Io, l'unico che poteva salvare Jfk
Io, l'unico che poteva salvare Jfk
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Io, l'unico che poteva salvare Jfk

Parla Clint Hill, agente della scorta del presidente ucciso a Dallas 50 anni fa: «Se solo fossi stato più veloce, sarei morto al posto di Kennedy»

Se sei finito in quello scatto, lo scatto che ha cambiato la storia e sporcato per sempre il Sogno Americano, non importa cosa tu abbia fatto nei cinquant’anni successivi. Non importeranno a nessuno il tuo divorzio, le nevrosi, gli incubi, l’alcolismo, figli del rimorso che ti porti dentro da allora, né la tua lenta risalita. Ti chiederanno sempre e solo di quei sette secondi, della tua vita condensata in un balzo coreografico quanto inutile. 

Clint Hill risponde paziente da quando, nel 1990, ritornò a Dallas per affrontare i suoi incubi là dove sono nati. Elm street, 12 e 30 del 22 novembre 1963: tre spari, o forse di più , centrano la limousine sulla quale viaggiano il presidente John Fitzgerald Kennedy e sua moglie Jacqueline. Clint è l’agente che irrompe sulla scena verso la metà del filmato amatoriale che ha fatto il giro del mondo: subito dopo il primo colpi salta giù dall’auto di scorta e tenta di salire sulla vettura presidenziale per fare scudo alla coppia con il suo corpo, ma la macchina accelera e lui è costretto a prendere un’altra rincorsa. Quando finalmente raggiunge il cofano, l’ultima pallottola ha già centrato il cranio di Jfk, e l’unica cosa che Clint può fare è tenere a bada Jackie, protesa all’indietro nel tentativo di afferrare i pezzi del cervello di suo marito. Fotogrammi consegnati alla storia e alla memoria di almeno un paio di generazioni. 

Il presidente morirà poco dopo in ospedale, sua moglie terrà indosso per altre dodici ore il suo Chanel rosa confetto chiazzato di sangue. Anche una parte di Clint è morta quel giorno e anche lui ne ha portato a lungo i segni: «È stato terribile» ricorda «Abbiamo seguito le procedure alla lettera, so che non abbiamo nulla da rimproverarci, ma io sono l’unico che avrebbe potuto salvarlo. Se solo fossi stato più veloce, lo sparo che ha ucciso il presidente sarebbe stato mio». Dopo anni di silenzio Hill, oggi 82enne,  ha deciso di portare in giro la sua storia. Alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’omicidio Kennedy, Panorama lo ha incontrato in esclusiva per l’Italia.

Cosa ricorda di quel 22 novembre 1963?

Tutto. Da quando la mattina presto siamo decollati da Fort Worth a quando il presidente mi ha chiesto di accompagnare sua moglie nella hall dell’aeroporto di Dallas per la conferenza stampa di saluto.  Lei aveva un grosso ascendente sulla folla e in una città ostile come Dallas, a meno di un anno dalle elezioni, questo era importante.

C’era più tensione del solito lungo il percorso?

No. La folla era sparuta, la limousine scoperta perchè il presidente aveva voluto così. Guidava un agente dei servizi segreti, come sempre. Io ero assegnato alla sicurezza della first lady e stavo in piedi sul predellino sinistro della vettura che seguiva. Eravamo all’erta ma tranquilli. Poi il corteo ha rallentato per svoltare su Elm street. 

Dove comincia il film girato da Abraham Zapruder. Tutti l’abbiamo visto, lei lo ha vissuto. 

Il primo colpo giunse dalle mie spalle, in lontananza, secco e ovattato. Senza addestramento lo avrei tranquillamente scambiato per un piccolo petardo. Invece mi voltai d’istinto e vidi il presidente con le mani già serrate intorno alla gola. Stava accadendo quello che ogni agente segreto teme: un attentato in campo aperto, con il tiratore non individuato, l’obiettivo già ferito e senza copertura.

Vada avanti.

Sono saltato giù dall’auto di scorta e ho cominciato a correre verso la limousine, che era a pochi passi da me. Stavo per raggiungerla quando ho sentito il secondo sparo: a quel punto l’autista, seguendo le procedure di sicurezza, ha accelerato e io ho avuto bisogno di un’altra piccola rincorsa per raggiungere il cofano. Quando l’ho fatto, la testa di John Kennedy era già esplosa.

Poi cosa è successo?

Ho cercato di proteggere Jackie, il compito che mi era assegnato. Quando siamo arrivati all’ospedale ero ancora rannicchiato sul cofano, una mano a coprire la testa del presidente con il mio soprabito e l’altra a tenere lei schiacciata sul sedile. Da quel momento, e fino al funerale, io e Bob (Robert Kennedy, ministro della Giustizia e fratello di John-Ndr) non l’abbiamo mollata per un attimo. Non ho praticamente dormito per cinque giorni.

Lei ha sempre dichiarato di avere sentito due spari. L’indagine ufficiale conta tre, ma secondo molti furono almeno quattro...

E questo, visti i tempi certificati dal filmato, sarebbe incompatibile con l’ipotesi di un tiratore singolo. Senza contare che l’ultimo colpo sembra sparato da davanti, eccetera. So già dove vuole arrivare, è la domanda che mi fanno sempre.

Lei non crede all'ipotesi di due o più cecchini, il che per definizione ci porterebbe a definire l’omicidio del secolo un complotto?

Non spetta a me formulare teorie. Ma sto ai fatti: gli spari che ho sentito io arrivavano tutti da dietro. Né la polizia né chiunque altro si sia occupato del caso in questo mezzo secolo ha mai trovato un altro fucile, un altro tiratore, una prova definitiva. Punto.

Mai sfiorato da un dubbio?

No. Mai.

Lei è il testimone più vicino e l’ultimo superstite di quel giorno. Si è mai chiesto cosa sarebbe successo se la sua versione dei fatti fosse stata diversa?

No. Francamente delle teorie cospirazioniste mi importa poco. So bene che alcuni hanno costruito fortune a colpi di interviste, libri e docufiction solo perché hanno creduto di vedere un tizio muoversi in maniera sospetta, o un filo di fumo. O magari perché conoscevano un’amica della moglie del padrone di casa di Oswald. Io non ho mai cambiato versione e ho raccontato solo ciò che ho visto. In caso contrario non sarei stato leale verso la memoria di chi dovevo servire e proteggere. 

In che rapporti era con i Kennedy? 

Ottimi. Erano persone colte, franche, cordiali, più alla mano di quanto si immaginasse da fuori. La loro vicinanza alla gente comune non era di facciata. Io ero arrivato alla Casa Bianca nel 1959, con Dwight Eisenhower: mi creda, loro hanno davvero sovvertito i codici comportamentali di quel posto.

Su questo non ci sono dubbi: John fu il primo inquilino a tradire ripetutamente la moglie, e in molti all’interno dello staff presidenziale conoscevano le sue attitudini libertine. Lei sorvegliava 24 ore al giorno al First Lady: si è mai sfogata con lei?

No, non sarebbe stato nel suo stile. Ma la signora Kennedy è di gran lunga la donna più intelligente che abbia mai conosciuto: fu sempre al corrente di tutto ma decise di lavare i panni sporchi in casa, conscia dei danni che un divorzio avrebbe provocato alla carriera del marito ma forse anche a lei. 

Alcuni biografi hanno scritto di una relazione tra lei e la First Lady.

È falso. Tra me e lei c’era un rapporto speciale, intenso, molto più intimo del legame che si instaura normalmente tra una celebrità e la sua guardia del corpo. Ma non siamo mai andati oltre.

Cos’altro ricorda di lei?

Era romantica e radiosa, contrariamente a quel che si è scritto di lei. Ha sofferto senza perdere mai il sorriso, neanche in privato. Fumava molto ma visto che centellinava le sue sigarette spesso finivamo per smezzarne una delle mie in cortile. Amava viaggiare: con il presidente siamo stati anche in Italia, una settimana in barca tra Ravello, Amalfi e Positano pochi mesi prima della tragedia. Uno dei miei ultimi incarichi fu scortarla in Grecia, nel 1964, per una vacanza che la tenesse lontana dai cattivi pensieri.

Funzionò: in quel periodo, secondo la leggenda, scoccò la scintilla tra lei e Aristotile Onassis.

Lei e John erano stati ospiti dell’isola di Skorpio qualche anno prima. Quando Jackie e Ari si rincontrarono, a bordo dello yacht Christina, ero presente. Lui fu molto cordiale, direi quasi paterno. Se successe qualcosa già allora non me ne accorsi.

Lei fu accanto all’ormai ex First Lady per un altro anno prima di rientrare a Washington. Siete rimasti in contatto anche dopo?

L’ho rivista nel 1968 al funerale di Bob Kennedy, poi solo una telefonata ogni tanto. Ho sempre avuto la sensazione che i nostri dialoghi la riportassero con la mente a quell’episodio devastante, per cui sono rimasto il più possibile alla larga da lei. Non l’ho chiamata neppure quando ho saputo che stava per morire di cancro, nel 1994. Volevo che i bei ricordi prevalessero sul resto.

Sta piangendo...

Mi capita sempre quando penso a lei.

Che ne è stato di Clint Hill dopo quel filmato?

Ho fatto parte della scorta di altri due presidenti, Johnson e Nixon, fino alle mie dimissioni nel 1975. Il rimorso per non essere riuscito a salvare il presidente mi tormentava: faticavo a uscire di casa, a tenermi un lavoro o una compagna. Ho passato momenti terribili, fatto cose che non ripeterei. Sono tornato a Dallas per la prima volta nel 1990, dopo anni di terapia psichiatrica: in Elm street, così identica ad allora eppure così lontana, ho tirato un sospiro e pianto un po’. Ma poi ho deciso che da quel momento avrei fatto pace con il mio passato. 

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