Siria, il raid degli Usa non ha cambiato (quasi) nulla

Situazioni politica e militare invariate, restano le incognite sulla strategia turca, il destino dei curdi e l'effettiva capacità dei sistemi difensivi russi nella regione

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Militari siriani a Douma, periferia di Damasco, 16 aprile 2018 – Credits: LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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La domanda che si pongono da giorni tanto i media quanto le cancellerie internazionali ruota intorno a come può cambiare la geopolitica del Medio Oriente, dopo il raid aereo compiuto sabato 14 aprile dagli Stati Uniti e dai suoi alleati Francia e Regno Unito in Siria. La domanda è presto evasa, non cambia nulla. Vediamo meglio perché.

La situazione politica

Da un punto di vista politico, anzitutto, non si spostano di un centimetro le alleanze tra opposte fazioni: da un lato Russia, Iran, Hezbollah restano saldamente al fianco di Assad; mentre dall’altro Usa, Francia, Regno Unito, Israele e Arabia Saudita confermano la propensione a non fare passi indietro. Anzi, i raid hanno semmai compattato le reciproche alleanze, vecchie e nuove.

Infatti, nel campo avverso all’Occidente Mosca e Teheran hanno avuto gioco facile nel rassicurare Damasco circa la loro vicinanza al popolo siriano e al regime sciita-alawita che è «vittima di un attacco ingiustificato», secondo la retorica russa corroborata dall’assenza di prove su chi abbia veramente lanciato agenti chimici a Douma (cioè, il casus belli).

Anzi, il Cremlino si è vantato che i suoi sistemi missilistici in mano ai siriani hanno abbattuto «quasi la metà» dei cruise lanciati contro la Siria, ergendosi ancora una volta come vero salvatore della patria per i siriani. E non è un caso che in tutta la Siria controllata dal regime, così come in varie parti del Libano sotto la protezione degli Hezbollah, siano comparse foto e manifesti in gloria di Vladimir Putin, dipinto accanto ai più gettonati eroi nazionali locali.

Anche Washington ha ritrovato la sintonia perduta con Londra e ha confermato l’intesa speciale che si è creata con Parigi. Oltre ad aver incassato un placet per niente scontato giunto da Berlino subito dopo la campagna aerea. La premier May e il presidente Macron, oltre alla voce favorevole della cancelliera Merkel, hanno in sostanza dato dimostrazione di una sintonia rara, se è vero che in particolare la premier britannica ha aggirato il proprio parlamento pur di acconsentire allo strike punitivo contro Damasco.

La situazione militare

Per quanto concerne la situazione sul terreno militare, anche in questo caso poco cambia. Mosca continua i lavori per l’ampliamento della base navale nel porto di Tartous e della base aerea di Hmeymim, dove il Cremlino ha intenzione di potenziare la propria presenza militare, rendendola permanente come già fu per la Crimea (con quali risultati, è superfluo descrivere). È il coronamento del progetto putiniano: dare alla Russia l’accesso diretto al Mar Mediterraneo.

Mentre l’Iran e gli Hezbollah restano in prima linea su più fronti, impegnati a sconfiggere le ultime sacche di resistenza delle milizie sunnite ribelli, che per parte loro non possono fare molto altro se non aver salva la vita attraverso una serie di accordi pro tempore per l’evacuazione delle loro roccaforti, com’era appunto la Ghouta orientale prima dell’assalto dei governativi, che ha provocato l’escalation degli ultimi giorni.

Dall’altro lato della barricata, i soldati americani restano nelle retrovie orientali, tra Deir Ezzor e il deserto siro-iracheno, intenti a osservare i curdi e le milizie arabe che si leccano le ferite per le recenti sconfitte patite nel nord della Siria, sotto i colpi delle forze armate turche. Mentre Israele e Arabia Saudita procedono nella medesima direzione di sempre: deterrenza in funzione anti-iraniana, che per i primi si risolve in strike mirati e per i secondi nel foraggiare la resistenza sunnita.

La Turchia ago della bilancia

Soltanto se guardiamo alla Turchia, ci troviamo di fronte alla prima vera incognita di questa maledetta guerra: Ankara, che gioca un ruolo importante lungo tutto il confine turco-siriano, nel settimo anno di guerra procede speditamente nel ricacciare i curdi oltre l’Eufrate e spera di confinarli presto in villaggi di scarso peso strategico, espellendoli progressivamente dalle città più importanti (come Afrin e Manbji dimostrano).

Per avere mano libera nel prosieguo della sua personalissima strategia anti-curda, il presidente Erdogan ha ospitato il 4 aprile nella capitale i suoi omologhi russo (Vladimir Putin) e iraniano (Hassan Rouhani), concludendo con entrambi un accordo che sostanzialmente approva l’ipotesi di una Siria ancora guidata da Bashar Assad nel futuro prossimo in cambio del via libera alla mattanza curda in terra di Siria.

Il gioco di Recep Tayyip Erdogan è però spericolato. Membro più potente della NATO nella regione, pur di conseguire l’obiettivo di cancellare le speranze curde di creare uno stato nelle regioni un tempo controllate da Damasco, è sceso a patti col “nemico” russo. Dopo avergli abbattuto un aereo e aver minacciato i suoi alleati, il presidente turco ha compiuto una serie di giravolte diplomatiche e ha persino acquistato da Mosca i sistemi missilistici antiaereo S-400, siglando il più importante affare di compravendita di armi con un paese non appartenente alla NATO di sempre.

Dunque, da che parte sta la Turchia? Capire questo aiuterà gli alleati occidentali a scegliere le migliori strategie per riposizionarsi, se davvero hanno intenzione di recuperare un partner strategico come Ankara e se non vogliono che la partita siriana si concluda in favore di Mosca.

Il giallo dei missili abbattuti

Si noti, da ultimo, come il sistema missilistico S-400 sia lo stesso che venerdì notte avrebbe intercettato e abbattuto metà dei prestigiosi missili americani Tomahawk e JASSM. Se fosse vero quanto afferma il Cremlino, per gli americani potrebbe essere una sconfitta non da poco sapere che i propri vettori «intelligenti» (copyright Donald Trump) possono essere fermati dal sistema russo.

Questo, in definitiva, è il dato che più interessava al Pentagono e che, in ultima analisi, potrebbe essere la vera ragione per la quale i militari di Washington hanno insistito per lanciare così tanti missili: un test della potenza di fuoco americana e delle difese che i suoi nemici possono neutralizzare. Anche in base al risultato del test (di cui sono a conoscenza solo i diretti interessati), gli Stati Uniti e i suoi alleati trarranno importanti conclusioni che, almeno in parte, determineranno le prossime azioni e/o i passi diplomatici da compiere in Siria. Tutto questo, mentre la guerra è lungi dal conoscere una fine.


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