Governo Renzi, giudizio rinviato (ed agrodolce)
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Governo Renzi, giudizio rinviato (ed agrodolce)
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Governo Renzi, giudizio rinviato (ed agrodolce)

Scelte strane, alcune coraggiose, il tutto condito dal Manuale Cencelli. Ma è forse l'ultima speranza - Analisi  - Sondaggio  - I Ministri, foto  - l'opinione di G. Mulè

Noi italiani ci troviamo un po’ nella condizione di quei disperati senza più un soldo in canna che si affidano a un formidabile venditore, uno che ci ha aperto il cuore disegnando riscatti possibili e un futuro roseo: quando stai con l’acqua alla gola, il miraggio di una fune lanciata sulle sabbie mobili non lascia alternative, t’infonde perfino un po’ di coraggio. Di entusiasmo. Così è Matteo Renzi.

Certo, in parte è una “falsa partenza” la sua. Troppe concessioni a partiti, partitini, correnti, gruppi di pressione, vecchi poteri. E poi, ministri di peso sono praticamente sconosciuti e non hanno quella dimestichezza che altri avevano coi “livelli omologhi”. Un esempio per tutti: Federica Mogherini, che agli Esteri sostituisce la superstar Emma Bonino. Ma proprio il caso della Mogherini dice pure il contrario di quello che sembra.

L’Italia sarà rappresentata in Europa e nel mondo da un premier trentanovenne e un capo della Farnesina donna, quarantenne, che dai banchi di scuola a quelli della politica ha masticato esteri, stretto relazioni, studiato e approfondito dossier. In più avremo un ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che dovrà interloquire con omologhi donne (in Europa va di moda il fiocco rosa alla Difesa). E la Pinotti, come la Mogherini, ha un curriculum di tutta serietà. Valide anche altre scelte, come Federica Guidi allo Sviluppo Economico, Gian Luca Galletti all’Ambiente, Dario Franceschini alla cultura (un bravo romanziere, oltre che un politico esperto). 

Altre caselle lasciano francamente sconcertati, come Marianna Madia alla Pubblica amministrazione. Le prime parole da ministro sulle fonti della sua competenza confermano un’impressione di imperdonabile “candore” (“Dalla scorsa legislatura in Commissione lavoro alla Camera ho seguito alcuni provvedimenti di PA”). Ma al di là delle persone, i problemi sono altri.

Il primo riguarda i paletti che Matteo Renzi ha dovuto accettare, vuoi dal presidente Napolitano, vuoi soprattutto dagli alleati di governo. Il Nuovo centrodestra rappresenta la vecchia politica delle poltrone a ogni costo, e di poltrone ne ha conquistate anche oltre la sua effettiva rappresentanza. Per quanto non sia più vice-premier, Angelino Alfano è rimasto all’Interno a dispetto del caso Shalabayeva. Così Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin (Infrastrutture e Trasporti, e Salute). Tutta l’impalcatura è stata costruita in osservanza del Manuale Cencelli, addirittura con lo scippo di un ministro “civatiano” a Civati (la Lanzetta agli Affari regionali).

Il secondo problema (in realtà sarebbe il primo) riguarda il programma. Che al momento nessuno conosce, considerando il tessuto arlecchino dell’esecutivo. Emblematica la convivenza di Giuliano Poletti al Lavoro (Coop) e Guidi allo Sviluppo economico (Confindustria). Ancor più inquietante la necessaria (ma tutta da inventare) collaborazione tra il premier Renzi e il nuovo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Quest’ultimo è da una vita all’Ocse. L’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa ha di buono la sua specializzazione nelle politiche per la crescita. Ma Padoan, che pur gode di una buona considerazione in Europa e parla un inglese perfetto, ha una visione della “ricetta per l’Italia” che non sembra combaciare coi propositi battaglieri di Renzi. Inoltre, si tratta del terzo “tecnico” di fila all’Economia (e le prove precedenti non sono state esaltanti), peraltro con un profilo sulla carta inferiore a quello di Monti e Saccomanni. Rappresenta la continuità, nel momento in cui ci si aspettava la discontinuità.

Bisogna augurare buon lavoro a Renzi (e alla sua squadra), anche se non ha una vera investitura popolare (tara da non sottovalutare). Rappresenta un po’ l’ultima spiaggia. Speriamo che non si logori restando incollato alla poltrona il più possibile, in caso di fallimento. Come Monti e come Letta. Ma peggio di loro non potrà fare. 

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