I nipoti di Agnelli
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I nipoti di Agnelli

Andrea Agnelli e John Elkann: la quinta generazione della famiglia miete un successo dopo l'altro

«Quindici anni fa non c’avrei giurato ma è proprio uno bravo» ammette con il suo accento aspirato di Cosenza, l’ingegnere Fiat che è stato ex collega di studi di John Elkann al Politecnico di Torino e lo conosce bene. Già, le polemiche sul giovane capo del gruppo Agnelli, il «ragazzino che deve ancora mangiare molte pagnotte», sono una cosa; ma tutt’altra cosa è quel +300 per cento del valore del gruppo che fa capo alla Giovanni Agnelli & C., un incremento maturato in dieci anni, da quando è morto l’Avvocato, contro il +43 per cento dell’indice mondiale di Morgan Stanley e il -36 dell’indice Ftse di Piazza Affari... E poi i dati industriali del gruppo Fiat, nello stesso periodo. Dai 27 miliardi di dollari di ricavi mondiali del 2003, agli 84 miliardi con 15 mila addetti in più in Europa (nonostante il calo in Italia). Certo, il merito va al «líder máximo», Sergio Marchionne. Ma anche a chi è riuscito a sopportarlo e supportarlo, primo fra tutti lui, John Philip Jacob. Il quale, nel frattempo, ha rotto con la madre sull’eredità riuscendo a prevalere in giudizio; s’è sposato, ha fatto tre figli e ha consolidato il controllo della famiglia sul gruppo e quello suo sulla famiglia (35 per cento nell’accomandita).

Non collima con questo quadro il ritratto sarcastico e demolitorio che ha fatto di lui, a più riprese, Diego Della Valle, il «rottamatore» della finanza, figura indipendente e di spicco nel variegato salotto buono che controlla il Corriere della Sera: «Ricopre un ruolo che non ha l’esperienza per ricoprire e che lo porta a fare molti errori, purtroppo oggi in quella famiglia c’è lui e bisogna parlare con lui» (settembre 2012); «Jaki (il soprannome di John Elkann, ndr) è un ragazzino che non si rende conto che il mondo è cambiato e che non si vive più di monopoli ma di mercato» (maggio 2013). «Se quelli di Jaki sono stati errori, evviva gli errori», replicano i fan dell’ingegnere.

Ma c’è un altro «pezzo» della nuova generazione Agnelli, che ne porta anche il cognome: è Andrea, figlio di Umberto, un anno di più del cugino. Presidente della Juventus da tre anni e mezzo. A metà dicembre, s’è presentato con le stampelle a un consiglio d’amministrazione del club. La sera prima una brutta storta sulle scale di casa gli aveva fratturato il malleolo peroneale. Ci ha lavorato sopra due giorni, solo in terza giornata è stato operato e a furia di fisioterapia ha già potuto lasciare a casa le stampelle: per dire, un tipetto tosto. Agiografia? Piuttosto autoformazione: visto che lo stesso giovanotto, solo nove anni fa, alla vigilia della scadenza di quel convertendo Fiat che avrebbe in teoria dovuto portare le banche creditrici a superare la famiglia Agnelli nel capitale del gruppo, faceva il «gaffeur» col Foglio: «Credo che dovremmo guardare a quello che hanno fatto i Ford negli Stati Uniti» disse in un’intervista: «Hanno conservato una quota simbolica della società che porta il loro nome, ma continuano a esprimere la presidenza». Altro che. Nel frattempo Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, con il discusso ma vittorioso espediente dell’equity swap, beffavano le banche e mantenevano gli Agnelli saldamente oltre la soglia d’Opa del 30 per cento. E Marchionne si avviava a vincere la sua prima grande partita di poker, spiazzando la General Motors e convincendola a pagare 2 miliardi di dollari «pur di non doversi comprare» la Fiat. La Fiat che oggi ha comprato Chrysler. Andrea deve aver imparato la lezione. Basta gaffe, basta esternazioni in libertà. Da quando è alla Juve, dopo un inizio a sobbalzi e un maxiaumento di capitale, ha inanellato tre anni di successi, societari e sportivi. E quel miraggio della presidenza della Ferrari, che nel 2010 sembrava fuori dalla sua portata, oggi non scandalizzerebbe più nessuno.

Piccoli Agnelli crescono, insomma, per simpatici o antipatici che siano: sono una quinta generazione che «tiene» e difende con le unghie la proprietà del casato, trasferendone la sede in Olanda, prima quella di Fiat Industrial, a giorni probabilmente anche quella di Fiat-Chrysler, per giovarsi della legge olandese sul voto doppio per i pacchetti azionari «storici», in base alla quale il loro 30,05 per cento in assemblea pesa come se fosse il 60,1.

La chiave di volta di questa maturazione? Aver lasciato mani libere al management. In grande: Marchionne. Mai nessun altro amministratore delegato è stato così «totipotente» in Fiat. In piccolo: Giuseppe Marotta e Aldo Mazzia, i due amministratori delegati della Juventus, uno dedicato alle attività sportive l’altro alla finanza, che hanno vent’anni più di Andrea. E l’allenatore, Antonio Conte, l’uomo che «è la trasposizione sul campo del mio modo di lavorare in società», come dice di lui il giovane presidente. «Abbiamo ripreso la cultura del lavoro, prima il sabato la sede era chiusa, sprangata per 24 ore, adesso si lavora sette giorni su sette, il sabato ci sono 25-30 persone, le riunioni iniziano alle otto di mattina» si vanta oggi Andrea, che questa cultura, in effetti, l’ha anche in buona parte mutuata da Jean-Claude Blanc, ex amministratore delegato della Juve oggi al Paris Saint-Germain degli sceicchi, cui si deve anche la scelta strategica di comprare lo Juventus Stadium. Ma, insomma, amministrare bene l’eredità è alla fin fine quel che si chiede agli eredi, e indubbiamente in questo anche Andrea è stato bravo.

Il tema aperto sul futuro dei due cugini è oggi semmai un altro, gestire i futuri ricambi manageriali. Perché le due squadre che hanno saputo lasciar lavorare, se le sono trovate già in casa. I prossimi dovranno reclutarli loro: «Il vertice della nuova società sarà composto da Marchionne e dal sottoscritto», ha garantito Jaki, il giorno della conquista di Chrysler, «quindi non cambiano presidente e amministratore delegato, il piano industriale del maggio scorso va avanti per tre anni e non c’è dubbio che sarà portato avanti da Marchionne. Il futuro, invece, è aperto. Abbiamo molte persone capaci in Fiat-Chrysler, le identificheremo, ma non prima della fine del piano». Nel 2017, a piano concluso, John avrà 41 anni. Sarà un bel grattacapo liquidare Marchionne e trovare uno che lo sostituisca, ammesso che l’interessato sia d’accordo.

Ma su una si può scommettere: non sarà italiano. Perché, ecco una grande differenza tra i due cugini, Elkann non si sente italiano e non vive l’Italia come il suo paese, Andrea sì ma sulla Fiat non tocca palla. E John rimarca sempre il valore del suo network globale, come quando, qualche mese fa, ha venduto la Sgs alle famiglie von Finck, Desmarais e Frère, «che conosco personalmente», incamerando una plusvalenza profumatissima da 1,5 miliardi di euro. Pescherà all’estero, dunque: e lo farà potendo scegliere il meglio, visto che, come ripete con orgoglio, parlando di lui, il padre Alain: «Mio figlio ha delle relazioni internazionali straordinarie». Marchionne permettendo.

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