Stipendi: ecco perché i manager ci rendono sempre più poveri
Fred Dufour/AFP/Getty Images
Stipendi: ecco perché i manager ci rendono sempre più poveri
Economia

Stipendi: ecco perché i manager ci rendono sempre più poveri

Capital in the Twenty-First Century, il saggio dell'economista francese Thomas Piketty, negli Stati Uniti è un caso clamoroso: spiega con i numeri le radici della disuguaglianza e i suoi effetti sull'economia e la società

Secondo The New Yorker, che gli ha dedicato un lungo articolo , il saggio Capital in the Twenty-First Century  (Il capitale nel Ventunesimo Secolo) di Thomas Piketty - appena arrivato nelle librerie americane - è un libro che nessuno può ignorare. Il giovane professore francese di economia della Paris School of Economics, infatti, definisce le “regole” che governano la disuguaglianza sociale. E non lo fa attraverso una semplice teoria, ma tramite uno studio che parte dai numeri a cui ha lavorato in tandem con l’economista di Berkeley Emmanuel Saez. Sono i numeri, dunque, che mettono in luce la percentuale di ricchezza che va al 10% più ricco della popolazione, all’1% e allo 0,1%. Di questi ultimi super rich, il 70% è costituito da top manager ed è per questa ragione che Piketty attribuisce al sistema delle multinazionali il peso della crescita della disuguaglianza. 

Nel 1950, un amministratore delegato guadagnava circa venti volte di più di un dipendente della stessa azienda. Oggi, la differenza fra il compenso di un top manager e quello di un lavoratore in una delle aziende di Fortune 500 si attesta su oltre 200:1. E molti ceo percepiscono molto, molto di più. Nel 2012, l’1% dei più ricchi negli Stati Uniti ha portato a casa il 22,5% del reddito, il dato più alto dal 1928. 

L’accumulazione del capitale, dunque, fa sì che il gap fra imprenditori e lavoratori sia destinato ad allargarsi e nemmeno le scelte fiscali dei governi, volte a tutelare le fasce più deboli, possono fare nulla per ridurre le differenze: il ritorno sul capitale sarà sempre, inevitabilmente superiore alla crescita economica. L’eccezione che conferma la regola è rappresentata dai sessantanni che vanno dalla Prima Guerra Mondiale al 1973, quando il tasso di crescita dell’economia ha superato quello del ritorno sul capitale, perché i patrimoni privati hanno “assorbito” il peso della crisi del 29 e delle due guerre. Dopo tale data, il tasso di crescita dell’economia ha subito un progressivo rallentamento, mentre il ritorno sul capitale ha raggiunto i livelli di prima della guerra. 

Da qui, il paradigma: la chiave della disuguaglianza è frutto di una distribuzione del reddito che premia il capitale, invece del lavoro.

In futuro, le cose non potranno che peggiorare. Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, fra il 2012 e il 2013 i disoccupati hanno toccato quota 202 milioni nel mondo e dovrebbero arrivare a 215 entro il 2018. E’ per questa ragione che Piketty ipotizza il ritorno a un mondo analogo alla società patrimoniale del XIX secolo in Europa.

L’unica via d’uscita, secondo il professore francese, è l’imposizione di una tassa globale progressiva sulla ricchezza, proprio per impedire al capitale di migrare verso i paradisi fiscali per mantenere il proprio primato.

"Capital in the long run" , il parere dell'Economist

"Capitalism vs. Democracy ", The New York times

Ti potrebbe piacere anche

I più letti