Haftar-Libia
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L'Italia ha perso la Libia

Il fallimento della missione del Ministro degli Esteri Di Maio è la prova della inadeguatezza personale e del Governo

L’Italia è riuscita a perdere la Libia che sta scivolando verso un’escalation del conflitto pronto ad esplodere in una guerra più ampia con il coinvolgimento sul terreno della Turchia dalla parte del governo di Fayez el Serraj e degli egiziani al fianco del generale Khalifa Haftar. L’inetto ministro degli Esteri, Luigi di Maio, è rimasto come da copione con il cerino in mano. Il leader 5 stelle si era fatto portavoce di una misisone europea, che doveva arrivare a Tripoli come panacea i tutti i mali, ma non è mai partita.
Le truppe di Haftar hanno ripetutamente bombardato l’aeroporto Mittiga rendendo impossibile un atterraggio nella capitale. L’alternativa era Misurata, la Sparta libica, che ha minacciato proteste violente soprattutto contro il ministro degli Esteri francese accusato di appoggiare l’uomo forte della Cirenaica. I notabili della città guerriera hanno anche attaccato l’Italia per i suoi tentennamenti. Alla fine il governo Serraj ha avuto gioco facile a cancellare la visita, forte del patto di ferro con Ankara per l’invio di un contingente turco, che ha già mandato avanti le prime avanguardie.
Di Maio, dopo la riunione di emergenza odierna a Bruxelles, ha partorito il solito topolino annunciando che da “domani l’Europa prenderà iniziative importanti sulla Libia. Bisogna parlare con tutti gli interlocutori, convincerli al cessate il fuoco”. Sarà duro farlo a parole, in nome della diplomazia e della più volte rimandata conferenza di pace di Berlino mentre sul terreno si spara e si combatte una guerra per procura con evidenti interessi e coinvolgimenti militari stranieri di una nutrita schiera di paesi.
Ad un certo punto sembrava che la proposta europea fosse l’imposizione di una no fly zone, che non piace ai russi e serve a poco oltre ad aver bisogno di tempo per diventare operativa. L’unica soluzione concreta sarebbe una forza di interposizione fra i contendenti a cominciare dal fronte di Tripoli per garantire un vero cessate il fuoco e costringere Serraj e Haftar a sedersi attorno ad un tavolo per negoziare la pace con un accordo sul futuro del paese.
Nessuno, però, vuole rischiare i propri scarponi sul terreno, a parte i turchi del “sultano” Erdogan, che hanno già deciso l’invio di un contingente di 5000-6000 uomini. Se non rimarrà solo uno spauracchio gli egiziani potrebbero muovere i carri armati in Cirenaica in difesa di Haftar. Nel frattempo hanno iniziato manovre navali imponenti per mostrare i muscoli ad Ankara nel Mediterraneo. E l’8 gennaio sono convocati al Cairo i rappresentanti di Francia, Grecia e Cipro, il fronte anti turco con l’adesione all’ultimo minuto dell’Italia.
In realtà nelle stesse ore il destino della Libia potrebbe essere deciso all’inaugurazione del gasdotto Turkstream da parte di Recep Tayyip Erdogan e del presidente russo, Vladimir Putin. Il “sultano” e lo “zar”, che il giorno prima ha fatto tappa a Damasco potrebbero spartirsi l’ex regno di Gheddafi. “Bisogna capire bene cosa vogliono fare turchi e russi, ma il paese rischia la sua unità” spiega una fonte diplomatica immersa nel dossier libico. La Cirenaica andrebbe per conto suo rimanendo nella mani di Haftar che si è spinto fino a Sirte, fra avanzate e ritirate, controllando il forziere petrolifero del paese. La Tripolitania con il gas resterebbe a Serraj difeso dalla baionette di Misurata e quelle turche, se necessario. La Libia fondata dagli italiani dopo aver sconfitto gli ottomani nel 1911 si dissolverebbe nel nulla. Anche se non ci fosse la divisione si sta profilando la peggiore Caporetto geopolitica della storia repubblicana. L’incapacità politica nel giocare una partita internazionale dove è necessario mostrare i muscoli mette a rischio anche il nostro contingente, del tutto inutile in questa situazione di crisi. Negli ultimi mesi i 300 uomini di difesa dell’ospedale militare all’aeroporto di Misurata hanno dovuto scavare un dedalo di bunker per ripararsi da una dozzina di attacchi aerei di Haftar sullo scalo. Pochi giorni fa è stata bombardata dal generale una base della milizia Nawassi a 500 metri da nave Pantelleria della Marina militare ormeggiata a Tripoli per aiutare la Guardia costiera nel contrasto dell’immigrazione clandestina.

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