Esteri

La strategia di Trump per la rielezione nel 2020

Ecco come il presidente americano ha intenzione di blindare la propria permanenza alla Casa Bianca per un secondo mandato

trump corea nord

Stefano Graziosi

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Donald Trump è in corsa per ottenere la rielezione nelle presidenziali Usa 2020. E, ormai da alcune settimane, si sta delineando sempre più chiaramente la strategia con cui il presidente americano ha intenzione di blindare la propria permanenza alla Casa Bianca per un secondo mandato.

Innanzitutto, Trump sta da tempo additando il Partito Democratico come una forza settaria ed estremista. Nei suoi tweet e nei suoi discorsi, il magnate newyorchese fa spesso polemicamente riferimento alla cosiddetta “sinistra radicale”, bersagliando soprattutto gli esponenti più oltranzisti dell’Asinello. Non a caso, già in occasione del secondo discorso sullo stato dell’Unione il presidente aveva fermamente dichiarato che gli Stati Uniti non sarebbero mai diventati un Paese socialista. Una chiarissima critica nei confronti di esponenti vicinissimi alla sinistra del Partito Democratico, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, alle neodeputate Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar. Trump punta quindi moltissimo a presentarsi come bastione degli autentici valori americani, contro una compagine partitica da lui dipinta come in preda al più becero fanatismo settario in salsa antipatriottica. Si tratta, del resto, di una strategia abbastanza simile a quella adottata da Richard Nixon alle presidenziali del 1972: anche in quel caso, il presidente repubblicano uscente ebbe buon gioco ad attaccare il rivale George McGovern, collocato su posizioni profondamente radicali per gli standard dell’epoca. Una linea che, alla fine, si rivelò vincente: grazie al suo messaggio law and order, Nixon trionfò quell’anno in ben quarantanove Stati, ottenendo oltre il 60% nel voto popolare.

Ma attenzione: perché tutto questo non sta comportando un totale spostamento a destra dell’attuale presidente. Contrariamente a una certa vulgata mediatica, Trump ha spesso intrattenuto dei rapporti altalenanti con le galassie legate al conservatorismo tradizionale statunitense. Quando si candidò alla nomination repubblicana nel 2015, gran parte di quel mondo non si fidava di lui. Soprattutto gli elettori evangelici temevano che il miliardario newyorchese fosse una sorta di cavallo di Troia, pronto a spaccare dall’interno il Partito Repubblicano. Il fatto che fosse pluridivorziato (e con un passato pro-choice) certo non deponeva troppo a suo favore agli occhi della destra religiosa. Poi, nel corso del tempo, il magnate è stato capace di accattivarsi le simpatie di quelle frange elettorali, abbracciando la battaglia antiabortista e nominando un alto numero di giudici conservatori alla Corte Suprema e alle corti federali inferiori. Ciononostante, in questi due anni di governo, Trump ha talvolta rotto i ponti con la tradizione reaganiana del partito. E lo ha fatto su alcuni dossier economici di fondamentale importanza: dal protezionismo alla riforma infrastrutturale. Del resto, non è un mistero che le tensioni tariffarie da lui avviate abbiano spesso riscontrato i malumori di alcuni settori interni al Partito Repubblicano (si pensi solo al senatore del Nebraska, Ben Sasse).

In questo senso, è abbastanza chiaro che il magnate newyorchese stia cercando di ricostituire quella coalizione elettorale che gli ha permesso di arrivare alla Casa Bianca nel 2016. Una coalizione elettorale eterogenea, che ha dimostrato la forte trasversalità del messaggio di Trump. Non a caso, questa coalizione si è fondata su una serie di pilastri tradizionalmente appartenenti a mondi politici differenti. Innanzitutto troviamo la classe operaia impoverita della Rust Belt: una quota elettorale storicamente vicina al Partito Democratico, che – tre anni fa – ha deciso di appoggiare la politica commerciale protezionista proposta da Trump, soprattutto contro Cina e Germania. Una quota elettorale che, tra l’altro, ha mostrato di apprezzare anche la stretta migratoria auspicata al magnate newyorchese, soprattutto in un’ottica di contrasto al ribasso dei salari. In questo senso, si comprende per quale ragione il presidente stia aumentando la pressione su Pechino per risolvere favorevolmente la guerra dei dazi. E lo stesso impegno nell’arginare i flussi migratori provenienti da Sud va, del resto, nella medesima direzione. Ulteriore pilastro della coalizione elettorale di Trump – come abbiamo visto – risulta poi una quota storicamente repubblicana come l’elettorato evangelico: un elettorato che dovrebbe confermare il suo sostegno al presidente. Non solo per le nomine dei giudici ma anche perché il magnate si sta mostrando particolarmente sensibile nella difesa del Primo Emendamento: non soltanto, lo scorso marzo, ha siglato un ordine esecutivo per tutelare la libertà di espressione nelle università ma ha anche recentemente ribadito le sue storiche accuse di censura alle grandi società tecnologiche americane come Facebook, Google e Twitter. Ma non è tutto. Perché nel 2016 Trump ha di fatto pareggiato nel voto cattolico: un risultato per molti inaspettato ma che testimonia la capacità del magnate di muoversi tra mondi politici complessi e articolati. I cattolici americani si sono infatti rivelati assai spesso una frangia elettoralmente trasversale. E il fatto che Trump sia riuscito ad ottenere un simile risultato evidenzia, una volta di più, come la sua figura politica non possa essere semplicisticamente derubricata a mero radicalismo. Certo: bisognerà capire se il presidente si mostrerà in grado di riconquistare i fedeli alla Chiesa di Roma. Apparentemente la strada sembrerebbe in salita, visto che alcuni suoi alti esponenti si stanno esprimendo contro la stretta migratoria dell’attuale amministrazione americana (si pensi solo alle dure parole pronunciate, pochi giorni fa, dal cardinal Daniel DiNardo). Dall’altra parte, va comunque sottolineato che la linea di Trump in materia di immigrazione fosse ben nota già dall’estate del 2015. E che almeno il 50% dei cattolici lo abbia comunque sostenuto nel novembre dell’anno successivo.

Un punto che si avvia a risultare dirimente per il 2020 riguarda poi il voto ispanico: un voto che vale circa il 10% dell’elettorato statunitense complessivo. Pur non avendo ottenuto la maggioranza dei consensi da parte degli elettori ispanici nel 2016, Trump ha comunque registrato una performance migliore rispetto a Mitt Romney quattro anni prima. Adesso, sembrerebbe che il presidente stia puntando molto sul voto latino. E la spiegazione è semplice. Per essere rieletto nel 2020, Trump ha assoluta necessità di conquistare la Florida: uno Stato fondamentale per consentire a un candidato repubblicano di arrivare alla Casa Bianca (si pensi solo che l’ultimo repubblicano a diventare presidente senza vincere nel Sunshine State fu Calvin Coolidge nel 1924). Ora, è noto che questo territorio risulti particolarmente ricco di elettori ispanici, molti dei quali sono mossi da profondi sentimenti anti-castristi e anti-Maduro. Proprio su questi voti sta puntando adesso Trump: un obiettivo che spiega la sua linea dura sia contro Cuba che contro il Venezuela. Una linea che sta mietendo consensi tra gli ispanici della Florida, gettando l’Asinello nella preoccupazione, visto che alcuni degli attuali candidati alla nomination democratica sposano posizioni di simpatia verso Nicolas Maduro (si pensi solo a Bernie Sanders). Una situazione che sta suscitando un certo fastidio da parte di molti elettori locali. E su questo fastidio Trump ha deciso di fare decisamente leva. Non sarà del resto un caso che proprio in Florida il magnate newyorchese abbia lanciato, poche settimane fa, la campagna elettorale in vista della rielezione.

In tutto questo, Trump non sta comunque rinunciando a rinverdire il suo classico messaggio antisistema. Una scelta atipica, visto che – solitamente – i presidenti in cerca di riconferma tendono a condurre campagne elettorali molto istituzionali e difensive. Per il magnate, tuttavia, la situazione è differente. Non solo sa perfettamente che il suo successo politico sia sempre risultato strettamente connesso a una decisa carica anti-establishment. Ma, più nello specifico, Trump punta molto nel continuare a cavalcare l’inchiesta Russiagate come una caccia alle streghe ai propri danni: una caccia alle streghe ordita, secondo lui, da ambienti ostili inseriti nelle alte sfere della politica di Washington. Infine, il presidente ha tutta l’intenzione di riadottare la linea polemica della scorsa campagna elettorale, portando avanti contro tutto e tutti proposte e posizioni spesso anche controverse. Nel 2015, non arretrò davanti allo scontro con l’allora giornalista di Fox News, Megyn Kelly, nonostante le accuse di sessismo che gli piovevano addosso. E, in questi giorni, assistiamo a una dinamica simile con la questione dei tweet controversi da lui scritti contro alcune deputate democratiche. Davanti alle accuse di razzismo lanciate dall’Asinello, il presidente non ha fatto marcia indietro e – stando agli ultimi sondaggi – avrebbe addirittura incrementato i consensi in termini sondaggistici. La strategia comunicativa tende, insomma, a replicare in buona sostanza quella delle scorse presidenziali. E questo sta ponendo il magnate non poco in antitesi con la linea attualmente incarnata dal front runner democratico, Joe Biden: un profilo che, per ora, si sta mostrando (forse troppo) propenso a cambiare repentinamente idea al minimo accenno di polemica da parte dei suoi rivali di partito (lo ha fatto, nelle scorse settimane, sui dazi cinesi e sull’aborto).

Dal punto di vista programmatico, Trump mira chiaramente a sottolineare i buoni risultati registrati negli ultimi mesi dall’economia statunitense: non soltanto una vigorosa crescita del prodotto interno lordo ma anche una drastica diminuzione del tasso di disoccupazione. Risultati che il magnate attribuisce principalmente alla riforma fiscale, approvata dai repubblicani nel 2017. È evidente che, con questi numeri, Trump possa nutrire – ad oggi – discrete possibilità di essere rieletto, visto che – solitamente – a non essere riconfermati sono stati presidenti in difficoltà proprio sul versante della politica economica (si pensi a Jimmy Carter nel 1980 e a George H. W. Bush nel 1992). Certo: non bisogna dare nulla per scontato. Il magnate dovrà riuscire a tenere alto il livello di salute economica anche nel corso del 2020 e dovrà – soprattutto – cercare di favorire un aumento dei salari medi (la cui crescita, per ora, resta particolarmente contenuta). Infine, sul fronte della politica estera, Trump dovrà evitare gli sgambetti approntati da alcuni membri della sua stessa amministrazione, che vorrebbero spingerlo ad interventi militari in alcun scenari internazionali caldi (come l’Iran e il Venezuela). Un’opzione che, qualora si concretizzasse, potrebbe comportare delle ripercussioni deleterie per un presidente che, nel 2016, venne eletto sulla scia di una promessa: quella di far cessare le “guerre senza fine” in cui gli Stati Uniti sono rimasti impelagati per anni in giro per il mondo.

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