Geoanalisi delle primarie di centrosinistra
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Geoanalisi delle primarie di centrosinistra

Un'analisi differenziata del voto di domenica dimostra che Renzi pesca nelle zone rosse e nel cuore produttivo del paese, mentre Bersani dilaga dove l'apparato e l'appartenenza ideologica è ancora forte. Un ticket con entrambi i contendenti in corsa avrebbe molte chance di stravincere le elezioni del 2013

Matteo Renzi è il miglior alleato o il più insidioso avversario di Pier Luigi Bersani? Potrebbe servire a Bersani, e viceversa, dopo il ballottaggio di domenica? Perché i contendenti si tengono l’un l’altro. Alla fine, se ci sarà il ticket Bersani-Renzi e sul versante destro del campo di battaglia per le politiche non assisteremo a qualcosa di incredibilmente nuovo, la proposta politica del Partito democratico potrà risultare non solo vincente, ma stra-vincente, trionfale (sia questo un bene o un male per l’Italia).

La distribuzione geografica del voto nel primo turno delle primarie del centrosinistra dimostra che Renzi “pesca” consensi nelle regioni rosse (a eccezione della terra d’origine emiliana di Bersani), ma anche in parti consistenti del Nord come quelle tradizionalmente cattoliche del Veneto o, in Piemonte, a Cuneo e Asti. E in Lombardia, in Brianza. Sono le zone produttive del paese.

Bersani, al contrario, dilaga al Centro-sud, dove l’apparato conta più dei (som)movimenti d’opinione, e nelle grandi città come Roma e Napoli, dov’è più marcato il segno dell’ideologie e delle clientele. E tuttavia, la distribuzione ed entità complessiva del voto implica una suddivisione in due campi, con quote marginali per la sinistra perdente di Nichi Vendola confinato, vivaddio, nei suoi feudi. La fotografia dal satellite delle analisi demoscopiche e tendenziali sul voto è quella di una spaccatura palese tra vecchio e nuovo. Renzi ha quindi costretto Bersani e il Pd a confrontarsi con l’ansia di rinnovamento che scuote, attraversa anche il popolo della sinistra. Nelle regioni rosse, è probabile che giochi pure un elemento di contestazione verso la classe dirigente democratica, che ha deluso come a destra la classe dirigente del PdL ha deluso (e forse tradito) gli elettori di centrodestra.

Il panorama politico è in movimento. La sinistra è ridisegnata in chiave moderata e giovanile (i tutti i sensi). Renzi è in ascesa, Bersani esponente e modello del “vecchio” partito (Pci-Pds-Ds) è in discesa anche se continua a essere (anzi, si conferma) il più forte candidato a guidare la maggioranza relativa dei deputati nel prossimo parlamento. La vasta partecipazione alle primarie (oltre 3 milioni e mezzo di votanti) riduce la pressione ribellista e anti-politica di Grillo e del M5S, dimostrando che esiste una possibilità di ritorno alla politica non gridata, non “contro”.

Infine, le primarie del centrosinistra hanno il merito di accrescere la fiducia degli italiani in se stessi attraverso una prova elettorale che offre un’opportunità di auto-consapevolezza (o presa di coscienza) di un nuovo possibile inizio. Di una rinascita del paese attorno a figure credibili, forse addirittura a scampoli di programma. Le forze più vive e produttive del paese sono dunque tendenzialmente pro-Renzi. A bocce ferme, ossia dopo la notte elettorale di domenica, Matteo dovrà decidere che cosa fare da grande: rompere (ma non è nel suo dna e forse neppure nel suo interesse) o affiancarsi con entusiasmo (apparente) a Bersani, per posizionarsi in vista di nuovi ricambi, nuove prove elettorali, forse una nuova Repubblica.

La Terza. E a quel punto si spera che anche l’Italia sia più unita di quanto non traspaia dalle geo-analisi del voto a sinistra.    

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