Il progetto curdo di una Siria federale

Uno Stato federale nel nord, nonostante l'intervento dei turchi, che gararantisca democrazia e uguaglianza a tutti i popoli della regione

Qamishli

A Qamishli, città della Siria nord-orientale, i curdi-siriani manifestano contro i combattenti guidati dalla Turchia che hanno preso il controllo di Afrin, 18 marzo 2018. – Credits: DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images

Asmae Dachan

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La situazione dei curdi in Siria. "I curdi in Siria hanno lottato in modo considerevole e per lungo tempo contro il regime tirannico siriano" - spiega Aref Salem, attivista e giornalista curdo-siriano -  “che li ha privati dei loro diritti principali, come il diritto alla cittadinanza e all’uso della loro stessa lingua. Oggi la situazione è diversa rispetto al passato, con il regime siriano che vorrebbe risolvere la questione curda concedendo la cittadinanza ai curdi e stabilizzandone la situazione, ma i curdi hanno sviluppato il loro progetto di uno Stato federale nel nord della Siria e sono intenzionati a realizzarlo con l’aiuto della comunità internazionale. I curdi dichiarano di aspirare a una ‘Siria Democratica Federale’ che garantisca democrazia e eguaglianza a tutti i popoli della regione, difendendone i diritti politici, sociali e culturali”.

Ma c’è consenso fra i curdi su questo progetto?
Molti siriani e curdo-siriani percepiscono tale iniziativa come l’inizio dello smembramento della Siria e quindi sono contrari. Gli oppositori siriani che sono scesi in piazza per chiedere libertà stanno ancora chiedendo un cambiamento nel governo siriano e l’applicazione degli accordi di Ginevra1, che prevedono condizioni per la transizione dell’autorità politica.

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Forze dell'esercito iracheno di guardia a una postazione presa ai curdi, Taza Khurmatu, nord Iraq, 13 ottobre 2017 (MARWAN IBRAHIM/AFP/Getty Images)

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E in Iraq?
Per quanto riguarda la condizione dei curdi in Iraq, possiamo dire che in generale la situazione nella regione del Kurdistan è diventata seria, specialmente dopo il referendum e l’attacco da parte delle Popular Mobilization Forces guidate dalla Repubblica dell’Iran. I curdi in Iraq sono pacifisti e stanno conducendo trattative con Baghdad in merito all’indipendenza del Kurdistan. Onestamente credo che il riconoscimento dello Stato del Kurdistan sia solo una questione di tempo ormai.

Come curdo-siriano, come descriveresti gli eventi dello scorso mese ad Afrin?
I fatti di Afrin sono tragici, con oltre 800mila persone sfollate, saccheggi e la distruzione di molte abitazioni da parte di forze di opposizione siriana sostenute dall’esercito turco. Le persone dormono ancora nelle tende e nelle strade. Molte famiglie sono tuttavia tornate nella zona per contrastare il cambiamento demografico che si sta cercando di operare ad Afrin, dove la maggior parte della popolazione era curda.

Secondo te, qual è il principale obiettivo dell’offensiva turca nel nord della Siria?
Ufficialmente lo scopo dell’operazione “ramoscello di ulivo” lanciata da alcune fazioni dell’opposizione siriana sostenuta dall’esercito turco è quello di eliminare il PKK, che opera lungo il confine turco-siriano. Si sa che questa organizzazione è sulla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali e i Turchi hanno usato questa argomentazione per mettere a tacere la comunità internazionale, ma anche per evitare una possibile rivoluzione dei curdi dentro la Turchia. Quello che vediamo oggi, tuttavia, è esattamente l’opposto. Si sta eliminando ogni progetto curdo nella regione e si stanno consegnando al regime intere aree in base all’accordo tra russi e turchi. In questo modo si sta di fatto eliminando ogni traccia della rivoluzione. I russi si sono ritirati dalle loro basi ad Afrin e Tel Ref’at e hanno dato semaforo verde ai turchi. La fotografia di Erdogan esposta sulle scuole di Afrin è un segno drammatico. Mostra l’occupazione effettiva di alcuni territori della Siria da parte della Turchia. Noi speravamo di vedere la bandiera della rivoluzione siriana, speravamo in una Siria libera.

Credi che anche la città di Kobane finirà come Afrin?
La Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti metterà fine a questo processo arrivando alla zona orientale dell’Eufrate. Molte voci indicano che gli americani prenderanno questa regione per un periodo di tempo non inferiore a venticinque anni per la sua posizione strategica. Abbiamo visto il sostegno degli americani ai curdi negli scontri contro il terrorismo e contro lo stesso regime siriano nella zona di Deir Ezzore. Il futuro dei curdi sarà come il futuro dei siriani liberi dal regime e in questo futuro non si può escludere la prospettiva di un federalismo.

Come descriveresti oggi la situazione nella città di Raqqa?
Dopo che gli uomini del Syrian Democratic Forces (Sdf) hanno preso il controllo, con l’esplulsione di Daesh, che rappresentava la principale roccaforte del terrorismo in Siria, la città è ancora in una situazione di angoscia, tensione e paura. Due terzi di Raqqa sono stati distrutti in seguito ai raid della Coalizione internazionale e degli scontri militari. In queste circostanze la vita per i civili è molto difficile, Mancano beni di prima necessità, comprese l’acqua e l’elettricità. L’Sdf ha dichiarato che in futuro consegnerà la città al Consiglio comunale di Raqqa, nel quadro di una Siria decentralizzata.

Il mondo ha conosciuto le donne curde nella veste di combattenti. Quali sono i desideri di questa generazione?
Credo anzitutto che sia necessario ricordare che la partecipazione militare delle donne curde sia un’esigenza per il bene della loro madrepatria. Non avrebbero mai lottato e partecipato ai combattimenti se la loro terra le avesse abbracciate come una madre fa con i suoi figli. Quello di combattere non è un loro desiderio, né un hobby, ma la necessità di dare ai propri figli un futuro in cui siano garantite pace, giustizia e democrazia. Le donne curde a quel punto vorranno vivere come tutte le donne libere del mondo, occuparsi della loro casa, della loro famiglia e del loro lavoro. La sistematica privazione della loro libertà e dei loro diritti umani le hanno spinte a difendersi con le loro stesse mani.

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