L'assordante silenzio di Renzi
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L'assordante silenzio di Renzi

Non ha parlato alla direzione del Pd ma ai giornali "La legislatura sarà breve", mettendo in chiaro le cose - Gli 8 punti di Bersani - Sondaggio: confermereste oggi il vostro voto?

A 38 anni, Matteo Renzi ha l’agilità per tenersi in perfetto equilibrio sul filo dell’appartenenza al Pd, ma coerente con la propria posizione che è la più distante possibile da quella di Pier Luigi Bersani (garante del vecchio apparato e di una militanza della contrapposizione ideologica che sta per condannare l’Italia al caos).

Renzi non ha strappato e non ha attaccato, è riuscito però ugualmente a dire tutto quello che doveva dire e a mandare con franchezza tutti i segnali che voleva mandare.

Ieri, alla direzione del Pd, qualcuno pensava che il sindaco di Firenze avrebbe preso la parola. Ci è andato, in direzione, ha conversato con Veltroni e Franceschini, poi ha lasciato la riunione e tutti a chiedersi perché: era un gesto di lealtà verso Bersani? O un modo per dissociarsi? Intervistato dal “Messaggero”, Renzi ha dato la spiegazione più contundente per Bersani, seppure nella forma serena e scanzonata che gli è propria. “Non sono abituato a partecipare alle liturgie del partito, anche perché da sindaco sono impegnato con cose più concrete”. E ha aggiunto che appena chiusa l’impasse istituzionale si dovrà “fare una riflessione sulla forma partito”. Che non può essere più “solido, vecchia maniera”. E, stoccata finale, ha detto che il modello che lui ha in testa è un partito che “anzitutto fa a meno del finanziamento pubblico”. Colpo sottile ma mortale, per Bersani, la classica stilettata al cuore, perché l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è giustappunto il tema di maggior divisione tra Pd e 5 Stelle nel pieno delle smancerie di Bersani verso i grillini. Renzi, su questo, è con Grillo (e viceversa).

A Renzi nessuno può rimproverare di aver sabotato la linea perdente del segretario. In campagna elettorale, lo sconfitto delle primarie del centro-sinistra si è addirittura prestato in più occasioni a dichiarare pubblicamente il sostegno al candidato premier del Pd. Tutti sanno ma pochi ammettono, a sinistra, che Renzi avrebbe vinto le elezioni e sarebbe stato il premier incaricato con ottime probabilità di formare un governo monocolore Pd apprezzato anche a destra. Tutti sanno che Renzi è la risorsa del futuro, non solo per il Pd ma per l’Italia. E Renzi a “Ballarò” ha spiegato che certo non può essere lui, oggi, il protagonista di un Piano B per Palazzo Chigi, perché ha perso le primarie e prima deve vincerle. Evviva la democrazia.

Quest’uomo non può amare le “liturgie di partito”, la passerella-carrellata di alti dirigenti da politburo stile Botteghe Oscure, per quanto in diretta streaming, che dalle varie parti d’Italia “riflettono” sul voto ma sono tutti tenuti (tranne un astenuto) a avallare la mossa di Bersani volutamente destinata al fallimento. Liturgie, appunto. Prive di senso. Mentre il paese soffre. Prove di dialogo con i 5 Stelle che, vista la risposta di questi ultimi, somiglia a un’umiliante profferta con in palio una manciata di poltrone, e all’insegna dell’odio verso un terzo del paese che ha votato Berlusconi.

È ancora Renzi, con delicatezza, a indicare un’altra strada nel confronto con Grillo: la sfida sulle cose concrete. “Io a Firenze gli open data li ho fatti, le amministrazioni 5 Stelle no”. Quindi no, dice, al “gioco tattico” che sarebbe perdente. Grillo va sfidato “in mare aperto”.

Però che rabbia. Questo nostro paese ha risorse umane formidabili, ma la totale mancanza di senso comunitario e senso dello Stato prevale sulla ragionevolezza di soluzioni che sarebbero alla portata di tutti. Renzi lo ha detto: la legislatura rischia di battere il record di durata negativo. A questo punto, forse, è addirittura un bene se, dopo, ci sarà una sana competizione in un mondo non più stantio ma che guarda avanti, nel quale i contendenti somiglino tutti a Renzi.

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