Politica

Italia, il paese "senza"

Senza prospettive, sogni, giovani e anziani (che se ne vanno). Questo deve diventare un'emergenza politica

Portogallo

Mario Giordano

-

Simone Perna ha 33 anni. È nato a Pavia, ha studiato, si è laureato in dietistica, ha un master in nutrizione, un dottorato in sanità pubblica e in statistica, ha fatto un’esperienza importante all’Istituto Santa Margherita e ha pubblicato oltre 60 articoli su riviste scientifiche. Una preparazione solida, insomma. Riconoscimenti ad alto livello. Eppure, come ha spiegato qualche mese fa alla Provincia Pavese, «per me qui in Italia non ci sono opportunità». Dal settembre 2018 fa il professore nel Bahrein. Coordina un corso universitario al College of Science degli sceicchi.

Secondo gli ultimi dati della Farnesina sono 5 milioni e mezzo gli italiani che hanno ormai lasciato l’Italia e vivono all’estero. La crescita degli espatri è impetuosa: oltre il 60 per cento in più negli ultimi dieci anni. Soltanto nel 2018 sono volati oltre confine 123.193 connazionali, cioè circa 350 al giorno, cioè 14 l’ora. Cioè uno ogni 5 minuti. Nel giro di un anno è come se fosse sparita una città come Monza o Pescara. La maggior parte di chi se ne va, è istruito: il 34,8 per cento ha un diploma, il 30 per cento una laurea. Tanto per dire: i nostri connazionali rappresentano ormai il 7 per cento degli assistenti universitari ai docenti della Germania. Siamo diventati il gruppo internazionale più numeroso negli atenei tedeschi. E il sindacato Anaoo Assomed ha denunciato che ogni anno se ne vanno all’estero anche 1.500 medici, nonostante il grande bisogno che c’è negli ospedali italiani. «Considerando quello che abbiamo speso a formarli» accusano «è come se regalassimo 1.500 Ferrari l’anno ai Paesi stranieri».

Il dato nuovo è che la fuga dal tricolore non riguarda solo i giovani. Anzi: l’età si sta rapidamente alzando. Aumentano le partenze delle persone tra i 35 e i 49 anni, aumentano le partenze degli over 60 che vanno a godersi la pensione in Portogallo o alle Canarie (più 35 per cento fra i 65-74 anni, addirittura più 78 per cento negli over 85), e aumentano le partenze anche delle famiglie al completo, mamma, babbo e bebé al seguito. L’impressione è che a spingere gli italiani all’estero non siano soltanto il bisogno, la fame e la necessità, che pure ci sono. C’è anche la sfiducia. Gli italiani non credono più in questo Paese. Sul quotidiano economico Italia Oggi, Domenico Cacopardo ha raccontato di aver incontrato un dirigente di una primaria azienda italiana di marketing che si era appena licenziato, nonostante la promessa di un aumento di stipendio. Si era già accasato a Cincinnati. I suoi sei collaboratori, tutti laureati, tutti assunti a tempo indeterminato, hanno a loro volta lasciato. Nel giro di una settimana si sono occupati di nuovo. Nessuno in Italia. «Ho avuto modo di parlare con il quadro che ha scelto Sydney» racconta «e credo di aver capito che queste generazioni ormai non nutrono un particolare interesse per il nostro Paese».

E questa crisi di fiducia, ancor più grave della crisi economica, rende difficile rispondere alla domanda, che pure bisogna farsi: questa emorragia si può fermare? Mauro Querci, bravo collega che ogni settimana si prende cura del Grillo Parlante, amerebbe molto saperlo. Ma io devo deluderlo. Non lo so. Di recente mi ha colpito la dichiarazione del vicepresidente di Confindustria Moda, Cirillo Marcolin, imprenditore molto conosciuto nel settore, gran visir del Bellunese: «Per le mie figlie non vedo nessun futuro qui in Italia» ha detto. E se nemmeno un imprenditore di successo vede un futuro possibile nel nostro Paese per le sue figlie, mi domando: chi lo può vedere?

Però, ecco, forse bisognerebbe almeno cominciare a parlarne. Bisognerebbe considerarlo un’urgenza, un’emergenza, un tema di discussione al pari dell’ultima dichiarazione dell’onorevole TizioCaio o del senatore Sempronio, non vi pare? Invece niente: qui da noi i dati scioccanti sugli espatri non accendono nemmeno un po’ di dibattito. Rimaniamo lì, incatenati come sempre al chiacchiericcio del Palazzo, chiusi nella sterile polemica di giornata, affogati nella quotidiana tempesta nel bicchiere d’acqua. E non ci accorgiamo che il Paese ci sta sfilando via sotto gli occhi e ci fa bye-bye da lontano. Ce ne renderemo conto, prima o poi? Temo che, in ogni caso, sarà troppo tardi. Fatta l’Italia, si diceva una volta, bisogna fare gli italiani. A riuscire ancora a trovarli, però.  

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti

Cookie Policy Privacy Policy
© 2018 panorama s.r.l (gruppo La Verità Srl) - Via Montenapoleone, 9 20121 Milano (MI) - riproduzione riservata - P.IVA 10518230965