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Come si sarà notato, le preoccupazioni della comunità internazionale dopo il colpo di stato in Turchia si sono spostate dal golpe alla durissima reazione del presidente Erdogan e alle susseguenti azioni repressive del governo turco nei confronti dei “traditori”. Lo sdegno è forte nelle cancellerie occidentali, ed è corroborato tanto dalle immagini dei militari ribelli detenuti e umiliati, quanto dalle notizie incontrollate circa una revanche dell’Islam politico che si teme voglia ora trasformare la Turchia in uno “stato islamico”, magari sul modello wahabita dell’Arabia Saudita. Eppure, per inquadrare ciò che sta accadendo in quel di Ankara, dobbiamo fare un passo indietro e focalizzare con lucidità l’intera questione.

 Se non lo si fosse capito, Recep Tayyip Erdogan sta facendo - non certo da solo, ma sostenuto da una forza e da un consenso popolari impressionanti - un repulisti da manuale, secondo quello che dopo un tentativo di golpe abortito ci si può aspettare che accada da parte di uno stato autoritario che combatte una guerra interna (contro i curdi del PKK) e una ancor più micidiale ai confini meridionali (Siria e Iraq).

 La Turchia reagisce con il pugno di ferro per due ordini di ragioni: lo spirito di conservazione della classe dirigente e la consapevolezza che il paese non è immune al pericolo della destabilizzazione. Come gli altri paesi della regione, infatti, anche la Turchia sta affrontando - a suo modo - la mutata situazione geopolitica innescata dalla radicalizzazione politica in Medio Oriente e Nord Africa a partire dalle primavere arabe del 2011.

 

Unione Europea, addio
Che questo esercizio del potere da parte di Ankara non sia pienamente democratico è evidente, nondimeno sta avvenendo con il consenso del popolo. Il che non pare essere compreso dalle cancellerie europee, così come viene sottostimato dai nostri governi il pericolo che corrono paesi come la Libia, dove s’insiste nel voler instaurare - secondo uno schema occidentale ormai consolidato - un governo unico e democratico, senza però tener conto della reali volontà di un popolo in armi, diviso e sordo ai richiami delle Nazioni Unite.

 Chi s’illudeva che la Turchia ambisse realmente a entrare nell’Unione Europea dovrà ora ricredersi. Se non fosse chiaro, oggi non è più Angela Merkel a rifiutare di accogliere la richiesta di adesione all’UE da parte di Ankara per “problemi legati ai diritti umani e al ripristino della pena di morte”. È piuttosto Ankara che ha chiuso le porte alle istituzioni europee e deciso di abbracciare l’Islam politico.

 Dopo il 15 luglio, infatti, il futuro della Turchia non è più rivolto verso l’Europa ma verso il Medio Oriente. Semmai, con una maggiore attenzione a Mosca, ma non certo a Bruxelles. Prima lo capiremo, prima potremo chiudere quel dossier e concentrarci sui numerosi altri problemi che attanagliano la comunità europea.

 

La centralità dell’Islam nelle società arabe e musulmane
Ciò detto, ci sono due considerazioni importanti da fare sul caso turco. Primo, non possiamo né dobbiamo leggere gli avvenimenti in Turchia con gli occhi dell’Occidente o con gli occhiali dell’ideologia. Perseverare nella comparazione tra le forme di stato e di governo delle nostre istituzioni democratiche e le forme di stato e di governo del mondo islamico, non porta da nessuna parte. Il motivo è presto detto: l’Islam non rientra per definizione in queste categorizzazioni.

Questo perché l’Islam politico è insieme potere temporale e spirituale, né prevede la tradizionale separazione dei poteri di Montesquieu (legislativo, esecutivo, giudiziario). Secondo la versione più ortodossa dell’Islam, infatti, la religione e lo stato sono un’unica cosa. Il che esclude automaticamente valori come la superiorità delle leggi sulla religione, il concetto illuministico del progresso, e tutta una serie di diritti e libertà individuali che siamo abituati a considerare come grandi conquiste dell’Occidente. Nella visione dell’Islam, invece, è sempre e comunque la comunità a prevalere sull’individuo e mai il contrario.

Questo ci porta alla seconda considerazione. Non possiamo né dobbiamo leggere gli avvenimenti in Turchia e nel resto della regione, senza comprendere l’influenza e la centralità della religione islamica per queste società. I partiti islamisti negli ultimi anni hanno accresciuto immensamente il proprio potere, non solo in Medio Oriente ma anche lungo il Nord Africa: se tale processo è iniziato con le primavere arabe, è stata però la campagna in Siria e Iraq per l’instaurazione di un Califfato Islamico ad aver posto nuovamente al centro la questione dell’Islam politico.

 Il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e le sue conquiste hanno rimesso interamente in discussione le certezze delle istituzioni arabe e musulmane, ed evidenziato tutte le loro debolezze e incongruenze. E il dato più interessante è che Al Baghdadi ha trovato un consenso insospettabile, sia pur minoritario.

 

Lo scontro tra stati laici e stati islamici
Così, messe di fronte al grande dilemma su come conciliare potere temporale e spirituale, le istituzioni di ciascun paese hanno offerto una risposta, ciascuno declinando la propria idea di stato islamico o di stato laico. Questo, nel presente e nel passato, ha creato scontri politici che non potevano non degenerare in guerre aperte tra poteri costituiti e nuove istanze radicali.

 Da una parte, troviamo stati laici, che però non si trasformano in vere democrazie: la dittatura militare in Egitto, il dispotismo degli alawiti in Siria e l’autoritarismo nell’Iraq sciita. Dall’altra, troviamo diverse varianti di stato islamico: la versione salafita di Al Baghdadi, quella wahabita dell’Arabia Saudita, la versione degli Ayatollah in Iran. E adesso anche quella della Turchia di Erdogan (la piccola Tunisia è un’eccezione, ma anche qui il radicalismo cova sotto la cenere).

 Anche la riforma dello stato turco accelerata dal mancato golpe - che non si concluderà prima della riforma della Costituzione in senso presidenzialista - porterà all’affermazione di una nuova versione di stato islamico. È questo, in definitiva, quello che sta accadendo in Turchia, dove il fallimento del potere laico ha offerto al presidente Recep Tayyip Erdogan una ghiotta occasione per imporre al paese un contropotere islamico che possa conciliarsi con il benessere socio-economico e con la contemporaneità, ma che non si discosti troppo dai dettami del corano. Il punto è se questo modello riuscirà ad attecchire.

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