Emergenza sbarchi: il fallimento di Triton
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Emergenza sbarchi: il fallimento di Triton
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Emergenza sbarchi: il fallimento di Triton

La nostra Marina ha ragione: salva le vite in pericolo in mare. Ma l'Europa scarica ancora sull'Italia il problema. E il Governo non riesce a farsi valere

L’operazione “Mare Nostrum” esiste ancora, anche se non ha più quel nome. E “Triton”, la nuova missione dell’Unione Europea coordinata dall’Italia, è solo un nome che ha già dimostrato di non essere quel che avrebbe dovuto. Un fallimento assolutamente prevedibile. Secondo il Corriere della Sera, vi sarebbe addirittura un conflitto, una lite in corso fra tecnici del ministero dell’Interno e Marina Militare.

I primi accusano la seconda di aver mantenuto tre unità in posizione avanzata verso il Nord Africa, di fatto impegnandole in operazioni di soccorso che perpetuano il concetto di “Mare Nostrum” e disinnescano l’effetto di deterrenza voluto e perseguito da “Frontex”, l’Agenzia europea per le frontiere da cui dipende “Triton”.

Mezzi e unità di quest’ultima, schierati sulla linea di sbarramento a 30 miglia dalla Sicilia, si limitano a pattugliare acque già “filtrate” dalla nostra Marina. Risultato: nei primi 2 mesi di avvicendamento di “Triton” a “Mare Nostrum”, i migranti già soccorsi e sbarcati sulle coste italiane sono 16mila (8mila al mese), numero in linea con quello che ha caratterizzato l’esodo dell’ultimo anno (169.215 da gennaio al 27 dicembre). Insomma, un fallimento che in prospettiva rischia di trasformarsi in beffa: l’Unione Europea può infatti esser tentata di certificare l’inutilità di “Triton” e non rinnovare il già magro finanziamento mensile di 2,9 milioni di euro che copre interamente al 100 per cento le spese degli altri Paesi e solo per il 38 quelle dell’Italia (che oltretutto mantiene la responsabilità di identificare e “accogliere” tutti i profughi e clandestini portati in salvo).

Sia chiaro, la Marina ha ragione: la legge del mare vuole che si salvino le vite in pericolo. E le nostre unità non possono certo abbandonare un’area strategica come il Mediterraneo avanzato, al largo di una Libia in piena guerra civile e con le forze del Califfato insediate a Derna. Il problema è che nonostante il semestre di presidenza italiana della UE, il governo non è riuscito a ottenere praticamente nulla sul fronte della gestione condivisa delle frontiere UE.

A dispetto di formule e frasi, sulle quali i diplomatici hanno condotto epiche battaglie in perfetto burocratichese, che indicano i nostri confini come confini dell’Europa, continua a sventolare sulle nostre capitanerie di porto avanzate soltanto la bandiera italiana, nella pressoché totale indifferenza dei partner UE. E subiamo ancora l’effetto pernicioso di troppi messaggi di braccia aperte e apertura incondizionata delle frontiere che hanno indotto i trafficanti di esseri umani a intensificare i viaggi della speranza (e della morte).

Infine, si conferma sempre di più che senza un accordo “a monte”, costruito attraverso una rete di trattati bilaterali tra UE e Italia da una parte, paesi di origine e transito dei migranti dall’altra, senza interventi concreti in loco per filtrare e identificare i profughi alla partenza, senza l’installazione di campi avanzati in Nord Africa delle organizzazioni dedicate dell’ONU, senza tutto questo, qualsiasi dispositivo militare italiano o europeo è destinato a fungere ancora e sempre da Pronto Soccorso del Mare.


PS: I governi italiano ed europeo sono pregati di evitare annunci fasulli e descrizioni infedeli di una realtà che è ormai, drammaticamente, sotto gli occhi di tutti.

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