Matrimoni e divorzi: come dirsi addio
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Matrimoni e divorzi: come dirsi addio

Ogni mille coppie che dicono sì, 307 si separano e 181 divorziano: il picco dopo 15 anni di convivenza. Piccola guida per sopravvivere dopo

 

Ogni mille coppie che dicono sì, 307 si separano e 181 divorziano. Il picco si verifica dopo circa 15 anni di vita insieme. In altre parole, l’Istat ci dice che una persona sposata su tre si separa e una su cinque divorzia. E sembra abbia fretta di farlo stando al recente via libera della Camera al disegno di legge per il divorzio breve.
 Sono cifre che comunicano un senso di disinganno e ci si chiede, smarriti, perché mai una forza così grande e propulsiva come l’Amore possa generare nelle relazioni umane tanto dolore e frustrazione. Affamati e feriti d’amore, così andiamo nel mondo. E così ci separiamo con la speranza, forse, di un’altra storia più felice o forse con la certezza di un mai più. A meno che non diventiamo, strada facendo, consapevoli che il dolore della separazione, e il conseguente senso di fallimento, può segnare l’inizio di una vita più autentica e responsabile.

Difficile arrivarci da soli e gli avvocati di solito non aiutano quando anzi contribuiscono ad inasprire il conflitto fra i coniugi intenti a separarsi. Di diverso avviso sono i mediatori familiari che lavorano affinché quel conflitto, pieno di rabbia e delusione, venga rielaborato. Soltanto così i due potranno continuare, pur separati, ad essere genitori con una certa obiettività.

Separarsi non è solo un fatto privato così come non lo è il matrimonio. Entrambi rappresentano un passaggio da uno status sociale ad un altro. Per questo richiedono un rituale che per suggellare l’unione c’è, ma non per concluderla. Quando una relazione finisce come ne usciamo?

 

A questo proposito Franca Gamberoni, coordinatrice della trentina Associazione Laica Famiglie In Difficoltà, 25 anni di esperienza nella mediazione familiare e innumerevoli docenze presso università e centri di mediazione in Italia e all’estero, ritiene quanto mai necessario un galateo codificato degli addii.

«Nonostante gli sforzi di tutti, gli amori continueranno anche a finire. Lasciarsi è un’esperienza umana che spesso diventa esperienza di frontiera, uno spazio “vuoto” di transizione dove sarebbe beneso-stareper guardare sui due confini. Sostare nel senso di stare fermi, starci dentro. Non per farsene una ragione, ma per trovare una ragione e da lì ripartire».

 Quello che accade è l’esatto contrario. Stiamo così male che non sappiamo fare altro se non agire travolti dall’emozione del momento.
 «In questo spazio di frontiera dove manca una ritualità del congedo, ricorrere ad un galateo, nel senso etico del comportamento, ci aiuterebbe a vivere l’uscita dalla relazione, a capirne i confini ed evitare cadute di stile che aggiungono dolore a dolore». Un esempio? «Dopo alcuni mesi dalla separazione, portare la figlia e la nuova compagna nello stesso albergo dell’anno prima è una caduta di stile così come lo è lasciare marito e figli, trasferirsi con il nuovo compagno qualche casa più in là e aspettare un bambino».

 

La fine di un amore vissuto in solitudine genera rancore e vendetta. «Un codice di comportamento potrebbe rappresentare un modo adeguato per congedarsi e, viceversa, accettare di essere abbandonati che non lacerasse la propria identità portando al rischio del naufragio di sé».

Ma questi modi richiedono tempi lunghi che la nostra società autoreferenziale, improntata all’efficientismo non insegna e anzi va di fretta. Troppo lunghi tre anni per divorziare. Come se la sofferenza non avesse bisogno di tempo e le persone non fossero abbastanza importanti. Come se separarsi non fosse un dramma.

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