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Politica

L'estate d'oro dello sport italiano (che ora va aiutato a non morire)

L'Europeo della nazionale, le Olimpiadi con le gemme di Tamberi e Jacobs, la politica che si congratula e adesso è chiamata alla scelta più difficile: dare un futuro a un movimento che rischia di spegnersi.

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato velocissimo a comporre il numero del cellulare del numero uno del Coni, Giovanni Malagò, per farsi passare il fresco re dei 100 metri Marcell Jacobs. Giusto. C'era la necessità di un segnale di presenza per dire all'uomo più veloce della terra e a Gianmarco Tamberi, freschissimo oro nel salto in alto, che l'Italia intera era letteralmente impazzita d'orgoglio per le loro imprese sulla pista di Tokyo. Draghi ha capito e colto l'attimo, così come Sergio Mattarella è stato iconico nell'accompagnare il trionfo della nazionale di Mancini a Wembley nell'Europeo che sembra lontano una vita e, invece, è stato solo la porta d'ingresso nell'estate più straordinaria che lo sport tricolore ricordi.

Bravi tutti, nessuno escluso. Giusti i riconoscimenti, le passerelle che ci sono state e ci saranno, gli onori tributati ai vincitori. Ma una volta spenti i riflettori e sopita l'eco della gioia, a Draghi e al resto della politica va chiesto un altro passo che è meno rumoroso ma molto più importante. È quasi un paradosso che la bella Italia dello sport sia sbocciata all'uscita (si spera) dal tunnel più lungo e buio della sua storia. Un lungo blackout che ne ha cancellato buona parte della base, costretto centinaia di migliaia di bambini e ragazzi a rinunciare o fare slalom tra protocolli pensati per i grandi, costosi e spesso inutili. Che ha ucciso la passione di migliaia di società sportive di base, quasi tutte rette sul volontariato e sulla sfida di tenere presente sul territorio un presidio di socialità e salute.

L'Italia ha fatto incetta di ori e vittorie proprio mentre lo sport italiano rischia di morire. Non è un appello nel vuoto, sono le stime a dirlo, numeri su cui i vertici del Coni hanno ragionato a lungo prima di tuffarsi nell'estate olimpica. Ecco, è a tutto il movimento che ora la politica - spenti i riflettori delle celebrazioni - deve dare una risposta forte. Servono denaro, tanto, e servono idee per evitare che la pandemia abbia l'effetto di uno tsunami su vertice e coda di tutto il movimento. Serve coraggio di scelte anche impopolari, perché è semplice rifugiarsi dietro il comodo «la gente non capirebbe» per abdicare al proprio ruolo e negare, ad esempio, l'aiuto che il calcio chiede.

Si dirà: i padroni del pallone si erano rovinati con le loro mani anche prima del Covid e adesso piangono miseria pensando di pescare nelle tasche di tutti noi. Può essere vero, ma il calcio ha perso 1,2 miliardi di euro e come ogni altro settore economico di questo Paese deve avere la dignità di poter chiedere un aiuto. Anche perché di tutto il movimento è la locomotiva e anche parte delle medaglie di Jacobs e Tamberi e di tanti altri nascono in questo equilibrio consolidato con il passare dei decenni.

Serve coraggio per destinare fondi ai ragazzi che devono ricominciare a frequentare palestre, piscine e campi sportivi. Bisogna che si cambi la visione che ha accompagnato questi 18 mesi di pandemia secondo la quale lo sport (il calcio in prima fila) è la cosa più importante tra le cose inutili e, quindi, come tale deve essere trattato. Tokyo e Wembley ci hanno insegnato che non è così. A Draghi e a tutti gli altri si chiede di non scendere dal carro una volta terminati i selfie e le telefonate d'ordinanza.

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