Tutto quello che Renzi deve ancora conquistare
Getty
Tutto quello che Renzi deve ancora conquistare
News

Tutto quello che Renzi deve ancora conquistare

Dopo aver stravinto alle Europee, vuole spazzare via le ultime resistenze e prendersi tutto. Per evitare che piccoli oppositori crescano. Nella Cgil, alla Rai, alla Anm e persino al ministero dell’Economia.

Giulio Cesare fu anche Gaio, di nome e di fatto. Il personaggio più celebre della storia romana condusse una vita divertente e divertita, segnata dalle feste di una corte (quasi) unanime di discepoli. Proprio come il protagonista più osannato dalla cronaca contemporanea, Matteo "Cesare" Renzi, immerso pure lui tra baccanali mediatici e adepti adoranti. E poi Gaio Giulio Cesare e Matteo Renzi hanno entrambi fama di grandissimi oratori e buoni scrittori. Né mancano altre similitudini: l’uno è stato condottiero di un esercito e l’altro degli scout; l’uno console, l’altro sindaco; l’uno, infine, dittatore per via militare, l’altro autocrate causa elezioni europee. La grande differenza può essere la fine della storia: Giulio fece innervosire Bruto e perciò morì per mano sua (e di altri); Matteo i pochi potenziali Bruto rimasti su piazza cercherà invece di ammazzarli lui, alla sua maniera: disarmandoli.

Susanna Camusso. La segretaria della Cgil pensa ancora di poter minacciare il governo con i parlamentari figli del Bersanismo. Il Pd è colmo di eletti cigiellini, alla Camera soprattutto, dove in molti si sono accomodati nella commissione Lavoro decisiva per l’approvazione del "Jobs act": su 21 deputati democratici, 10 arrivano dalla Cgil (compreso il presidente Cesare Damiano). Camusso e tentata di farsi Bruto ma purtroppo per lei, i suddetti si sono già silenziosamente accodati a Renzi, complici lo stipendio e udite udite Massimo D’Alema. L’ex premier ha infatti suggerito loro di "ascoltare di più il governo". Un modo elegante per dire: "Volete farvi asfaltare insieme a Susanna?". Ma c’è di più. Lo schema di Maurizio Landini, numero uno della Fiom e sostenitore di Renzi, ha aperto un varco. Al punto che cominciano ad affacciarsi riservatamente da lui alcuni "diversamente cigiellini". Sono leader periferici, pronti alla lotta per "far sorgere il sindacato dell’avvenire". Auguri.

Vittorio Di Trapani. Renzi tiene a far sapere che apprezza lo sforzo manageriale e i risultati di bilancio del direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi. Ciononostante, evita accuratamente di incontrarlo. Perché? Propaganda, anzitutto, secondo la quale il premier discute solo di massimi sistemi. E vabbè. Però c’è un sistema grande come l’etere: si possono imporre d’emblée 150 milioni di tagli senza un piano strutturale? L’Usigrai, il sindacato interno guidato da Vittorio Di Trapani, preme affinché "Renzi agisca subito: fissi le tappe" della riforma Rai "con tempi certi e serrati". In verità, il sottosegretario Alberto Giacomelli è ben pronto. Il suo piano prevede: canone più basso e contestuale lotta all’evasione; RaiUno con la pubblicità, RaiDue e RaiTre senza; rinnovo della concessione statale entro il 2015; tetto agli ingaggi; alienazione di parte del patrimonio immobiliare; riduzione delle spese per le sedi locali. Lo sciopero dell’11 giugno sembra scongiurato, non la rottura. Perché seguendo le orme di Roberto Fico, alle Europee il "partito Rai" si è fatto grillino. Finito male nelle urne, è venuto a più miti consigli, anche per le sponde "naturali" (i cosiddetti "Rainziani") trovate in azienda. Al punto che l’Usigrai appare un Bruto pieno di rabbia ma privo del pugnale.

Pier Carlo Padoan. Sono amici-avversari il premier e il suo ministro dell’Economia. Questione di caratteri, esuberante il primo, rigoroso il secondo. Finora l’ottimismo mediatico del primo ha debordato. Se però i dati dovessero continuare a essere negativi, Padoan costringerebbe il Paese a un bagno di realtà (e l’ultimo bollettino Istat rivela che la disoccupazione è al record del 13,6 per cento). Tutto questo mentre i burocrati ministeriali ridacchiano nell’ascoltare le ricette governative: le ritengono un libro dei sogni. Forse hanno torto, forse no, di certo sono schierati come un sol uomo contro Renzi. Che medita vendette, a suo modo costruttive. Con il fidato Graziano Delrio, il premier lavora a un decreto legge, finora segretato, per ridimensionarne il peso nei dicasteri. Un decreto che corre parallelo all’annunciato "Sblocca Italia". Si stanno limando gli ultimi commi, utili per scansare eventuali ricorsi alla Corte costituzionale. Anche se, grazie alla sponda di Giorgio Napolitano, è difficile immaginare una Consulta pronta a brutalizzare il novello Cesare.

Rosario Crocetta. Se il partito nazionale è ormai un monocolore renziano, a livello locale permangono sacche di resistenza. Certe federazioni regionali e provinciali "sono fogne. Prima o poi dovremo occuparcene, commissariamo tutto e non se ne parli più" (la confidenza è dello stesso Renzi al "Giglio magico"). Nel mirino ci sono Campania, Lazio, Calabria, Umbria e Sicilia, dove il tempo politico lo scandisce ancora l’abbrutito (politicamente, sia chiaro) Rosario Crocetta. È un tempo che sta per scadere: nell’Isola il premier vuole cambiare. Candidato unico: il fedelissimo Davide Faraone.

Rodolfo Sabelli. Renzi aveva già recuperato al Pd il principio del garantismo, chiamando nel suo governo diversi indagati. Poi ha chiesto di "portare lo stipendio dei magistrati da 311 mila a 240 mila euro". Infine è arrivato l’annuncio "per giugno" della riforma della giustizia. Apriti cielo: tra le toghe dell’Associazione nazionale magistrati è scoppiata la rivolta, a partire dal presidente Rodolfo Sabelli. Il premier ha però evitato il muro contro muro, coinvolgendo magistrati stimatissimi, come Raffaele Cantone e Nicola Gratteri, e delegando sotto traccia al ministro Andrea Orlando testi di riforma accettabili da tutte le parti in causa. Anm esclusa, però: l’ipotesi è che dirà di "no" a prescindere. Ed ecco perché Renzi le sta facendo terra bruciata attorno. Isolata, contro Cesare pure la (ex?) potentissima Anm poco o nulla può.

Pietro Grasso. Alla fine, tra tanti Bruto virtuali e disarmati, ne rimane soltanto uno equipaggiato di tutto punto. Uno che ha già litigato con il premier sull’abolizione del Senato. Uno che a Palazzo Madama piace a tutti, grillini compresi, al punto da renderlo un autorevole candidato per il Quirinale. In più Pietro Grasso è un figlio illegittimo del renzismo, proprio come Bruto lo fu di Cesare. Dovesse palesarsi quale capo dei congiurati, bisognerebbe per forza recuperare il Brutus di Cicerone: "Nulla che sia del tutto nuovo è perfetto". Renzi compreso.

Leggi Panorama Online

Ti potrebbe piacere anche

I più letti