La lezione di Alessandro Manzoni
La casa di Alessandro Manzoni a Milano (Ansa).
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La lezione di Alessandro Manzoni

A 200 anni dall'inizio del cantiere dei Promessi Sposi, lo scrittore milanese è ancora in grado di fornire chiavi di lettura per comprendere il nostro tempo.

24 aprile 1821: 200 anni fa Alessandro Manzoni scriveva il primo foglio di quella «eroica fatica» che sarebbe stato il romanzo della sua vita, I Promessi Sposi, cui avrebbe dedicato tutto se stesso per quasi vent'anni, divenendo lui un padre nobile dell'Italia e della nostra lingua e dando vita (si definiva proprio un «autore incinto»!) a un romanzo che è tuttora un pilastro della nostra cultura, non solo letteraria.

Ciononostante, Manzoni è sempre in sordina. Se Dante Alighieri gode di un pregiudizio favorevole, per cui attorno al Sommo Poeta e alla Commedia ci sono affetto, curiosità, pubblicazioni generaliste e una reverenza non sempre corroborata da una solida conoscenza dell'autore e dell'opera, per Manzoni vale il contrario: è un uomo etichettato troppo in fretta come nobilotto, conservatore e ultracattolico e per questo lasciato ai margini, per di più autore di un libro - come se avesse scritto solo il romanzo! - considerato dai più come noioso, troppo lungo, con troppe divagazioni, come quei capitoli pesantissimi (sic!) sulla peste, salvo poi citarne qualche riga in tempo di Covid-19 ad uso social.

Addirittura nel 2015 Matteo Renzi propose di «abolire la lettura scolastica dei Promessi Sposi per legge», per troppo affetto, s'intende, per sottrarli all'obbligatorietà, ma intanto la proposta fu quella e la conseguenza sarebbe stata l'oblio. Eppure Alessandro Manzoni è un uomo ironico e autoironico, basta leggerne qualche lettera per farsene un'idea, così come il suo romanzo è una «storia bella, come dico, molto bella» per citare proprio Manzoni nell'introduzione.

Celebrarlo oggi significa provare a capire cosa ha da dirci Manzoni oggi e, tra le tante suggestioni che potrebbero nascere, senza dubbio è utile soffermarsi sul proprio tempo – perché il 1630 pare così simile al 2021 – e sull'uomo che lo vive e di cui è artefice e vittima insieme.

Innanzitutto, per avere una reale percezione del tempo che si sta vivendo, serve osservarne e conoscerne la potenza del negativo. Non si tratta di pessimismo, ma di coscienza vigile: il male è nel mondo, sia nelle vicende private di ognuno, sia nella storia dei popoli e del mondo. Così Manzoni scrive di incontri-scontri con istituzioni anche corrotte che intralciano la vita di Renzo e allo stesso modo la storia della città di Milano, così come tratta di una giustizia capace di essere anche al servizio dei potenti, di uomini in ruoli decisivi che si piegano all'ingiustizia e che si incontrano per strada nelle questioni quotidiane di ciascuno e allo stesso modo in un governo che emette una legge truffaldina, e ancora scrive di una scienza che si «ingarbuglia», che procede per errori e che quindi sbaglia.

Sono scenari che coinvolgono i grandi movimenti della storia, ma allo stesso modo le questioni private, e così don Rodrigo è per Renzo quello che è la carestia per Milano, tanto per fare un esempio. Manzoni non ha ricette, ma mostra che di fronte al male che sembra farla da padrone serve il contributo personale, perché «la vita non è già destinata a essere un peso per molti e una festa per pochi, ma (è) per tutti un impiego». Ecco, dunque, la necessità della responsabilità di ognuno per rendere il proprio raggio d'azione migliore di quanto sia ora, con la propria grande o piccola impronta.

Ancora, Manzoni suggerisce l'idea per cui la statura di un uomo non si valuta da imprese eccezionali e da gesti eroici, ma dall'impegno con cui ognuno si oppone all'egoismo, alle logiche di potere, al conformismo, ai falsi ideali, alla sopraffazione, all'accumulo. O l'uomo è compartecipe del male e asseconda questo stile di vita e questi modi di vivere quotidianamente, in famiglia, in ufficio, un un'aula scolastica o parlamentare, oppure in quegli stessi ambienti darà prova di essere un uomo libero che tenterà di scardinare questo sistema di disvalori.

A 200 anni dalla prima riga dei Promessi Sposi gli insegnamenti dello scrittore milanese risuonano ancora come necessari. Manzoni è lì, con la sua ironia e i suoi insegnamenti preziosi, basta rispolverarlo, basta leggerlo.

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Marcello Bramati