Esteri

I tanti dubbi sul presente e sul futuro del popolo curdo

La conquista di Afrin, ha dichiarato il presidente turco Erdogan, è soltanto "una virgola" per impedire la creazione di uno Stato indipendente

Afrin

Luciano Tirinnanzi

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La Turchia, nostro alleato all’interno della Nato, è da anni direttamente coinvolta nel conflitto siriano, ufficialmente per mettere in sicurezza l’intero confine con Siria e Iraq dove le autorità curde, spinte dalle milizie dello YPG e dai Peshmerga, hanno dichiarato da tempo la volontà di stabilire uno Stato indipendente per il popolo curdo.

Tutto ciò è sempre più evidente dopo la sconfitta militare dello Stato Islamico, che ha rappresentato il principale motore dello sconvolgimento politico-sociale nella regione, e si è reso responsabile di brutalità inaudite contro la popolazione civile.

Oggi, tuttavia, dopo la conquista da parte delle milizie filo-turche di Afrin, cittadina nel nord della Siria assediata da settimane, la situazione non è migliorata per il popolo curdo, assoggettato a un nuovo padrone.

Secondo fonti sul campo, infatti, nella città siriana centinaia di civili sono stati uccisi nei combattimenti, mentre sono in corso razzie e violenze che coinvolgono tanto le strutture militari e governative quanto proprietà private come negozi e abitazioni.

La notizia è stata confermata dai reporter dell’agenzia AFP mentre la Mezzaluna Rossa non riesce a entrare in città, anche perché presso i curdi gode di una "credibilità prossima allo zero", come ha riferito lo stesso Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Lo scopo dell’avanzata turca

Così, mentre i soldati hanno issato la bandiera turca su Afrin e abbattuto la statua dell’eroe curdo Kawa Haddad, già s’intravede il prossimo obiettivo nella città di Manbij (100 km più a est) e nella parte orientale di quella che un tempo era la Siria. "L’operazione militare proseguirà fino a quando il corridoio del terrore attraverso Manbij, Kobane, Tal Abyad, Ras al-Ain e Qamishli non sarà stato spazzato via" ha sostenuto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso pronunciato dopo l’ingresso in città dei turchi, indicando con ciò l’obiettivo finale della Turchia.

Secondo Erdogan, infatti, Afrin rappresenta solo una "virgola" e "se Dio vuole completeremo il lavoro" ha tuonato dal palazzo presidenziale.

Per il governo turco, lo YPG è notoriamente un’estensione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che combatte per l’autonomia curda nel sud-est della Turchia da oltre tre decenni, e per tale ragione va considerato come un gruppo terroristico. Ovviamente, lo YPG nega qualsiasi collegamento col PKK, e nella dialettica della guerra si rifà all’appoggio ricevuto dagli Stati Uniti che, in passato, hanno fornito loro e ai combattenti arabi alleati, armi e supporto aereo per aiutarli a combattere i jihadisti dello Stato Islamico.

Oggi, però, la situazione sul campo è mutata. Se, come dice il governo britannico per bocca del suo ministro degli esteri Boris Johnson "tutti comprendono le ansie della Turchia riguardo al PKK", è anche vero che le brutalità di cui si stanno rendendo responsabili gli alleati turchi non possono essere taciute.

Ankara, tuttavia, può contare sul sostegno indiretto di Mosca e Teheran, temporaneamente alleati per spartirsi le macerie della guerra e stabilire nuovi protettorati nella regione, una volta che la guerra civile sarà conclusa.

I prossimi risvolti

Quello che si paventa nelle prossime settimane è dunque un prosieguo delle attività militari, che contemplano possibili contrattacchi da parte delle milizie dello YPG. Le quali hanno abbandonato in massa le postazioni ad Afrin precedentemente alla sua caduta, insieme a circa 220 mila civili sfollati ai primi colpi d’artiglieria, allo scopo di ricompattarsi in vista di una controffensiva.

Le autorità curde promettono insomma di riconquistare la città e avvertono che "Afrin diventerà un incubo permanente" per le forze a guida turca. Anche perché sono in molti a temere che lo scopo finale della Turchia sia quello di attuare un vero e proprio cambiamento demografico, sostituendo la popolazione curda locale con arabi e turcomanni.

Al momento, secondo le Nazioni Unite, restano complessivamente circa 100 mila civili curdi nella regione di Afrin, rispetto agli oltre 300 mila dello scorso novembre, mentre altri 100 mila sono sfollati nelle aree sotto il controllo di Damasco.

Quanto alla Turchia, la propaganda dei mass media pro-governo appare chiara. “Ad Afrin grande vittoria della Turchia”, “Abbiamo scritto la storia”, “È il giorno dell’orgoglio” hanno titolato i maggiori quotidiani dopo l’offensiva, snocciolando anche alcune cifre: più di 3.600 sarebbero i "terroristi neutralizzati", in riferimento a quanti si sono arresi, sono stati catturati o uccisi, mentre sarebbero quasi 300 i caduti sul versante turco.

In definitiva, la Siria non ha più un’identità propria, trasfigurata dalla guerra in una terra di conquista, in una Babele d’incomprensioni e violenze senza fine, dove Afrin rappresenta solo uno dei molti capitoli scritti col sangue degli innocenti.

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