I bambini siriani e i rapporti (inutili) dell’Onu
AP Photo/Muzaffar Salman
I bambini siriani e i rapporti (inutili) dell’Onu
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I bambini siriani e i rapporti (inutili) dell’Onu

Le Nazioni Unite tornano a denunciare le violenze subite dai bambini coinvolti nel conflitto in Siria, puntando il dito sia contro i militari di Assad che nei confronti dei ribelli. Servirà a qualcosa?

 di Rocco Bellantone (Lookout News)

Mentre lontano dai riflettori mediatici la guerra in Siria non conosce tregua, in queste ore le redazioni giornalistiche di tutto il mondo sono alle prese con l’ennesimo rapporto attraverso cui l’ONU tenta (con scarsi risultati, almeno per ora) di incidere in qualche modo su questo conflitto. Il documento è firmato dal segretario generale Ban Ki-Moon, che torna a puntare il dito “sull’indicibile e inaccettabile sofferenza” cui sono sottoposti da più di tre anni migliaia di bambini siriani, vittime di abusi sessuali, torture e carcerazioni prolungate da parte dei militari dell’esercito governativo, ma anche di reclutamenti forzati nelle fila delle milizie ribelli.

 

Il rapporto setaccia in lungo e in largo gli orrori di questa guerra, dallo scoppio delle prime rivolte nel marzo del 2011 al 15 novembre 2013. I primi a usare la mano pesante sono stati i soldati e gli agenti dei servizi segreti di Assad, che avrebbero commesso “pestaggi con cavi metallici, con fruste e bastoni di legno e metallo”, provocato “scosse elettriche anche ai genitali”, strappato “unghie dei piedi e delle mani”, abusando sessualmente di ragazzini, privandoli del sonno e costringendoli ad assistere alle torture cui erano sottoposti i loro parenti. Insomma, una inquietante campagna del terrore, perpetuata su larga scala soprattutto nel 2011 e 2012.

 

Secondo il documento, una volta organizzate anche le milizie ribelli non sono state da meno iniziando a reclutare ragazzi tra i 12 e i 17 anni per fare da staffette e combattere al servizio dell’Esercito Siriano Libero, fino ad essere utilizzati come scudi umani. Dalle interviste realizzate dall’ONU, è però emerso che molti di questi ragazzi avrebbero deciso spontaneamente di unirsi al Free Syrian Army dopo aver assistito all’uccisione di genitori e parenti da parte degli uomini di Assad.

 

 

La guerra dei report
Il mix esplosivo di queste violazioni sistematiche dei diritti umani ha provocato la mattanza di oltre 10mila bambini e il ferimento e la scomparsa di moltissimi altri. Al monito di Ban Ki-Moon, che ha esortato le parti in conflitto a porre fine immediatamente a queste violenze, farà seguito la prossima settimana una relazione dettagliata della sua per la tutela dei bambini nei conflitti Leila Zerrougui.

 

Come era prevedibile, questo report ha innescato un turbinio di smentite e il lancio di nuove accuse. Già la scorsa settimana, il ministro degli Esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva respinto gli attacchi indirizzati all’esercito di Assad, mentre un portavoce del consiglio militare supremo del Free Syrian Army ha affermato al New York Times che tutti i giovani soldati reclutati in questi anni hanno sempre avuto almeno 18 anni.

 

Credere a entrambi è francamente difficile. Ciò che è certo è che la “bomba” è stata sganciata e che, una volta smarrita la sua scia mediatica, perderà progressivamente anche la sua efficacia.   D’altronde, a un copione simile il mondo ha già assistito nei mesi scorsi. A metà settembre 2013 gli ispettori dell’ONU si erano presentati al Consiglio di Sicurezza con le prove dell’uso dei gas in Siria da parte del regime, riferendosi alla strage di Al Ghouta, dove razzi contenti gas sarin hanno ucciso centinaia di civili (1.300, per l’esattezza). All’epoca la palla fu colta letteralmente al balzo dal segretario americano John Kerry, che minacciò subito un attacco punitivo contro il regime di Assad, salvo poi fare marcia dietro per l’intervento deciso della diplomazia russa. Nel frattempo, sono partite faticosamente le operazioni per lo smaltimento dell’arsenale chimico siriano e, a Montreux prima e Ginevra poi, è andata in scena la fase due dei negoziati per la risoluzione pacifica del conflitto. In mezzo c’è stato il tempo anche per altri colpi di scena. Il 14 gennaio, il gruppo di lavoro di Scienza, Tecnologia e Sicurezza globale del MIT di Boston ha presentato un rapporto smontando di fatto la versione americana e contraddicendo in toto Kerry. E il 20 gennaio, un altro rapporto finanziato dal governo del Qatar, firmato da tre ex pubblici ministeri per crimini di guerra internazionali, ha accusato gli uomini di Assad di aver compiuto “torture e uccisioni sistematiche di 11mila prigionieri”.

 

La guerra della disinformazione è proseguita anche nelle giornate inconcludenti di Ginevra 2, in cui sostanzialmente i delegati del governo di Assad e gli esponenti della Coalizione Nazionale Siriana non sono riusciti a trovare un accordo quasi su nulla. In questo scenario - contrassegnato da foto false, fotomontaggi e addirittura dal licenziamento del premio Pulitzer Narciso Contreras, colpevole di aver ritoccato una fotografia scattata in Siria lo scorso settembre - l’ultimo rapporto dell’ONU rischia perciò di fare la fine dei precedenti. Resta da chiedersi, pertanto, a cosa serva produrre questi documenti se poi, a conti fatti, non hanno alcun impatto sulle sorti di questa e di altre guerre.

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