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Corea del Nord, una storia di spie al femminile

Sono numerose le donne che l'intelligence nordcoreana ha impiegato in azioni particolarmente delicate e ad alto rischio

World Press Photo 2016, David Guttenfelder

Redazione

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La vicenda delle due donne che avrebbero assassinato il fratellastro di Kim Young-un ha tolto la polvere sulla storia, di vecchia data, dell'intelligence al femminile della Corea del Nord.

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Sono, infatti, numerose le donne-spia che, nella storia del Paese sono state impiegate in azioni particolarmente delicate e ad alto rischio. Una delle più "illustri" è sicuramente Lee Sun-sil, la cui vicenda risale all'inizio degli anni '90, quando l'agenzia di intelligence sudcoreana annunciò di aver arrestato oltre 60 persone che avevano stabilito in Corea del Sud una sorta di succursale segreta del Partito dei Lavoratori al potere in Corea del Nord.

A capo della succursale c'era appunto lei, allora 75enne, che da dieci anni lavorava dietro le quinte nel Sud. Lee riuscì però a sfuggire all'arresto, poiché come raccontò un altro agente segreto nordcoreano catturato in seguito, era già tornata in patria utilizzando un minisommergibile.

Considerata numero 22 nella gerarchia nordcoreana, Lee morì poi nel 2000 e fu sepolta nel cimitero dei patrioti a Pyongyang.

La Mata Hari con gli occhi a mandorla
Una notevole fama l'acquisì anche Won Jeong-hwa, che giunse nel Sud affermando di esser fuggita dopo aver disertato, ma poi sette anni dopo venne arrestata e condannata a cinque anni di prigione con l'accusa di aver circuito con il sesso le sue vittime a cui carpire informazioni riservate di carattere militare. Non a caso venne poi chiamata dalla stampa "la Mata Hari nordcoreana".

Lei tuttavia disse che si trattava di un soprannome esagerato, e ammise anche di aver ricevuto l'ordine di assassinare col veleno due delle sue fonti militari sudcoreane. Ordine a cui disobbedì. 

Molti ricordano anche Kim Hyon-hui che, nel novembre 1987, assieme ad un altro agente segreto lasciò una bomba a orologeria su un aereo sudcoreano che aveva fatto scalo ad Abu Dhabi mentre era in rotta da Baghdad a Seul.

Bombe e veleni
Kim e il suo complice vennero arrestati poco dopo in un aeroporto del Bahrein. L'uomo che era con lei, di 72 anni, però si uccise immediatamente, ingerendo del veleno, mentre le guardie dei servizi di sicurezza riuscirono a impedire che anche lei facesse altrettanto.

Kim, che all'epoca aveva 27 anni, fu pertanto estradata in Corea del Sud, dove fu condannata a morte e poi graziata.

Nel corso degli anni ha scritto numerosi libri di successo e si è sposata con un ex agente dell'intelligence. L'attentato causò la morte delle 115 persone a bordo dell'aereo, e secondo quanto disse Kim alle autorità sudcoreane, aveva lo scopo di sabotare le olimpiadi di Seul, che sarebbero iniziate dieci mesi dopo.

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