Esteri

Missioni all'estero: ecco perché l'Italia rafforza il suo ruolo internazionale

Più di 110 mila soldati mobilitati con un costo di oltre 17 miliardi di euro, il tutto in 15 anni di missioni

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Anna Maria Angelone

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Più di 17 miliardi di euro e almeno 110 mila uomini impegnati in varie aree del mondo. È questo il bilancio delle missioni italiane all'estero negli ultimi quindici anni. Per partecipare a queste operazioni, dal 2004 a oggi l'Italia ha speso ogni anno più di un miliardo di euro e ha mobilitato almeno settemila militari fuori dai confini nazionali.

Stando ai dati, l'impegno massimo in termini di costi è stato toccato fra il 2010 e il 2011, durante l'ultimo governo di Silvio Berlusconi (quando la spesa superò 1,5 miliardi di euro) mentre, per quanto riguarda il dispiego di forze, la mobilitazione più massiccia si è registrata a cavallo fra il 2004 e il 2005, in seguito all'intervento militare nel Golfo del presidente George W. Bush per far cadere il regime di Saddam Hussein. Un conflitto che, come noto, nel 2003 aveva segnato anche una profonda spaccatura nell'Ue vedendo Francia e Germania schierate contro l'azione americana, Regno Unito e Italia impegnate in campo (il nostro paese dislocò più di tremila uomini con base principale a Nassiriya per l'operazione di peacekeeping Antica Babilonia).

Ben 42 missioni all'estero nel 2018: sei nuove missioni.

Nel 2018 l'Italia ha confermato la sua partecipazione a 36 missioni di carattere internazionale, decidendo di avviarne altre sei autonomamente. Si tratta di operazioni a guida Onu, Nato e Ue o legate ad accordi fra paesi (bilaterali, multilaterali o di coalizione). Più di metà di queste ha come teatri militari le zone del Mediterraneo e dell'Asia centrale. E diverse missioni hanno ormai come principale obiettivo la lotta al terrorismo e quella all'immigrazione clandestina, con una consistente presenza delle forze tricolore anche nel Mare Nostrum: la missione navale Eunavfor Med (meglio nota come operazione Sophia), avviata nel 2015 in seguito alla crisi libica, vede impegnati fra i 500 e i 350 militari nel bacino (ai quali si aggiungono i 635 uomini dell'operazione, nazionale, Mare sicuro).

Più attenzione verso l'Africa: il riposizionamento dell'Italia.

Le nuove missioni avviate l'anno scorso, però, hanno concentrato di più l'attenzione sull'Africa: oggi, la presenza italiana insiste in Libia, Niger, Tunisia, Sahara occidentale e Repubblica centrafricana. Paesi cruciali per molti aspetti, tanto più perché in più punti vi si trovano gli snodi della criminalità che gestisce e lucra sul traffico di esseri umani verso l'Europa. Soprattutto, in Niger: la città di Agadez non solo è il crocevia della tratta di esseri umani dai paesi della fascia sub-sahariana ma anche la più importante base americana di droni da combattimento. La decisione di ridimensionare il nostro contingente intorno alla diga di Mosul (in Iraq) e in Kuwait per ridistribuirlo verso l'Africa, presa dall'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti d'intesa con l'ex ministro dell''Interno Marco Minniti, punta a concentrare gli sforzi sul contrasto dell'immigrazione clandestina nei punti di partenza. Un cambio di rotta rispetto al passato, dunque, che segna un decisivo riposizionamento strategico dell'Italia, oggi focalizzata di più sulla politica euromediterranea e sul continente nero.

Prosegue l'impegno in Libano e contro il terrorismo islamico. Ritiro dall'Afghanistan?

Il maggior numero di soldati italiani, in ogni caso, è tuttora dislocato fra Iraq e Kuwait all'interno della coalizione multinazionale contro la minaccia terroristica dell'Isis (1.100), che è anche la più costosa. Mentre altrettante forze (1.072) sono ancora impegnate in Libano nella “storica” missione Unifil, sotto l'egida dell'Onu, che da agosto l'Italia guida per la quarta volta con il generale Stefano Del Col. Seguono, terze per numeri, le truppe di stanza in Afghanistan sotto l'ombrello della Nato che il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, è intenzionata a far rientrare entro un anno. Un annuncio dato a sorpresa lunedì 28 gennaio che, però, ha lasciato spiazzati il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, e il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

Il capo dell'Alleanza altlantica a Bruxelles ha giudicato l'ipotesi di un eventuale ritiro del contingente italiano come «prematuro», visto che lo scopo della missione (creare le condizioni di una soluzione pacifica negoziata) è ben lungi dall'essere raggiunto e non ha prodotto la stabilità che si sperava. Resta, invece, l'impegno italiano a livello Nato nelle operazioni di pattugliamento aereo in Islanda e nello schieramento di militari in Estonia e Lettonia a protezione dei paesi baltici dall'ingerenza della Russia (le tre missioni impiegano più di 400 soldati italiani).

Da missioni umanitarie e operazioni di costruzione della pace.

La natura di questi interventi è cambiata negli anni: se un tempo si trattava più semplicemente di opreazioni umanitarie, oggi le nostre forze agiscono in contesti “ibridi”. Di fatto, si tratta di operazioni di mantenimento, costruzione e imposizione della pace o prevenzione di conflitti in zone dove le due cose spesso si confondono. Bisogna operare spesso a metà in ambito militare e civile: una condizione che ben valorizza l'Italia (ai militari italiani viene riconosciuta la grande capacità di costruire la pace) e produce significativi risultati nel tempo.

L'Italia rafforza la sua visibilità internazionale.

La sempre maggiore presenza dell'Italia nelle missioni internazionali si spiega anche con la necessità del nostro paese di consolidare il proprio ruolo all'estero: l'Italia non ha un seggio alle Nazioni Unite, non possiede l'atomica e spende per la difesa meno di altri Stati (appena l'1 per cento del Pil contro una media dei paesi Nato pari almeno al 2 per cento del Pil). Ma soprattutto sconta, spesso, una discontinuità in politica estera che a volte la penalizza.

«Abbiamo, per così dire, surrogato alla nostra minore visibilità con una partecipazione molto attiva alle missioni soprattutto a partire dagli anni '80» sottolinea Arturo Varvelli ricercatore all'Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale. «L'Italia, infatti, rischiava di perdere il peso conquistato negli anni della Guerra fredda, quando la sua posizione strategica l'aveva resa insostituibile».

Insomma, l'Italia ha mantenuto un rilievo internazionale anche grazie alle operazioni in giro per il mondo, più spesso restando nel solco dell'alleanza atlantica. «La maggiore o minore presenza italiana alle missioni estere non è stata data tanto dall'orientamento di centrodestra o centrosinistra dei vari governi quanto dall'opportunità o meno di esserci» prosegue lo stesso Varvelli. «L'Italia ha sempre puntato a mantenere l'asse con Nato e Stati Uniti, valutando le contingenze del momento. In fondo, si tratta di risorse ben utilizzate perché, oltre agli aspetti di sicurezza con la stabilizzazione di aree instabili, ci aiutano a rimarcare il nostro rilievo internazionale e a essere laddove i nostri interessi meritano di essere salvaguardati».



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