La responsabilità civile va alla Consulta
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La responsabilità civile va alla Consulta
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La responsabilità civile va alla Consulta

Un giudice di Verona spedisce la riforma renziana alla Corte costituzionale. Esattamente come aveva previsto Panorama

“Oggi i magistrati si lamentano, ma è lo stesso vacuo bla-bla di 26 anni fa, con le medesime parole d’ordine” dice Gian Domenico Caiazza, penalista romano e presidente della Fondazione Piero Calamandrei. Caiazza è una vera autorità, in materia. Nell’aprile 1988 era nel collegio che, a nome di un Enzo Tortora ormai morente di cancro, chiese un risarcimento per il disastro giudiziario che cinque anni prima, a Napoli, aveva assurdamente coinvolto il giornalista in un’inchiesta su camorra e droga. Era stato proprio il caso di Tortora, riconosciuto innocente dopo sette mesi di custodia cautelare e una gogna aberrante, ad avviare il referendum e a garantirne il successo.

Nell’aprile 1988 la Legge Vassalli, appena varata, conteneva un articolo che ne impediva l’applicazione retroattiva. Poiché il referendum aveva abrogato le norme antecedenti, i difensori di Tortora si trovarono nella peculiare situazione di agire senza limiti. “Per la prima e forse unica volta nella storia del Paese facemmo causa ai magistrati come se fossero normali cittadini” ricorda Caiazza. “Ma il Tribunale di Roma passò la palla alla Consulta. Questa stabilì che l’irretroatttività della Legge Vassalli era incostituzionale nella sola parte che riguardava il filtro sulla fondatezza delle nostre pretese: quella mancanza violava il principio d’indipendenza e autonomia della magistratura”.

Insomma: il filtro del giudizio di ammissibilità doveva esserci, per forza. Risultato? “A quel punto per il risarcimento avremmo dovuto partire daccapo" dice Caiazza "ma con quella pagliacciata avevamo perso due anni. Decidemmo di lasciar perdere”. Il ricordo dell’avvocato di Tortora è preciso (la sentenza della Consulta è la n. 468 del 22 dicembre 1990) e oggi fa scoppiare come una bolla di sapone la principale, presunta innovazione della riforma appena varata. Caiazza ne è certo: “La questione sull’abolizione del filtro potrà essere sottoposta in ogni momento alla Corte costituzionale, che con tutta probabilità confermerà il suo orientamento di 25 anni fa”.

Era stato facile profeta, l’avvocato Gian Domenico Caiazza (ma un poco lo è stato anche il vostro cronista). Lo scorso 2 marzo, nemmeno due settimane dopo l’entrata in vigore della riforma della responsabilità civile dei magistrati, con una storia di copertina dalla quale è tratto il brano in corsivo qui sopra, Panorama aveva annunciato che la nuova legge sarebbe stata presto azzoppata dalla Corte costituzionale. Perché, esattamente come era accaduto nel 1989, la Consulta sarebbe stata chiamata a pronunciarsi sull’abolizione dell’udienza “filtro”, uno dei cardini della riforma di oggi.

Sono bastati meno di due mesi, ed ecco che una questione d’incostituzionalità viene prospettata per la prima volta dal Tribunale civile di Verona.

Il giudice Massimo Vaccari, che pochi giorni fa ha rimesso la legge alla Consulta, per farlo parte proprio dalla sentenza della Consulta del 1989, che, nel dare il via libera alla legge Vassalli (la prima legge sulla responsabilità civile dei magistrati, varata un anno prima), aveva censurato la legge perché aboliva il filtro di inammissibilità delle infondate azioni civili contro i magistrati, ma non del dovere del Pg della Cassazione di esercitare ogni volta l'azione disciplinare: e poiché "non può essere considerata una svista del legislatore", dice il giudice Vaccari, il risultato è che la legge "attribuisce a una parte la possibilità di influire indebitamente sul corso del giudizio o sulla serenità del giudice, senza preventiva verifica dei suoi assunti".

Ora preparatevi: i ricorsi saranno decine. E la Corte costituzionale demolirà questa riforma. Che come (purtroppo) volevasi dimostrare, è del tutto inutile.

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