Giustizia libica
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Giustizia libica

Senza Gheddafi serve una struttura credibile, ma al momento resta l'emergenza sicurezza (e lo stato laico è solo un'ipotesi)

di Claudia Gazzini per East

Nell’attacco militare alla città di Bani Walid dell’ottobre 2012, oltre 50 persone hanno trovato la morte e 10.000 famiglie sono state costrette a lasciare le proprie case perché la città ha rifiutato di consegnare personaggi ricercati a gruppi ribelli armati. Lo stato di confusione che regna nella giustizia libica dimostra quanto le mancate riforme del sistema giudiziario possano alimentare la lotta armata. Ad oltre un anno dalla caduta di Gheddafi, l’assenza di un sistema giudiziario funzionante e l’incapacità del governo di contenere il potere dei gruppi armati rivoluzionari (che continuano a gestire campi di prigionia e ad esercitare forme proprie di giustizia) ostacolano ogni tentativo di ricostruire la nazione e rischiano di minare l’autorità di questo stato debole e frammentato.

I tentativi di far decollare il sistema giudiziario libico vacillano. Circa 7.000 persone catturate dalle brigate rivoluzionarie sono ancora detenute arbitrariamente senza alcun procedimento legale in corso. Le corti penali del paese operano a scartamento ridotto. Solo pochi processi, intentati contro ufficiali di altro grado dell’era Gheddafi, si sono svolti davanti a tribunali regolari. Le corti militari, con giurisdizione sui combattenti oltre che sui civili che hanno sostenuto le forze di Gheddafi, prevedono di processare più di 1.000 prigionieri di guerra ma mancano di indipendenza. La sicurezza delle prigioni controllate dal governo fa acqua e le fughe si moltiplicano. I giudici e i pubblici ministeri vengono spesso minacciati. La corruzione pervade tutti i livelli del sistema giudiziario.

Oltre alla debolezza intrinseca del sistema giuridico libico, minato da decenni di interferenze politiche, l’odierna paralisi è anche dovuta alla totale mancanza di sicurezza nel paese. Una forza di polizia inefficace e una popolazione con accesso illimitato ad armi di ogni genere, hanno contribuito a indebolire la capacità dello stato di garantire una giustizia equa. Centinaia di gruppi si sono rifiutati di deporre le armi dopo la caduta di Gheddafi e adesso operano come forze di polizia parallele e spesso antagoniste. Le loro indagini e i loro arresti dovrebbero dipendere da un Ufficio d’Indagine Civile o da un pubblico ministero militare, invece agiscono in modo indipendente e arbitra- rio. Per lo più, tali unità non hanno alcuna capacità investigativa e i loro membri nessuna formazione nè di polizia nè legale.

Un’ulteriore spada di Damocle pende sulla sicurezza libica: l’assenza di ogni assunzione di responsabilità da parte dei combattenti che hanno commesso crimini durante il conflitto del 2011. A marzo 2012 una Commissione investigativa dell’ONU ha decretato che le forze rivoluzionarie hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità ma queste accuse non hanno portato ad alcuna indagine. Nel maggio seguente, il Consiglio Transitorio Nazionale libico ha approvato una controversa amnistia garantendo l’immunità per tutti i crimini commessi durante la rivoluzione, inclusi l’assassinio e la deportazione forzata. La legge incoraggia così a sorvolare sui crimini com- messi e a usare lo stesso metro di giudizio per le azioni compiute ora, in tempo di pace.

Quando hanno conquistato il potere, i nuovi leader libici avevano promesso di voltare pagina rispetto agli abusi commessi durante l’era di Gheddafi, quando i processi politici, la detenzione e l’uccisione degli avversari del regime erano all’ordine del giorno, e hanno garantito il loro impegno a far rispettare la legge. “Una giustizia equa è una delle rivendicazioni che hanno innescato questa rivoluzione e una delle ragioni che ci hanno portato a questo punto,” ha commentato l’ex Primo Ministro Abdurrahman El Keib in visita ad un campo di detenzione nel luglio 2012, alla vigilia delle prime elezioni nazionali. Il primo ministro attuale, Ali Zeidan, ha promesso di instaurare uno stato legale in Libia. Nell’agosto 2012 questa promessa venne inclusa nella Dichiarazione Costituzionale ad Interim: “Non vi sarà alcun crimine o sanzione se non in base al testo della legge” e “ i giudici saranno indipendenti, soggetti alla sola autorità della legge e delle proprie coscienze”.

La buona fede è fuor di dubbio. Ma purtroppo le autorità fanno fatica a far rispettare queste buone intenzioni. Qualche progresso si è notato nelle condizioni di vita dei prigionieri nelle carceri, nell’infrastruttura giudiziaria, in una maggior indipendenza della Corte Suprema e della Corte Suprema Giudiziaria (SJC). Il 23 dicembre 2011, la Corte Suprema ha emesso una sentenza che stabilisce l’incostituzionalità delle procedure adottate fin qui per i processi penali. Alcuni sviluppi positivi stanno prendendo forma. Ma il governo incontra molti ostacoli nell’implementare la fondamentale riforma del sistema giudiziario. Ad ottobre 2012 una bozza di legge sul sistema giudiziario, presentata dalla SJC, suggeriva di epurare tutti i giudici compromessi con il regime, ma la proposta ha dato luogo a critiche in virtù delle drastiche e inappellabili categorie previste per la rimozione dei giudici. Per di più, la bozza di legge lascia insoluti molti problemi ereditati dalla lunga sequela di interferenze politiche del passato. Nonostante la legge libica preveda un sistema giudiziario indipendente, in realtà non lo è mai stato.

Ancor più rilevante il fatto che le autorità non siano in grado di fermare i gruppi armati che continuano a praticare la giustizia del vincitore. Ciò ha portato all’instaurazione di una grammatica politica che porge sostegno istituzionale ai comportamenti illeciti delle bande. Le forze rivoluzionarie hanno redatto elenchi di ricercati senza prestare alcuna attenzione alle procedure legali. Gli arresti arbitrari, i rapimenti e le uccisioni di presunti oppositori della rivoluzione e di membri delle forze di sicurezza di Gheddafi sono continuati anche dopo la fine ufficiale della guerra e nessuna indagine è stata intrapresa in proposito. Perfino gli esecutori dell’attacco contro il consolato americano a Benghazi nel settembre 2012 , dove ha trovato la morte l’ambasciatore ed altre 3 persone, devono ancora essere catturati. L’attacco del 12 gennaio 2013 contro il console Italiano è l’ultimo di una serie di attacchi mirati nella capitale orientale.

Questi atteggiamenti hanno seriamente compromesso il processo di riconciliazione nazionale. Nel maggio 2012, il capo islamico Ali Sallabi ha avviato un dialogo con gli ex-sostenitori del regime di Gheddafi fuggiti in Egitto, ma l’iniziativa ha incontrato una fiera resistenza da parte del Consiglio Nazionale di Transizione, l’organo di governo rivoluzionario che ha preso il potere fino all’elezione del Congresso Nazionale Generale avvenuta nel 2012. Svariati politici libici si sono dichiarati contrari ad una riconciliazione facile senza assunzione di responsabilità, e accusano le autorità governative di avallare la giusti- zia transitoria per permettere agli ex sostenitori del regime di riguadagnare posizioni di potere, ed insistono che venga attuata una giustizia punitiva nei loro confronti. “Devono essere condannati a morte o processati,” ci conferma uno dei capi rivoluzionari più influenti.

Tra la popolazione li- bica, e perfino tra coloro che hanno sostenuto la rivoluzione fin dalle prime ore, monta la rabbia verso l’autorità senza freni delle bande ri- belli. L’espressione ma fish qanum (non c’è legge) è oramai sulle labbra di tutti. Perfino il capo del Con- gresso Nazionale Generale (GNC) ha ammesso che i ritardi nel riattivare e riformare la giustizia “hanno dato luogo ad uno stato di malcontento e tensione in molti settori della società

e contribuiscono alla diffusione del caos, del disordine, della corruzione e indeboliscono l’operato di molte agenzie governative”.

I problemi del sistema giudiziario libico sono saliti alla ribalta interna- zionale in occasione della controver- sia innescata tra la Libia e la Corte Penale Internazionale (ICC). La Libia e l’Aia si fronteggiano sulla compe- tenza giuridica per il processo al fi- glio di Gheddafi, Saif al-Islam, tutt’ora in mano ad un gruppo armato nello Zintan, dopo la sua cattura nel novembre 2011. L’arresto e le tre set- timane di detenzione in Libia imposte al legale australiano di Saif al-Islam, assegnato direttamente dall’ICC, nel giugno 2012, hanno ulteriormente acuito le tensioni tra Tripoli e l’Aia. Sia il governo libico che le forze ri- voluzionarie sono inequivocabil- mente decisi ad organizzare un pro- cesso a casa propria con o senza

l’approvazione internazionale, per- ché vogliono che Saif sia imputato di una serie ampia di crimini oltre a quelli che rientrano nella giurisdi- zione dell’ICC. Ma per ottenere la ge- stione del processo, la Libia deve di- mostrare ai giudici della ICC di essere capace di garantire un processo equo.

Quale che sia l’esito del ricorso inoltrato dalla Libia, sta alla comu- nità internazionale e all’ICC soste- nere gli sforzi che il paese sta intra-

prendendo per riformare il sistema giudiziario. Questo impegno diver- rebbe ancora più necessario qualora la Libia decidesse di procedere con il processo di Saif al-Islam a dispetto di un parere negativo dell’ICC. La Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), l’UNDP e l’UE, che stanno agendo come advi- sor per le autorità libiche sulla giu- stizia transitoria dalla fine della guerra, le altre organizzazioni inter- nazionali e i partner bilaterali della Libia dovrebbero coordinare le pro- prie azioni per il contesto legale e giuridico del paese, ben coscienti delle tensioni che un quadro politico e di sicurezza così frammentato pos- sono produrre. L’Italia in particolare potrebbe giocare un ruolo significa- tivo fornendo assistenza alla riforma e al ripristino del sistema giudiziario libico, vista l’influenza che il codice penale italiano ha avuto nella for- mazione di quello che a tutt’oggi usano i giudici libici.

La transizione politica della Libia è irta di pericoli a causa della scarsa sicurezza, del potere che esercitano le bande di ribelli ancora armati, dei reiterati conflitti locali e della debo- lezza delle istituzioni statali. Mentre il paese intraprende un progetto di nuova costituzione, che dovrebbe delineare il futuro ruolo dell’organo di giustizia, è essenziale che gli au- tori siano ben coscienti dei retaggi e dei fallimenti del passato al fine di rimuovere gli ostacoli che impedi- scono l’insediamento di un sistema giudiziario indipendente, uno degli obiettivi dichiarati delle sommosse libiche del 2011.

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