Cosa abbiamo scoperto di JFK
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Cosa abbiamo scoperto di JFK

Robert Dallek è il suo più importante biografo. Ecco cosa ha capito del presidente ucciso a Dallas. Dallas, come l'11settembre - Mille giorni alla Casa Bianca

Questo signore dal largo sorriso e dalle spesse lenti da vista, nato nel "lontano" 1934, è tra coloro che meglio conoscono i segreti dei presidenti degli Stati Uniti. Come storico, ha prodotto una quantità sterminata di libri, articoli e ricerche sul tema. Una delle sue opere di maggiore successo è la biografia di John Fitzgerald Kennedy ("Una vita incompiuta" edito in Italia da Mondadori), basata su alcuni documenti fino ad allora sconosciuti a cui il professore dell'Università di Boston ha avuto accesso. Uno degli ultimi   lavori di Robert Dallek ("Alla corte di Camelot: dentro la Casa Bianca di Kennedy") descrive invece il rapporto tra JFK e i suoi consiglieri, smitizzando quello che per anni è stato descritta come una famiglia, un gruppo coeso di persone, mentre invece, spesso, si comportava come scorpioni in lotta tra di loro e a volte anche con il presidente.

Perchè JFK è ancora così amato?

Un sondaggio Gallup del 2010 diceva che l''85% degli americani vede in modo positivo la figura di John Fitzgerald Kennedy. Dopo di lui, Ronald Reagan con il 74% dei consensi. L'uno, il modello di presidente democratico, l'altro, di quello repubblicano. JFK è ancora molto amato dagli americani. La sua, era una combinazione quasi unica. Era un uomo carismatico, giovane e bello; un eroe di guerra, ma allo stesso tempo anche un grande scrittore, quindi un intellettuale; un politico empatico ma anche con una visione e una prospettiva, un presidente saggio e coraggioso, pieno di glaumor e capace di trasmettere la sua genuina voglia di cambiamento a un'opinione pubblica appena uscita dai difficili anni'50.

"Kennedy ha dato speranza alle persone - ha detto Robert Dallek - Ha dato alle persone quello di cui le persone hanno bisogno: la speranza. Le persone vogliono un presidente che sia dalla loro parte, che sia in grado di dare ispirazione, che sia in grado di dare un senso di energia. Tutti si ricordano i suoi discorsi, tutti ricordano la sua figura."

JFK dava l'impressione di fare quello in cui credeva. Di muoversi sulla base delle sue convinzioni morali e non di un secondo fine. Per questo, è ancora così amato. Per questo ha lasciato un'eredità (storica). Pensava alla presidenza come "il luogo" dove poter fare le azioni necessarie per dare una direzione di marcia al paese. Negli anni in cui era al Congresso sentiva un grande senso di impotenza e frustrazione perché non poteva incidere sullo stato delle cose.

La politica estera era al centro dei suoi pensieri

Fin dallo storico discorso d'insediamento ("Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese"), JFK pose le basi per espandere i poteri del presidente negli affari esteri, fino ad allora molto condizionati, se non dal Dipartimento di Stato anche e soprattutto dai vertici militari. "Il discorso inaugurale mostrò la sua volontà di indirizzare la sua politica estera verso un sforzo per raggiungere un equilibrio pacifico" - ha scritto Dallek. Il modo in cui gestì la Crisi di Cuba, (cercando di evitare un conflitto nucleare con l'Urss, ma non cedendo di un passo rispetto alla presenza dei missili sul suolo cubano) gli permise di avere ancora di più il controllo sugli affari esteri, per lui cos' importanti.

 

Fu lui a determinare l'aumento delle truppe americane in Vietnam (fino a 16.000 soldati per difendere Saigon), ma predisse che quella guerra non avrebbe potuto essere vinta. "Perderemo come hanno fatto i francesi dieci anni fa" - confidò a un suo consigliere. Cosa avrebbe fatto se non fosse stato ucciso a Dallas? "Nessuno può dirlo - ha scritto Robert Dallek - Ma mi sembra evidente - come dimostra la sua decisione di mettere in calendario il ritiro di almeno 1.000 soldati per la fine del 1963 - che volesse evitare di rimanere coinvolto in una guerra di terra nel Sudest asiatico."

Il rapporto con i militari

Fu molto difficile. Il presidente Kennedy dovette fronteggiare una sorta di rivolta da parte dei suoi generali. Il capo di stato maggiore delle forze armate, Lyman Lemnitzer non lo considerava in grado di prendere decisioni sensate in campo militare. JFK invece voleva che fosse chiaro come il potere politico (cioè lui) comandasse su quello militare. Per questo volle che venisse stabilito il principio secondo il quale sarebbe toccato al comandante in capo (il presidente) ogni decisione sull'utilizzo delle armi atomiche, il cui scopo principale - disse Kennedy ai generali - doveva essere quello di deterrente nei confronti dei sovietici. Tale invasione di campo non fu gradita dai vertici delle forze armate, che dovettero però piegare il capo. Kennedy capì che una delle sue priorità della sua presidenza era proprio quella di riportare i generali sotto il suo controllo.

Lo scontro tra Kennedy e i militari ebbe altri momenti molto aspri. Uno di questi fu durante la crisi dei Tredici Giorni, quando il presidente rifiutò il piano dei militari di bombardare i siti missilistici sovietici a Cuba. Durante una delle riunioni ci fu una discussione così dura che Kennedy lasciò la stanza con una maschera di rabbia sul viso. E anche quando Nikita Krusciov annunciò il ritiro dei missili, i militari consigliarono a Kennedy di non fidarsi delle parole del leader sovietico, ma di attaccare Cuba. Come si sa, JFK si fidò di Krusciov e gli alti ufficiali, dopo che lui lasciò la stanza, esplosero in una serie di insulti nei suoi confronti. "Abbiamo subito la più grave sconfitta della nostra storia" - urlò il comandante dell'Air Force, il generale Curtis LeMay.

Camelot

Il mito nacque dopo la sua morte. Ma la Casa Bianca di Kennedy non fu soltanto il luogo dove un gruppo di consiglieri lavorava e agiva per il bene della nazione, ma anche - e spesso - il palcoscenico di forti lotte intestite tra grandi personalità, ego smisurati, individulisti sfrenati. Spesso, quello che al di fuori appariva una sorta di gruppo famigliare, con molti fratelli che si danno una mano l'uno con l'altro per raggiungere insieme l'obiettivo, non era altro, in realtà, che una pattuglia di individualità che si muoveva in ordine sparso e che talvolta entrava in collisione con il compagno di fianco, se questo non accadeva con il capo, il presidente.

Più interessato alla politica internazionale che a quella interna, Kennedy - ha scritto Robert Dallek - sperava che il suo staff fosse in grado di fare il lavoro sporco e oscuro di un'amministrazione. Chiamò al Pentagono Robert McNamara nonostante gli fosse stato sconsigliato di farlo, visto la sua probabile incapacità di ricoprire il ruolo di segretario alla difesa. Dean Rusk, invece, fu nominato Segretario di Stato perché JFK voleva un ministro degli esteri che prendesse ordini dal presidente senza discuterli. Chiamò alla Casa Bianca Theodore Sorensen e Arthur M. Schlesinger Jr perchè era i tipici intellettuali liberal che avrebbero potuto fornire visioni e idee progressiste al suo governo.

In realtà, come sapeva bene  il vicepresidente Lydon Johnson, la squadra di Kennedy era molto debole dal punto di vista politico. E fece tanti errori. Come quello di dare solo buone notizie sul Vietnam al presidente (e non le cattive) in modo da mascherare il vero andamento della guerra. Ma nonostante questo, JFK era ben conscio di quello che accadeva nel Sudest asiatico. La sua profezia ("Non potremo mai vincere questa guerra"), tragicamente per l'America, si avverò.

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