Riforma elettorale: accordo vicino ma voto sempre lontano
Riforma elettorale: accordo vicino ma voto sempre lontano
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Riforma elettorale: accordo vicino ma voto sempre lontano

I partiti maggiori d'accordo sul modello "ispano-tedesco" e il premio di maggioranza. Il PD non vuole le preferenze

L’accordo in sostanza c’è…”. “Qualche dettaglio va definito…”. “La volontà di cambiare il Procellum è forte…” Gli ultimi commenti sulla legge elettorale (rispettivamente di Vannino Chiti, PD, Rocco Buttiglione, UDC, e Maurizio Lupi, PDL) dicono in politichese una sola cosa: che l’intesa piena sulla nuova legge elettorale ancora non c’è (ma potrebbe essere vicina) e che i tempi tecnici per l’approvazione della riforma elettorale renderebbero impossibili elezioni ravvicinate come qualcuno ipotizzava (addirittura in ottobre). Ragionevolmente, se anche vi fosse l’accordo, i passaggi da compiere sarebbero lunghi abbastanza da rendere impraticabile il voto in autunno.

La ragione principale, se diamo credito a un esperto di alchimie elettorali, il costituzionalista e senatore cattolico del PD, Stefano Ceccanti, è che in ogni caso si dovranno ridisegnare i collegi elettorali tenendo conto degli ultimi due censimenti (2001 e 2011). Il Senato riapre il 10 settembre, se anche ci sarà il patto fra i partiti non si avrà un testo definitivo prima di fine mese, seguiranno i passaggi parlamentari ed eventuali ritocchi e così siamo a ottobre; poi bisogna fare la legge delega che consentirà al governo di riordinare i collegi, bene che vada la riforma sarà operativa a dicembre. A quel punto si potrebbe votare, tra febbraio e aprile, secondo i desiderata (e i relativi compromessi) dei partiti che sostengono il governo, e il via libera del presidente Napolitano e del premier Monti.

Sembra che comunque la riforma stavolta sarà migliorativa. Mattarellum e Porcellum dovrebbero lasciare spazio a un sistema “ispano-tedesco”, che risulterà da una combinazione teutonica di collegi e liste corte (senza le preferenze a cui il leader del PD, Bersani, si oppone fieramente nonostante le aperture dei “centristi” interni, alla Enrico Letta), come in Germania, mentre la ripartizione dei seggi su base circoscrizionale sarà “spagnola”. Tecnicismi a parte, la novità di fondo non sarà la quota di proporzionale o uninominale (il sistema infatti sarà ibrido), ma l’insieme delle misure per garantire la governabilità premiando la lista che risulterà vincente.

Il PD insiste perché il premio di maggioranza al partito (o lista) di maggioranza relativa sia del 15 per cento. Il PDL, in linea con una precisa volontà di Berlusconi che riscende in campo per vincere e non semplicemente per partecipare o ben figurare, è d’accordo e caldeggia l’”aiutino”. Ci vorrà inoltre uno sbarramento che impedisca una eccessiva frantumazione dei partiti, cavallo di battaglia anche questo di Berlusconi, condiviso dall’altro grande partito, il PD, che sente (vedremo se a ragione o a torto) avvicinarsi il suo turno di governo. La rappresentatività delle formazioni più piccole potrebbe essere garantita da una sorta di “diritto di tribuna”, senza un reale e decisivo peso parlamentare ma con la garanzia di potersi esprimersi. Poi si dovranno rivedere le regole del dopo-elezioni, per impedire che a fronte di un listone, o partitone, il giorno dopo il voto i neo-eletti siano liberi di andare in ordine sparso a ricreare gruppuscoli parlamentari che finirebbero con il coincidere (beffa estrema) coi vecchi partitini.

Un margine di libertà nella scelta dei candidati resterebbe agli elettori con liste bloccate sì, ma di 3 o 4 candidati, oltre i quali si andrebbe ad attingere a quelli con i migliori risultati tra i non eletti. Si tratta, è vero, d’un sistema farraginoso. Che non va incontro alla legittima aspettativa dei cittadini di un ritorno alle preferenze dopo anni di candidature imposte dai leader di partito. E tuttavia, sarebbe una riforma migliore della legge attuale, se non altro perché favorirebbe la governabilità con il premio di maggioranza e lo sbarramento. Al tempo stesso, lascerebbe mani libere ai partiti per allearsi dopo il voto, senza necessariamente costringerli a dichiarare in anticipo le future alleanze (elemento che piace molto ai centristi, ansiosi di essere gli aghi della bilancia nel prossimo Parlamento, e a urne chiuse).

La discussione continua. In compenso, i partiti maggiori hanno ormai le idee chiare su che cosa vogliono. E non c’è più un nesso diretto tra varo della nuova legge elettorale e conclusione anticipata della legislatura.    

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