L'Nsa spiava Parigi. Dov'è il mistero?
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L'Nsa spiava Parigi. Dov'è il mistero?
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L'Nsa spiava Parigi. Dov'è il mistero?

Spiate 70,3 milioni di chiamate telefoniche in Francia in soli trenta giorni tra il 10 dicembre dello scorso anno e 8 gennaio 2013. Lo rivela Snowden, tanto per cambiare

per Lookout news

Il duo Snowden-Greenwald colpisce ancora. Solo pochi giorni fa filtrava la notizia che Glenn Greenwald aveva lasciato il quotidiano di Londra per fondare un suo personale portale d’informazione, dal quale avrebbe poi rivelato nuove sconvolgenti verità.

 

Ma ecco che oggi riappare la sua firma sul quotidiano francese ‘Le Monde’ ed è ancora scoop. E un nuovo choc: stavolta, oltre che per l’Amministrazione Obama, lo è per i francesi, per il governo di Parigi e un po’ per tutto il mondo interconnesso.

 

Il nuovo “leak” di Snowden, infatti, rivela come l’NSA, l’agenzia di sicurezza nazionale alle dipendenze del governo degli Stati Uniti, abbia intercettato - tra le altre - anche 70,3 milioni di chiamate telefoniche fatte in Francia, in un periodo di trenta giorni tra il 10 dicembre dello scorso anno e l’8 gennaio 2013, sulla base di parole chiave.

 

Apparente sconcerto è stato comunicato dall’Eliseo sia per bocca del ministro degli Esteri, Laurent Fabius, il quale ha annunciato di aver convocato "immediatamente" l’ambasciatore degli Stati Uniti per discutere di queste gravi affermazioni. Sia per bocca del ministro dell'Interno, Manuel Valls, il quale ha definito le notizie "scioccanti" e bollato questo comportamento del governo americano come “del tutto inaccettabile".

 

Vero choc o finzione?
 Quella che appare essere una notizia acclarata e ancora non smentita, sembra l’ennesima tegola per la National Security Agency americana, l’agenzia deputata alla sicurezza nazionale che si occupa, tra le altre cose, di proteggere e monitorare le conversazioni e i dati che transitano per i circuiti governativi e diplomatici. Sembra, ma lo è davvero?

 

Edward Snowden, l’ex tecnico al servizio della CIA “pentito”, che ha rubato i segreti della NSA mesi or sono per rivelare al mondo quel che fanno i governativi USA, era fuggito a Hong Kong con la messe di dati e da lì – era il 5 giugno – attese che il quotidiano ‘The Guardian’ e ‘The Washington Post’ innescassero il detonatore. Finché, a seguito di un’incriminazione ufficiale, raggiunse la Russia, dove in questo momento possiede un visto di un anno, in attesa che venga valutata la sua richiesta d’asilo.

 

Da allora, Snowden centellina le notizie con lucida determinazione e con la penna compiacente di Glenn Greenwald che - val la pena sottolineare - è il giornalista del ‘Guardian’ che per primo fece conoscere al mondo quelle rivelazioni che passeranno alla storia come “Datagate”.

 

Questo caso senza precedenti - eccettuato il preambolo di “Wikileaks” - non solleva solo il velo sul gigantesco sistema d’intercettazione (denominato Prism) con il quale il governo Usa intercetta milioni di conversazioni di cittadini nel mondo. Esso è forse rivelatore di un altro messaggio cifrato, e quel messaggio - che si presume involontario - dice che la cosiddetta privacy non esiste più.

 

Questa non è solo una chiacchera da bar, ma un elemento sul quale non si riflette mai abbastanza, visto che incide significativamente e in maniera crescente sulla società collettiva e globalizzata. Un fatto di cui i governi del mondo, peraltro, sono pienamente consapevoli.

 

Cosa sta succedendo?
Si può sostenere che Snowden sia stato animato da un sentimento vero, maturato nel profondo della propria coscienza, e da cui è derivato un pentimento che poi lo ha condotto al gesto redentore: rivelare al mondo “la verità”, nella convinzione che - legale o meno che sia - il metodo usato dalla NSA è sbagliato nel principio. È possibile, ed è nella natura umana.

 

Oppure si può sostenere che il tutto sia stato orchestrato dagli stessi governi coinvolti nel caso e che lo stupore di Washington, Londra e Parigi (ma tanti altri ne potremmo citare) sia una finzione ancor più grande dello scoop stesso del Datagate. È credibile, ad esempio, che Parigi non sapesse del programma Prism della NSA? Ed è credibile l’atteggiamento degli altri Paesi NATO, che condividono satelliti e basi d’intercettazione da decenni?

 

Ma si può anche pensare, molto più banalmente e prosaicamente, che grazie alla tecnologia prêt-à-porter non esista più un controllo reale sulla sicurezza delle informazioni né un’etica del lavoro impermeabile, tali da impedire a un dipendente sottopagato (lo stipendio di Edward Snowden come funzionario alla CIA era notevolmente inferiore a quello percepito alla società privata Booz Allen Hamilton) di non tradire per un vantaggio personale. È un caso, ad esempio, che gli agenti segreti russi oggi siano tornati ad archiviare e passarsi informazioni con le macchine da scrivere?

 

Nella natura umana, infatti, è anche il cedere a una tentazione, magari di un Paese straniero, e “passare al nemico” per un’ingente somma di denaro, consegnandogli senza troppa difficoltà i segreti del proprio governo. In tal caso, ci troveremmo di fronte al vecchio doppiogioco, uno sport praticato da tempi immemori sia da agenti segreti sia da funzionari corruttibili di tutto il mondo.

 

Insomma, in un mondo schizofrenico che spontaneamente consegna alla rete le informazioni personali e condivide di tutto, finanche le proprie impronte digitali (presto saranno il sistema più diffuso per usare gli smartphone), possiamo illuderci davvero di avere ancora diritto alla privacy?

 

Sarebbe un tema su cui riflettere seriamente, senza inseguire il gossip dei vari Wikileaks e Datagate di turno, fingendo di non essere a conoscenza del fatto che di segreto oggi resta davvero poco. Nel frattempo “Taci, il nemico ti ascolta!”.

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