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Riforma costituzionale: la pacificazione negata

Serviva un accordo il più possibile condiviso. Invece il paese arriverà lacerato al referendum

Appena chiuse le urne per il referendum sulle trivelle, il presidente del Consiglio ha rilasciato una lunga dichiarazione in diretta televisiva. Ognuno di voi, magari rivedendolo, giudicherà se il discorso era farcito di riferimenti sprezzanti e trasversali, frecciate spigolose, invettive mascherate, livore politico quasi al punto di tracimare nell'attacco diretto e personale.

È stato il discorso di "uno contro tutti", l'ennesima riedizione di un cliché che pone da un parte i "buoni" e dall'altra i "cattivi". Uno statista dovrebbe riflettere e tanto, in particolare modo nel caso in cui quasi 13 milioni e mezzo di italiani gli voltano le spalle avendo egli stesso tradito la natura del quesito ponendolo su un piano diverso e "altro".

Ancora una volta, invece, il nostro si è dimostrato uno scattista piuttosto che uno statista: infatti ha buttato la palla non già nel campetto delle prossime elezioni amministrative (tira infatti una brutta aria per i suoi candidati da Milano a Napoli passando per Roma) quanto sul prossimo referendum, quello che ci chiederà un parere sulla modifica della Costituzione. Che, tanto per cambiare, viene posto dal premier in termini di "o con me o contro di me": se passa resto, se non passa me ne vado.

Ci separano sei mesi dall'appuntamento. Già oggi il Paese è lacerato, avvelenato da una continua rissa che inevitabilmente rimanda alla radice di un governo e di un presidente del Consiglio che nessun elettore ha votato. La modifica della Costituzione, proprio perché avviene in questo contesto, necessitava di un accordo il più possibile condiviso tra maggioranzae opposizione.

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Non è successo, anzi. Però, signori lettori, chi dubita che la Costituzione non debba essere prima e soprattutto una garanzia e anzi il presidio fondamentale di quel "riposato vivere civile" al quale deve tendere e ancorarsi ogni società? Andremo invece a votare col coltello tra i denti al termine di una durissima e assordante campagna referendaria che Matteo Renzi ha già trasformato in un voto personale. Nulla rimarrà, neanche in sottofondo, della serietà, dell'amoree della cura che dovrebbero formare nel Paese un'autentica "coscienza costituzionale".

Che, badate bene, non è un artificio dell'anima: "coscienza costituzionale" è il presupposto per l'esercizio e la sicurezza dei diritti politici, proprio perché rappresenta la base del rispetto e della legittimazione tra cittadini che la pensano in maniera diversa. Perdere questa bussola e giocare una partita per inseguire il consenso personale significa mortificare il valore più alto, e cioè la Costituzione, intorno al quale poggia la Repubblica. Intorno a queste considerazioni, dal richiamo al "riposato vivere civile" a quello sulla "coscienza costituzionale", si mossero i nostri padri costituenti nel secondo dopoguerra.

Uno di loro, Paolo Rossi, che fu anche presidente della Corte Costituzionale negli anni Settanta, si occupò della revisione della Carta. Aveva una grande preoccupazione: "Ciò che si deve pretendere è che la Costituzione sia posta al riparo dalle transitorie oscillazioni della politica e da quegli improvvisi ed effimeri "scarti d'umore" da cui i popoli, e il nostro specialmente, non sono più immuni degli individui". Mi sembra chiarissimo.

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