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Giancarlo Giorgetti e Mario Draghi (Ansa).
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Politica

Prof. Lanchester: «Il semi-presidenzialismo? Costituzionalmente una boutade»

Dopo le parole del ministro Giancarlo Giorgetti, che ha evocato il ricorso a un semi-presidenzialismo in salsa italica, parla il costituzionalista della Sapienza di Roma.

Dopo l'uscita del ministro Giancarlo Giorgetti su un semi-presidenzialismo in salsa italica, la corsa al Quirinale, ha subito inevitabilmente una spinta propulsiva lontanamente immaginabile fino a poche ore fa. Le anticipazioni dell'ultimo saggio di Bruno Vespa stanno scuotendo i palazzi della politica e con essi costituzionalisti e politologi. Giancarlo Giorgetti, ministro leghista allo Sviluppo economico e numero due del Carroccio, avrebbe dichiarato che «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori (dal Colle, ndr). Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il Presidente della Repubblica allargherebbe le sue funzioni approfittando di una politica debole». Per il professor Fulco Lanchester «le parole del ministro, una sorta di macigno lanciato in uno stagno, da più parti sono apparse un vero e proprio endorsement in favore del premier Mario Draghi, soprattutto ora nel bel mezzo della difficile partita che l'ssecutivo sta iniziando a giocare tra l'uscita dall'emergenza pandemica (non facilmente databile, però) e la gestione della gran massa di risorse pronte a piovere dall'Europa attraverso il noto Piano nazionale di ripresa e resilienza». Anche perché, sempre il ministro Giorgetti, aveva evidenziato, ancora tra le pagine del testo di Vespa, come «già nell'autunno del 2020 dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Sergio Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi».

Panorama.it ha incontrato il professor Fulco Lanchester chiedendogli lumi sul piano della stretta legalità costituzionale, ovvero quale probabilità di successo potrebbe avere l'endorsement del ministro Giorgetti, interpretato nell'alveo della Carta costituzionale. Docente di Diritto costituzionale italiano e comparato all'Università di Roma La Sapienza e già preside della facoltà di Scienze politiche tra il 1999 ed il 2008, Lanchester dirige la rivista Nomos - Le attualità del diritto, e i Quaderni di Nomos della Wolters Kluwer-Cedam.

Professore, ci aiuti a fare chiarezza sull'argomento.

«Basta scorrere le pagine dell'edizione mattutina di ieri di Le Monde per leggere un interessante articolo di Jérome Gautheret sul modo in cui i giornalisti e gli attori politicamente rilevanti del sistema politico italiano si stanno preparando all'elezione del Capo dello Stato anche attraverso il ricorso a una serie di coups de théâtre. E l'uscita spiazzante del ministro Giorgetti appare agli occhi della sofisticata stampa d'Oltralpe uno di questi colpi di scena».

Ci facciamo sempre riconoscere.

«Giorgetti si rivolge ai partner di Governo e ai componenti della Lega, prospettando una sorta di semipresidenzialismo di fatto. In proposito, per la Costituzione del 1948, il ruolo del Presidente della Repubblica è, invece, quello di essere organo di garanzia interna, mentre la Corte costituzionale appare come organo di garanzia esterna. Il Costituente non si era certo sognato di profilare il ruolo del Capo dello Stato come un elemento di indirizzo politico di governo. L'articolo 95 della Costituzione recita infatti che il Presidente del Consiglio "dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei Ministri"».

Questa è una norma centrale nel circuito democratico…

«Assolutamente sì. Essa si inserisce nell'ambito del circuito che definisce la nostra forma di governo parlamentare: si parte dall'articolo 1 della Costituzione, penetra attraverso l'articolo 3 primo comma, ovvero lo spiegarsi dell'uguaglianza formale, prosegue nell'articolo 48 a proposito del ruolo dell'elettorato e nell'art. 49 in merito al compito strutturante dei partiti politici, per arrivare sino agli articoli 92 e 94. Nel primo si prevede che è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su sua proposta, i ministri; nel secondo, che il Governo debba avere "la fiducia delle due Camere"».

Allora il ministro Giorgetti dove vorrebbe mirare?

«Mi pare che la sua proposta, dal punto di vista concreto, evochi il passaggio esplicito - senza alcuna riforma costituzionale - a un assetto semipresidenziale».

Professore, andiamo al di là degli elementi tecnici…

«Sul piano della stretta legalità costituzionale, si tratta di una mera boutade politica che tuttavia conferma il dato di fatto di una risalente emergenza politico-parlamentare a cui si è sovrapposta l'emergenza sanitaria in corso. Senza risalire nel tempo, i dati di fatto di questa legislatura confermano – sulla base dell'alto astensionismo e della volatilità dell'elettorato – una crisi democratica persistente, che ha dato vita al "bipopulismo" giallo-verde e all'alleanza giallo-rosa dei governi Conte tra il 2018 e il 2020, per poi arrivare al Dicastero di unità nazionale presieduto da Draghi».

Allora l'ipotesi di Giorgetti come si colloca?

«Direi nell'alveo dell'emergenza, perché nel prospettare la presenza di Mario Draghi sia al Governo, sia alla Presidenza della Repubblica, evidenzia rischi che rasentano la rottura del tessuto costituzionale».

Riecheggiano i poteri del presidente della Repubblica a geometria variabile…

«La metafora che il ruolo del Presidente della Repubblica sia comparabile a una fisarmonica, e cioè che nelle situazioni di ordinarietà il mantice della stessa sia compresso, estendendosi allorquando l'instabilità del circuito politico-parlamentare lo richiede, è una figura frutto dell'intelligenza di Giuliano Amato. Aggiungo però che l'estensione del mantice non è illimitata».

Sostiene che la proposta Giorgetti sia uno degli effetti collaterali della pandemia da Covid-19?

«Più che di pandemia, parlerei di "sindemia", dove la crisi sanitaria mondiale si inserisce in contesti caratterizzati da problemi differenti. Consideriamo che nelle prossime settimane dovrà essere affrontata la discussione sul problema del prolungamento della stessa emergenza sanitaria dopo il 31 dicembre e le tensioni e le frizioni su questi argomenti si allargheranno sempre più in relazione alla scadenza dell'elezione presidenziale, quando sapremo, effettivamente, se si arriverà all'appuntamento elettorale anticipato».

E allora, tecnicamente, come si tradurrebbe questa proposta del ministro Giorgetti?

«Si tratta solo di un'ipotesi, che vuole compattare la maggioranza di unità nazionale fino al 2023 sotto la guida di "tecnici". Arriveremmo all'assurdo di avere una "controfigura" chiamata a prendere il posto dell'attuale Presidente del Consiglio Draghi, divenuto intanto Presidente della Repubblica, che dovrebbe acconciarsi a seguirne gli indirizzi. Ipotesi che conferma l'emergenza, ma che necessita del consenso di forze politiche parlamentari sempre più deboli e sfarinate».

Siamo nel fanta-costituzionalismo…

«Vediamo di riassumerla: l'elezione del presidente della Repubblica, come sappiamo, avviene da un collegio formato ad hoc da deputati e senatori e dai delegati regionali. Ora, arriveremmo all'assurdo che se dovesse essere eletto proprio il dottor Mario Draghi, dovrebbe necessariamente essere sostituito da un supplente (individuato ai sensi dell'articolo 8 comma 2, della legge 400/1988, nel "ministro più anziano secondo l'età"). A questo punto il problema che si pone è se vi sia una maggioranza parlamentare e questa non potrebbe che essere quella supposta e auspicata dal Ministro Giorgetti, una maggioranza di unità nazionale. Mancherebbe soltanto Fratelli d'Italia, che, come sappiamo, è l'unica forza collocata all'opposizione».

Questa sarebbe l'impostazione standard…

«Infatti, senza la quale tutto il ragionamento sostenuto sino a questo momento verrebbe a crollare. Se, ad esempio, la Lega non dovesse essere d'accordo sull'ipotesi-Giorgetti e vincesse la linea di Salvini (che abbiamo visto, infatti, essere critico nei confronti della proposta del suo ministro…), allora non ci sarebbe storia: il Presidente della Repubblica dovrebbe avviare le tradizionali consultazioni per verificare l'esistenza di una maggioranza parlamentare capace di sostenere l'esecutivo. E di quale maggioranza parliamo, di una senza il centro-destra, o senza i "peones" del Gruppo misto, con Italia Viva capace di tessere alleanze trasversali o all'interno dello stesso Pd?».

Le boutades di cui parlava poc'anzi…

«Il termine da me usato, boutade, ovvero trovata dell'ultim'ora, mi induce a pensare che l'attuale situazione, ovvero quella generatasi negli ultimi giorni, sia effettivamente lo specchio dello stato attuale della politica italiana, che sta letteralmente galleggiando nell'incertezza».

Alla fine, professore, la Francia torna sempre: il semipresidenzialismo di Maurice Duverger…

«Nel 1974 Duverger pubblicò un volume su La monarchie républicaine in cui evidenziò le caratteristiche della variante semipresidenziale, precisate poi nel 1978 in un'altra opera (Echec au roi). In essi evidenziava come la forma di governo parlamentare potesse sposarsi con l'elezione diretta del Capo dello Stato, fornendo risultati differenti sulla base delle competenze attribuite agli organi costituzionali ed al contesto politico – partitico di riferimento, derivante anche dalle regole elettorali vigenti».

Ovvero?

«Duverger ha sempre sostenuto che non esistono ricette istituzionali salvifiche, ma strumenti che possono aiutare sulla base dell'ambito di riferimento e dei principi fondamentali del costituzionalismo all'interno dei quali ci si deve mantenere. Il problema del Backsliding (regresso) della democrazia, su cui ancora di recente si sono soffermati Haggard e Kaufman, è quello di mantenersi nell'ambito dei binari costituzionali».

Non è che i cugini d'Oltralpe hanno ragione?

«Il semipresidenzialismo si attaglia bene alla loro V Repubblica, ma per arrivarvi il ceto politico della IV Repubblica ha dovuto operare un vero e proprio suicidio autoconservativo attraverso la legge costituzionale del 3 giugno 1958, in deroga all'articolo 90 della Costituzione sulle procedure di revisione costituzionale. L'elezione diretta del Capo dello Stato è stata, invece, introdotta nel 1962 attraverso una forzatura costituzionale del Generale De Gaulle».

In Italia siamo refrattari a mutamenti strutturali…

«L'esempio italiano della Legge costituzionale numero1 del 1997 che diede vita alla Commissione D'Alema, implosa anche sul tema del semipresidenzialismo, conferma - invece - le persistenti difficoltà nostrane di attuare mutamenti "efficienti" in una situazione in cui la Costituzione è sotto sforzo».

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