Egitto: il pericolo scorre sul Nilo
Egitto: il pericolo scorre sul Nilo
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Egitto: il pericolo scorre sul Nilo

Dalle scorrerie in Sinai alla diga etiope, sul tavolo del governo molte sfide attendono i militari. Israele osservatrice interessata

 Per Lookout news

Con la caduta del presidente egiziano Mohamed Morsi, deposto - è proprio il caso di dirlo - manu militari, si certifica il fallimento dei Fratelli Musulmani nel dare risposte alle aspirazioni delle cosiddette Primavere arabe. Almeno, così è secondo il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha contravvenuto al costume del governo d’Israele, uso a mantenere il riserbo più assoluto e ad astenersi dal commentare qualsivoglia vicenda che lo riguardi anche indirettamente, proprio come con le circostanze esplosive del vicino Egitto.

 

Le parole esatte di Netanyahu sono state: “Credo che alla lunga i regimi islamico-radicali siano destinati a fallire perché non offrono il rinnovamento necessario”. Tra le righe di queste impreviste e selezionate parole che giungono da Tel Aviv, si può scorgere un timido benvenuto al nuovo corso egiziano, altra cosa dall’Islam radicale che, per la vita e la politica di Israele nella regione, costituisce una minaccia perpetua.

 

Sarà che tra apparati e istituzioni militari - o militarizzate - si può ragionare con più pragmatismo e con il medesimo vocabolario (anche se l’ultima volta che si sono parlati i militari di questi due Paesi c’era una guerra in corso). Fatto sta che la politica del “male minore” per Israele è quanto di meglio si possa sperare, al momento.

 

Le operazioni nel Sinai
Non si dimentichi, infatti, che la Penisola del Sinai - dove, oltre alla manifestazione dell’esistenza di Dio per tramite di Mosè, si è palesata negli anni un’aspra contesa tra Israele ed Egitto (il primo dei quali ha governato l’area dalla Guerra dei Sei Giorni fino agli Accordi di Camp David, che hanno poi portato alla pace del 1979) - ultimamente pullula di islamisti e gruppi armati ribelli che hanno costretto l’esercito egiziano del generale Sisi a dare inizio, il 19 luglio, a una vasta campagna di sicurezza congiunta con la polizia regionale. E già si contano almeno una dozzina di uomini uccisi.

 

Anche Israele condivide le medesime preoccupazioni del Cairo: secondo Tel Aviv, si conterebbero centinaia di gruppi - tra salafiti, membri della Fratellanza, uomini di Hamas e combattenti della Jihad Islamica provenienti dalla Striscia di Gaza - che si sarebbero saldati nell’offensiva contro l’esercito e le forze dell’ordine egiziane. E i tunnel nella Striscia di Gaza, checché se ne dica, restano incontrollabili e da lì provengono armi e minacce concrete per entrambi i Paesi.

 

La Fratellanza egiziana
Tutto ciò, per Il Cairo s’inquadra nella politica del neo-presidente egiziano Adli Mansour, il quale ha promesso di ristabilire l’ordine in tutto l’Egitto, non permettendo ulteriori scossoni,  rintuzzando le proteste della Fratellanza Musulmana e contenendole entro i limiti di pacifiche manifestazioni di piazza.

 

La Fratellanza, infatti, non ha armato i propri sostenitori (non ancora, almeno) e si è affrettata invece a riunire la galassia dei sostenitori dell’ex presidente Morsi in un’unica grande coalizione, denominata“Alleanza Nazionale per la Legittimità”. Contestualmente, una delegazione di Fratelli Musulmani ha chiesto una mediazione all’Unione Europea, attraverso un appello rivolto all’inviato Bernardino León, in qualità di rappresentante speciale Ue per il Sud del Mediterraneo. E oggi il premier designato El Beblawi, ha completato la squadra di governo con la nomina del ministro della Giustizia e di quello dei Trasporti.

 

 

Gli attriti con gli USA e la diga etiope
Meno buone le relazioni del nuovo governo con gli Stati Uniti, che avevano scommesso malamente sulla durata di Morsi e della Fratellanza: fonti statunitensi accreditate rivelano che il Generale Sisi, vicepremier egiziano e deus ex machina al Cairo, ha incontrato William Burns, assistente del Segretario di Stato americano, per invitare il presidente Barack Obama ad accettare “chiaramente” il nuovo corso egiziano e a non sostenere in alcun modo la Fratellanza, per evitare di alimentare il caos nel Paese. Secondo fonti israeliane, però, l’incontro fra Burns e Sisi sarebbe stato particolarmente acceso e duro. Segno che ancora siamo ben lontani da un sostegno americano all’Egitto e da una condivisione d’intenti.

 

Anche per un’altra ragione, che allarma non poco gli osservatori internazionali: qualche settimana fa l'Etiopia ha, infatti, deciso unilateralmente di deviare il corso del Nilo Blu per la costruzione della prima di quattro dighe, che conterrà 74 milioni di metri cubi d'acqua e inonderà un'area di 1.680 Km quadrati, per rinverdire la regione.

 

Già il presidente egiziano Morsi, prima della sua defenestrazione, non aveva escluso la possibilità di un intervento militare per impedire la realizzazione di un’opera destinata a impoverire la portata d’acqua del Nilo riservata all’Egitto che, attraverso uno dei due affluenti principali (cioè il Nilo Azzurro, che sgorga per l’appunto dal Lago Tana in Etiopia), riceve circa l’85% dell’acqua di cui necessita e che, pertanto, costituisce la risorsa strategica e ineliminabile per la sopravvivenza del Paese.

 

La diga etiope limiterebbe la navigabilità del fiume e dimezzerebbe la portata d’acqua che oggi arriva in Egitto. Ragion per cui,  il generale Sisi è probabile che sia, almeno in questo, concorde con il predecessore Morsi, il quale ebbe a dire che avrebbe difeso “ogni goccia d’acqua del Nilo con il nostro sangue”. Addis Abeba è avvertita.

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