerca sul cancro, tornano i Cioccolatini della Ricerca di AIRC , disponibili su Amazon.it o presso le filiali di Banco BPM su appuntamento.Per info: 840.001.001 (uno scatto da tutta Italia, attivo 24 ore su 24). www.airc.it.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti