Esteri

Birmania: cosa avevano scritto i reporter Reuters condannati

Sette anni di carcere per i due giornalisti che avevano firmato un'inchiesta sul massacro dei Rohingya a Inn Din

Il giornalista Reuters Wa Lone all'arrivo al tribunale di Yangon. L'uomo con il collega Kyaw Soe Oo è statp condannato a sette anni di carcere

Barbara Massaro

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Colpevoli. Il giudice birmano Ye Lwin non ha avuto dubbi nel leggere la sentenza che condanna a 7 anni di carcere i due giornalisti Reuters Wa Lone e Kyaw Soe Oo, coloro che hanno firmato un'inchiesta giornalistica pubblicata dall'agenzia di stampa internazionale che documenta, testimonianze alla mano, l'omicidio gratuito e a sangue freddo di 10 uomini di etnia Rohingya, la minoranza etnica musulmana che vive nel nord del Myanmar, quasi al confine con il Bangladesh. 

Perché sono stati condannati

Secondo la corte: "Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno provato molte volte a mettere le mani su documenti segreti e passarli ad altri. Non si sono comportati come normali giornalisti".

Ora i due giornalisti potranno appellarsi alla corte suprema mentre in un comunicato Reuters fa sapere "Oggi è un giorno triste per il Myanmar, i giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, e la stampa ovunque".

Tono simile è quello utilizzato dalla Commissione Europea che ha diffuso una nota in cui si legge che la sentenza: "Mina la libertà dei media, il diritto all'informazione del pubblico e lo sviluppo dello Stato di diritto in Myanmar".

I fatti

I fatti risalgono allo scorso 12 dicembre quando Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati arrestati in presunta flagranza di reato. I due reporter si trovavano in un ristorante dove avevano appena ricevuto da due agenti di polizia documenti coperti dal segreto di Stato (così dice l'accusa) circa il masscro di 10 civili Rohingya a Inn Din, a 50 chilometri da Sittwe, capitale dello Stato di Rakhine.

Si trattava di un importante tassello da aggiungere al mosaico di testimonianze oculari e di resoconti cui i due giornalisti lavoravano da tempo per mettere insieme quel reportage che poi Reuters avrebbe pubblicato il 9 febbraio successivo nonostante i due cronisti fossero già stati arrestati in attesa di giudizio.

L'inchiesta documenta in maniera dettagliata l'omicidio di 10 Rohingya nel villaggio di Inn Din.

Le vittime - d'età compresa tra i 17 e i 45 anni - erano pescatori, commercianti, insegnanti di religione islamica e studenti di scuole superiore. Almeno due di loro sarebbero stati uccisi da civili buddisti che vivevano nel villaggio, mentre gli altri da uomini dell'esercito birmano.

A raccontare i fatti a Wa Lone e Kyaw Soe Oo sarebbero stati i testimoni dell'eccidio e anche un soldato in pensione che avrebbe loro dichiarato di aver preso parte al massacro.

Le vittime, scelte a caso tra gli abitanti del villaggio, sarebbero state prima prelevate dalle loro case e poi fatte inginocchiare dopo aver loro legato i polsi. Dopo l'uccisione a sangue freddo i 10 uomini, secondo quanto riferito alla Reuters, sarebbero stati seppelliti in un'unica fossa. 

Perché l'inchiesta è stata pubblicata

La scelta di Reuters di pubblicare l'inchiesta nonostante i due autori fossero in carcere era stata spiegata da Antoni Slodkowski, responsabile dell'agenzia giornalistica per la Birmania, che aveva dichiarato "Abbiamo deciso di pubblicare questa indagine pionieristica perché abbiamo sentito che questo era il nostro dovere e obbligo nei confronti dell'opinione pubblica in Myanmar. E Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno sostenuto fortemente questa decisione.

Alla fine, siamo tutti giornalisti e questo è ciò che facciamo" e aveva poi aggiunto: "E' un resoconto scrupoloso e dettagliato dell'esecuzione di questi 10 uomini, che sono stati scelti a caso dalle forze di sicurezza, tenuti durante la notte in una scuola e giustiziati il giorno dopo. Inoltre, la storia non è limitata solo al villaggio di Inn Din, ma va oltre e analizza le dinamiche, i meccanismi di questa operazione militare in un'area più ampia.

Ci sono state segnalazioni provenienti da villaggi a diversi chilometri a nord di Inn Din, abbiamo ascoltato racconti molto simili a quelli di Rakhine, di come le forze di sicurezza e gli abitanti dei villaggi buddisti hanno bruciato le case dei Rohingya".

Cosa ha documentato l'ONU

Questo succedeva a febbraio, prima che una commissione speciale Onu avviasse i lavori per verificare quante fosse avvenuto in Rakhine con l'eccidio di almeno 7000 Rohingya e l'esodo di oltre 700.000 persone della stessa etnia verso il vicino Bangladesh.

I dati raccolti da marzo a fine agosto dall'ONU non fanno che confermare quanto scritto dai due reporter in carcere e cioè che il governo birmano tramite l'esercito e le agenzie di sicurezza locali avrebbe autorizzato il genocidio programmato dei Rohingya.

La posizione del governo

Dal canto loro esercito e autorità hanno sempre dichiarato che le persone uccise sono presunti terroristi islamici e potenziali attentatori alla sicurezza nazionale, ma questo non sarebbe sufficiente, secondo gli osservatori internazionali a giustificare la sparizione di oltre 200 villaggi Rohingya nel nord del Myanmar. Per questo è stato persino chiesto di ritirare il Nobel per la pace alla leader birmana Aung San Suu Kyi che avrebbe difeso l'operato del governo senza opporsi al massacro.

L'esecutivo birmano non ha, del resto, accettato la relazione dell'Onu ritenendola infondata visto che nessuno è stato autorizzato a entrare nel paese e la condanna a 7 anni per Wa Lone e Kyaw Soe Oo non fa che confermare la tesi ufficiale che ritiene il genocidio Rohingya frutto di una grande bugia montata dai media internazionali.

L'arresto di Wa Lone e Kyaw Soe Oo è solo l'ultimo di una serie di provvedimenti nei confronti di almeto un centinaio di giornalisti finiti in carcere da quando è iniziata l'epurazione dei Rohingya.

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