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ANSA/ POLIZIA DI STATO
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Il figlio di Martina e le colpe delle madri

Il figlio neonato della "coppia dell'acido" rischia l'adozione, su rischiesta del pm. Ma in altri casi la giustizia minorile ha deciso diversamente

È giusto togliere il figlio neonato a Martina Levato, la studentessa bocconiana che il Tribunale di Milano in primo grado ha condannato (con il compagno-complice Alexander Boettcher) a 14 anni di reclusione per le gravissime lesioni inferte a più vittime con il lancio di acido?

Annamaria Fiorillo, pubblico ministero del Tribunale dei minori, ha chiesto e ottenuto il 15 agosto che il bambino, appena nato con un parto cesareo, fosse sottratto alla madre per essere ospitato dalla Clinica Mangiagalli in attesa di una decisione dello stesso Tribunale. La motivazione: "la totale e irreversibile incapacità e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali".

La pm ha chiesto che il bambino venga presto dato in affido e poi in adozione a un'altra famiglia "per evitare ogni contatto con i genitori e con la famiglia d'origine, affinché i giudici siano liberi di scegliere il futuro che più lo tutela senza essere influenzati da relazioni o da aspettative preesistenti". Già oggi i giudici potrebbero decidere sulla sorte del bambino.

Il caso, inevitabilmente, ha sollevato clamore e discussioni a non finire: i quattro nonni del bambino contestano l'"atroce crudeltà" della decisione, e si dicono pronti a fare da famiglia al nipote. I loro avvocati annunciano battaglia, parlano di vergogna e di un "rapimento di Stato".

Dall'altra parte, magistrati e giudici sottolineano che questa procedura è l'unica possibile. Anche perché nel caso di condanne superiori ai 5 anni spesso scattano pene accessorie, come la decadenza del diritto alla genitorialità. Dice Fabio Roia, presidente di sezione al Tribunale di Milano: "Saranno i giudici a decidere, nell'interesse del minore, dopo avere sentito genitori e nonni".

È evidente che la scelta di quei giudici sarà comunque drammatica. Perché è ovvio che il bambino vada tutelato. E i suoi genitori (peraltro condannati per ora soltanto in primo grado, quindi da considerare ancora innocenti), nel processo dichiarati perfettamente capaci d'intendere e di volere, non hanno mostrato particolari segnali di resipiscenza su quanto hanno fatto. Quindi non pare giusto affidare loro il compito di crescere ed educare un figlio.

Ma dall'altra parte della barricata si agitano sentimenti opposti. Conditi da mille domande senza risposta: è giusto che un bambino, un innocente, venga sottratto alla sua madre naturale per una colpa non sua? È corretto sottrarre un neonato alla sua famiglia allargata per i reati commessi dai genitori? La sottrazione di un figlio non assume forse il gusto di una vendetta finale su un'imputata, non rischia di trasformarsi in un'indebita aggravanta di pena? E la decisione significa forse che Martina e Alex, i due condannati, sono irredimibili?

Inevasa, soprattutto, resta una domanda cruciale: nei tribunali italiani ci si comporta sempre così con i figli di mafiosi, di rapinatori violenti, di assassini? Sia permesso dubitarne.

La stessa giustizia minorile, del resto, è stata ed è capace di comportamenti estremamente contraddittori. Annamaria Franzoni, condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione per l'uccisione del figlio secondogenito Samuele (morto nel 2002 a Cogne), una volta scontata la pena nel giugno 2014 è tornata a casa sua e vive accanto al primogenito (oggi ventenne) e al terzo figlio, nato nel frattempo (oggi ha 12 anni). La decisione è stata confermata nell'aprile scorso.

Nessuno ha mai pensato di sottrarle la maternità. Nel suo caso il Tribunale ha preso per buona una perizia in base alla quale "non v'è più il rischio che si ripeta il figlicidio". Ma può dirsi davvero una buona madre, Annamaria Franzoni? Chissà, forse lo è. Di certo, nel suo caso, le colpe di una madre ritenuta l'assassina del figlio dalla suprema Corte di cassazione sono parse più lievi di quelle della coppia "diabolica" dei presunti lanciatori di acido. E così va la giustizia.




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