La riforma del lavoro: il banco di prova
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La riforma del lavoro: il banco di prova
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La riforma del lavoro: il banco di prova

Ridurre il potere del sindacato e aiutare il cambiamento. Ma il premier Renzi, se vuole la vera rivoluzione, deve passare dalle parole ai fatti

Che strano momento. Matteo Renzi riapre la Sala Verde a Palazzo Chigi, quella delle grandi e scenografiche contrapposizioni tra il governo da un lato e le cosiddette “parti sociali” dall’altra. Peccato che al di là delle schiere di rappresentanti sindacali o di categoria, la rappresentanza sia sempre meno rappresentativa. La battaglia che Matteo Renzi ha annunciato di voler condurre (altro è capire se riuscirà a portarla a termine e vincerla) è di quelle che potrebbero realmente rivoluzionare l’Italia e avvicinarla alla modernità.

Solo da noi il Sindacato con la “S” maiuscola ha ancora tutto questo potere. Ma la Cgil rischia di perdere, esattamente come perse nel 1984 sul blocco della scala mobile voluto da Bettino Craxi. Anche allora, la Cisl e la Uil si dissociarono da quella intransigenza ideologica. Ma il Sindacato rimase quello che era ed è tuttora: un potere fortissimo, che come tutti i poteri forti, anzi fortissimi, gode di privilegi anacronistici. Per esempio, non applica l’art. 18 ai suoi dipendenti ed è esonerato dall’obbligo di pubblicare i propri bilanci. Ne consegue che il Sindacato e tutta la sua leadership sono tecnicamente “fuori controllo”.

Nella Sala Verde, ieri, non c’è stata intesa tra Renzi e la Camusso, tra il premier e il leader della Cgil. Una doppia provocazione aveva anticipato l’incontro: la concessione di un’ora sola per approfondire le rispettive posizioni, a differenza degli appuntamenti del passato che proseguivano a oltranza, e la fissazione di un’agenda non limitata alla discussione dell’art. 18 la cui modifica pare sia stata rinviata alla scrittura dei decreti delegati al Jobs Act e non direttamente al testo da votare in Senato, ma aperta a temi ostici per il Sindacato come la rappresentanza decentrata e il salario minimo. Anche quest’ultima ipotesi (divenuta realtà da poco in Germania) avrà come effetto quello di limitare il potere contrattuale del Sindacato che non deterrà più l’esclusiva sulla negoziazione dello stipendio-base dei “lavoratori”, ma dovrà fondarsi sul minimo stabilito per legge dall’esecutivo.

Non meno importante è il linguaggio di Renzi. Il tabù è anche, per sua natura, linguistico. Dire come ha fatto il premier (e lo va ripetendo) che il lavoro non è un diritto ma anzitutto un dovere, o che gli imprenditori non sono “padroni” ma “lavoratori”, significa spezzare una complicità che vedeva i Sindacati imporre la loro terminologia agli imprenditori e ai governi.

Tutto questo va bene. Tutto questo aiuta il cambiamento. Tutto questo produrrà, forse, riforme e più lavoro. Il punto però è un altro. Le parole non bastano. Occorrono i fatti. E se gradualmente Renzi riuscirà, oltre che ad annunciare, anche implementare gli annunci, avrà compiuto un passo avanti nella direzione di un generale ribaltamento dell’intero sistema politico, contribuendo a riscrivere la mappa dei partiti italiani. La sua idea è bipartitica: centrodestra e centrosinistra. Ma la prospettiva (e per alcuni il rischio) è piuttosto quella del “partito unico”, il centro contro le estreme. Ci troviamo in un limbo e scrutiamo le mosse di Renzi nella speranza che la sua spavalderia ci porti fuori dalle secche.

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