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La fragilità mentale degli atleti non è colpa del Covid

Da Simon Biles alle nostre nuotatrici Tokyo 2020 è un pullulare di atleti ed atlete scoperte improvvisamente fragili. Ma più che la pandemia secondo gli psicologi è stato fatale il rinvio

Simon Biles la più grande ginnasta del mondo. Benedetta Pilato 16 anni stella e promessa del nuoto italiano. Le Olimpiadi di Tokyo stanno mostrando molto di più delle edizioni passate le fragilità degli atleti. Ad essere in difficoltà in particolare le promesse del nuoto italiano come Simona Quadarella che è comunque è riuscita a conquistare la finale degli 800 stile libero dopo la delusione nei 1500. Stesso discorso per Federico Burdisso che dopo aver ricevuto il bronzo per i 200 metri a farfalla, ha ammesso che neanche voleva gareggiare: «con tutta la pressione che avevo addosso, sono strani per me questi Giochi».

«È ok non essere Ok» invece per la tennista Naomi Osaka 23anni numero 1 del ranking Wta che ha acceso il braciere delle Olimpiadi di Tokyo 2021 riconoscendo per prima le sue fragilità davanti al mondo, la sua depressione.

La pandemia può avere inciso sulla salute psicofisica degli atleti?

«I disagi psichici degli atleti potrebbero essere correlati alla pandemia ma non ne abbiamo la certezza- ci spiega Stefano Becagli psicologo dello sport- c'è da considerare invece che le Olimpiadi sono state posticipate di un anno quindi per un atleta che si prepara tendenzialmente in 4 anni, doversi preparare in 5 è un dispendio di energie notevoli sia a livello mentale che fisico».

Cosa ne pensa della fragilità di questi atleti?

«Prendiamo il caso dell'atleta statunitense Simon Biles. Tutti hanno scritto che un atleta a determinati livelli non può essere fragile, invece io credo che sia è una vera e propria prova di forza. La Biles ha riconosciuto che la sua parte mentale non poteva supportarla nelle azioni e ha detto non mi sento pronta per gareggiare. Mentre spesso avviene negli atleti meno forti mentalmente che trovino qualunque tipo di giustificazione per fermarsi mi fa male il polso, il ginocchio, ho mal di testa. Anche senza pandemia nei precedenti mondiali questi casi ci sono stati ma magari qualche federazione l'ha sottaciuto. Un'altra atleta importante che ha fatto la stessa cosa di Biles è la tennista Osaka. Anche lei ha rinunciato a competizioni importantissime proprio perché non aveva il giusto benessere mentale e un atleta in mancanza di questo non riesce ad avere prestazioni elevate».

Ha inciso il fattore pandemia sulle loro prestazioni?

«Di certo il contesto pandemico non ha aiutato. Dover fare i tamponi, essere messi in isolamento sono condizioni distanti dalle Olimpiadi in cui si era abituati a fare tutto insieme. Anche la cerimonia iniziale dove gli isolati non possono stare in contatto con gli altri, ha fatto perdere un po' lo spirito olimpico».

Gli atleti italiani sembra che abbiano dimostrato più disagi rispetto agli altri. Che ne pensa?

«Questo dato non tendo ad identificarlo con la nazionalità degli atleti ma è soggettivo. È ovvio che per una persona più navigata come Federica Pellegrini la quinta edizione delle Olimpiadi viene gestita diversamente rispetto ad una persona che è alla prima. In più c'è da considerare che rientra anche nelle abilità mentali dell'atleta saper gestire una particolare pressione che alle Olimpiadi è maggiore rispetto ad altre competizioni».

Cosa succede nella mente dell'atleta quando arriva a fermarsi a certi livelli?

«Possono essere tanti i vissuti emotivi che può vivere l'atleta. La consapevolezza di riconoscere di non poter performare al proprio livello la competizione, le pressioni esterne gli sponsor, come viene seguito nell'allenamento. Poi fortunatamente ci sono anche atleti che riconoscono l'importanza di gestire e autoregolare queste cose rivolgendosi ai psicologi dello sport. Più andiamo avanti più questa figura è vista meno negativamente rispetto a qualche anno fa. Io dico sempre che non esistono atleti che gareggiano senza la testa perché l'atleta deve creare una giusta relazione tra mente e corpo e quindi gestire le pressioni e l'ansia da prestazione».

L'atleta fuori dal contesto pandemico è comunque esposto a delle pressioni che lo rendono fragile. Cosa può dirci?

«Ci sono alcuni Stati e ci sono i video che lo dimostrano, in cui i metodi di allenamento sono molto duri e quindi la medaglia è tutto per quello nazione. Qui gli atleti purtroppo in queste circostanze possono permettersi poco, non possono dire non ce la faccio».

Che studi sono stati fatti sugli effetti della pandemia sugli atleti?

«Sono stati fatti alcuni studi ma come spesso accade quando una cosa è nuova non si può porre il bollo papale. Su questo argomento non si hanno certezze anche se fa parte della nostra vita da oltre un anno e mezzo. Posso dirle però che ad esempio c'erano delle differenze rispetto allo sport di squadra e quello individuale. Magari gli atleti individuali sono più predisposti ad un allenamento in solitaria rispetto magari agli sport di squadra dove la relazione risulta essere importante come gli studi fatti sugli stadi vuoti. Ma anche qui è tutto molto soggettivo. Noi tendiamo a mettere tutto nel calderone. È bene ricordare che prima di essere atleti sono persone e che nello sport individuale un errore si vede benissimo mentre nei sport di squadra come il calcio un rigore prima di arrivare in porta ci sono i difensori ed il portiere. Una questione che pesa maggiormente sulla prestazione dell'atleta».

Nelle Olimpiadi la figura degli psicologi sportivi manca?

«Non corrisponde al vero ma è quello che fanno trasparire. Alcune federazioni hanno lo psicologo mentre degli atleti per loro scelta sono seguiti da professionisti ma un po' per dogma Italiano si tiene nascosta questa cosa. Di certo hanno meno risalto questo si».

A lanciare un messaggio positivo è il presidente dell'ordine dei psicologi David Lazzari
«La pandemia ha un po' sdoganato questo tipo di discorso, ha fatto si che in qualche maniera le persone venissero più a contatto con la loro dimensione psicologica. Fermando il ritmo normale della società le persone sono venute più a contatto con le loro emozioni, i loro vissuti ed i sentimenti. Un dato che riscontriamo in tutta la popolazione e questo vale anche per gli atleti».

Sugli atleti italiani la pandemia che effetti ha avuto?

«Posso fare un'ipotesi che probabilmente l'Italia è tra tutti i paesi quella che ha il maggiore indice di disagio e quindi questo si riverbera anche sugli atleti».

Cosa dovrebbe fare un atleta per gestire tutto questo?

«Un buon atleta deve avere anche un buon approccio psicologico ed inoltre un'altra cosa importante è che bisogna parlare di psiche non solo quando si ha un disagio e si soffre. Ma dobbiamo parlarne anche in termini di protezione delle risorse psicologiche come è accaduto negli Europei di calcio. Quando le persone hanno una psiche con maggiore benessere è più portata ad un approccio migliore, si vince di più e si affrontano le cose meglio. È questo è il messaggio che dobbiamo dare».

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