L'esuberanza di Renzi salverà i due marò?
ANSA/ Maurizio Salvi
L'esuberanza di Renzi salverà i due marò?
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L'esuberanza di Renzi salverà i due marò?

La vicenda di Girone e Latorre sembra disperata. Riuscirà il neo-premier a cambiare le cose? Difficile, molto difficile - Casò Marò: le tappe della vicenda

Tra esuberanza e rassegnazione. Sui marò si gioca una partita drammatica giunta ormai al bivio. Da un lato c’è (anche in ambienti della Farnesina) la tentazione di “scaricare” la vicenda, “depoliticizzarla” per depotenziarne l’impatto sulla credibilità internazionale dell’Italia, insomma far sì che si riduca all’inerzia di una procedura che potrà d’ora in poi viaggiare su due binari che non coinvolgono l’autorità politica: il primo sarebbe il processo che si aprirà in India davanti a un tribunale speciale designato dal governo su mandato della Corte Suprema, il secondo l’arbitrato internazionale che l’Italia potrà chiedere per decidere se l’India abbia titolo a giudicare i marò (vestivano l’uniforme e operavano per conto dell’Italia, il 15 febbraio 2012 quando al largo del Kerala spararono dalla “Enrica Lexie” sul peschereccio “St. Anthony”, uccidendo due pescatori). I tempi dell’arbitrato sarebbero probabilmente più lunghi di quelli della giustizia indiana. 

Dall’altro lato però c’è l’attivismo di Matteo Renzi, che da premier appena insediatosi ha voluto parlare coi nostri fucilieri di Marina e ha confermato che ottenerne la liberazione è una priorità (come ripetuto pure dalle neo-ministre degli Esteri e della Difesa, Federica Mogherini e Roberta Pinotti).

Intanto, il focus giuridico della vicenda si sposta in India dal Sua Act al codice penale. Dalla legge anti-terrorismo e anti-pirateria che le autorità investigative indiane avrebbero voluto applicare ai marò (senza escludere la pena di morte) alle norme ordinarie per le quali Massimiliano Latorre e Salvatore Girone rischierebbero, in caso di condanna, dieci anni di galera. In questo senso potrebbe decidere tra 15 giorni la Corte Suprema indiana chiamata a dire l’ultima parola dopo che il Governo ha rinunciato ufficialmente ad applicare il Sua Act. A questo punto, in base a un trattato bilaterale Italia-India firmato nell’agosto 2012, i marò potrebbero rientrare in Italia per scontare l’eventuale pena. Difficile che ottengano il rimpatrio prima, comunque prima delle elezioni di aprile-maggio in India.

Insomma, è tutta una questione di tempo e di tempi, che s’intrecciano con le scadenza della politica interna (i nazionalisti sono pronti ad attaccare il partito del Congresso dell’“italiana” Sonia Gandhi se il governo accetterà di rimandare in Italia i marò).

L’Italia, oltretutto, non riconoscerebbe la giurisdizione indiana sia in un caso sia nell’altro (Sua Act o codice penale), in qualche modo si laverebbe le mani del contenzioso in India, spostandolo sul piano internazionale. Il paradosso è che decidendo l’India per la legge ordinaria (apparentemente venendo incontro ai desiderata dell’Italia che si era fieramente opposta all’applicazione del Sua Act), la prospettiva dell’internazionalizzazione perderebbe forza.

Del resto, non è un mistero per le cancellerie occidentali che l’Italia ha scelto sui marò un profilo relativamente basso per due anni, nella speranza di mantenere le ricche commesse di Finmeccanica e non compromettere altri affari con un potente membro dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), protagonisti dell’economia mondiale.

E la fatica, la lentezza, la scarsa convinzione con cui l’Unione Europea ha sostenuto e sostiene le ragioni dell’Italia (per non parlare delle Nazioni Unite), dimostra che paesi come la Francia e la Germania non hanno la benché minima intenzione di sacrificare sull’altare dell’opinione pubblica italiana i rapporti economici con un paese di oltre 1 miliardo e 250 milioni di abitanti. Tanto più che la pressione sull’Unione Europea si è intensificata da parte nostra solo alla fine dello scorso gennaio, dopo quasi due anni di calvario giudiziario dei marò. Per evidenti interessi anche dell’Italia.

  

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