Beppe santifica i fannulloni a 5 stelle
Luca Zennaro/Ansa
Beppe santifica i fannulloni a 5 stelle
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Beppe santifica i fannulloni a 5 stelle

Chi c'è tra i più improduttivi di Camera e Senato? I fedelissimi del Capo

Sotto lo scontrino niente. O quasi. Nel suo contro-discorso di fine anno Beppe Grillo aveva cantilenato i meriti dei suoi eletti: “hanno salvato la Costituzione impedendo lo scempio dell'articolo 138; hanno votato per la decadenza del Porcellum; hanno restituito 42 milioni di rimborsi elettorali”. Ma a giudicare dai dati sulla produttività di Camera e Senato, non sembra proprio che chi doveva “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, abbia fatto la parte dello stakanovista del Palazzo.

Anzi, tolti i casi limite di Marino Mastrangeli (totalmente nullafacente dal giorno della sua elezione) e Adele Gambaro (appena un'interpellanza), tutti gli ex, pur senza ammazzarsi di lavoro, hanno iniziato a produrre qualcosa solo quando, cacciati o fuggiti dal Movimento 5 Stelle, sono passati ai Gruppi misti.

Come Paola De Pin, la senatrice insultata e minacciata in Aula il giorno del voto di fiducia al governo Letta, che dal 24 giugno ha presentato, come prima firmataria, la bellezza di 5 disegni di legge, gli unici atti con la minima chance di produrre, forse, un qualche effetto concreto.

Tutto il resto (mozioni, interrogazioni, interpellanze) non servono praticamente a niente e costituiscono solo uno sfoggio di retorica, scritta o orale, di cui gli artefici sono, il più delle volte, collaboratori e segretari degli eletti.

Non è un caso se l'intera produzione di Roberta Lombardi e Vito Crimi risale all'epoca in cui erano rispettivamente capogruppo di Camera e Senato e potevano contare su uno staff più numeroso. Riccardo Nuti è ancora fermo a una ventina tra mozioni e interrogazioni e a tre ordini del giorno. Nicola Morra, in 10 mesi, ha presentato un unico disegno di legge. Poi ritirato. Il trapanese Vincenzo Santangelo, neo presidente dei senatori pentastellati, succeduto a Paola Taverna e considerato, come gli altri, un ultraortodosso del Movimento, ha al suo attivo una sola proposta di legge contro le tre del suo sfidante, il dissidente Maurizio Romani, battuto al ballottaggio per soli tre voti.

Tra chi si applica di meno ci sono, a ben vedere, molti dei cosiddetti talebani, i sacerdoti della Trinità Grillo-Casaleggio-Messora.

Alessandro Di Battista, sedicente scrittore eletto nel Lazio, non ha buttato giù di suo pugno nemmeno una proposta di legge. “Di Battista chi?” (copyright di Silvio Berlusconi), che secondo alcuni parlamentari non diventerà mai capogruppo, nemmeno con tutte le raccomandazioni che ha, “perché a forza di tirarsela non lo sopporta più nessuno”, ha al suo attivo appena cinque atti (tra cui un'interrogazione a risposta scritta sulla sostituzione del capo del Corpo forestale dello Stato) e quattro odg.

Con una sola interrogazione e due odg, Roberto Fico, un altro dei fedelissimi, è addirittura quartultimo nella classica-deputati. Peggio di colui che definì Beppe Grillo “patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti, la Costiera Amalfitana o la musica”, ci sono infatti solo il vice capogruppo Federico D'Incà (due proposte di legge), Cosimo Petraroli (l'onorevole deputato che scrisse sulla sua pagina Facebook che a Montecitorio “c'è puzza di merda”, due ordini del giorno in tutto) e Marco Brugnerotto, classe 1977, grafico originario di Noventa Padovana, in Veneto, recordman assoluto di pigrizia con un unico ordine del giorno, presentato il 21 novembre scorso e riguardante il valore catastale degli immobili.

Eppure nella sua “dichiarazione d'intenti” in vista delle Parlamentarie del dicembre 2012, così spiegava le ragioni della sua candidatura: "Sarà talmente tanta la quantità di letame da spalare, che non so se due, tre, cinque anni basteranno. Ma qualcuno dovrà pure cominciare”. Qualcuno infatti, non lui.

Nemmeno Barbara Lezzi e Vilma Moronese, sputtanate dai loro stessi colleghi per aver assunto rispettivamente la figlia del compagno e il compagno stesso, hanno ancora avuto l'occasione di mettere la loro firma su un atto d'iniziativa legislativa.

Idem Marta Grande, l'altera deputata 25 enne che nei primi due mesi di permanenza a Roma non seppe trovare niente di più economico che un alloggio da 12mila euro, e Giulia Sarti, famosa per le sue foto osé diffuse in rete dopo l'attacco piratesco alle caselle mail grilline e per aver proposto di mandare in bancarotta il Paese versando 5mila euro a pensionato, in tutto poco meno dei 1.600 miliardi di euro dell'intero prodotto interno lordo nazionale.

Tra gli scanzafatiche anche altri due campioni di gaffes: la senatrice Sara Pagnini, che forte di un disegno di legge sul ripristino delle disposizioni di una legge che già c'è (quella sull'articolo 18), paragonò se stessa “al ragazzo con la busta della spesa davanti al carro armato in piazza Tien An Men”, e il deputato Carlo Sibilia, distintosi per aver firmato la mozione per togliere il titolo di Cavaliere a Silvio Berlusconi e per aver definito il Restitution Day “l'evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino”.

In prima fila quando c'è da far casino, meno quando si tratta di consultare codici e procedure ed elaborare reali proposte di riforma per il Paese, anche i grillini sul tetto che scotta (quello occupato di Montecitorio) Laura Castelli, Alessio Villarosa e Manlio Di Stefano.

Con alcune eccezioni, come quella di Filippo Gallinella, anche lui tra gli occupanti ma con quattro proposte di legge, cinquantasei atti e tre ordini del giorno all'attivo.

Ma tra i più volenterosi del gruppo alla Camera c'è soprattutto chi raramente ha visto il suo nome sui giornali. Chi ha mai sentito nominare il pescarese Andrea Colletti, 6 ddl, 31 tra interrogazioni, mozioni e interpellanze e 6 odg? O Carla Ruocco, prima firmataria di sette proposte di legge, finita in tv solo in piena estate per dare della bugiarda alla collega del Pd Alessandra Moretti?

A Palazzo Madama ci sono invece Maurizio Buccarella, il senatore che presentò l'emendamento sull'abolizione del reato di clandestinità disconosciuto da Beppe Grillo, ed Elisa Bulgarelli, che per questo si incavolò da morire in assemblea.

Ma anche Michela Montevecchi, durissima contro l'apertura di Grillo ai fascisti del terzo millennio di Casapound, Lorenzo Battista, tra i più critici verso la gestione della comunicazione del gruppo e Francesco Campanella, sempre in prima fila sul tema della democrazia interna e contro le espulsioni dei colleghi.

Soprattutto quando a votare a favore c'era anche chi, in quasi un anno da “cittadino eletto”, ha prodotto, come Bruno Marton, appena una interrogazione e una mozione.

Come un infermiere che si limita ad appiccicare un cerotto sul corpo di un ferito grave, l'Italia.

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