berlino mercato natale strage
EPA/BRITTA PEDERSEN
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Dobbiamo reagire e non rassegnarci

A ogni colpo inferto alla nostra civiltà, perdiamo tutti un pezzo di ragione. E di libertà

"Com'è potuta accadere una cosa del genere?....Mai ci si sarebbe aspettato quanto accaduto...". Non dobbiamo spingerci oltre, non è necessario costringere l'anima a immergersi nel pozzo nero dell'orrore per discernere e interpretare. Lo smarrimento e lo sgomento di Angela Merkel dopo la strage al mercatino natalizio di Berlino, la normalità e se volete perfino la banalità di quelle due frasi ci dicono tutto.

Ancora una volta non riusciamo a risalire ad alcuna sentina dove poter raccogliere i campioni di iniquità e analizzare un gesto folle; la cerchiamo, ci interroghiamo addirittura fino a imporci un improbabile e inesistente senso di colpa pur di liberarci da questa afasia cerebrale e di applicare quella categoria primordiale che fa discendere una reazione da un'azione. Questa azione, questo nuovo atto belligerante non lo rintracciamo ed eccoci ancora una volta là dove quella domanda ci aveva lasciati interdetti: eravamo idealmente tutti sulla promenade des Anglais a Nizza tra decine di corpi martoriati, era appena lo scorso 14 luglio, ricordate? "Com'è potuta accadere una cosa del genere?": lo dicemmo a Nizza, cercando disperatamente risposte che non arrivarono e lo ripetiamo dopo Berlino. E tremiamo al pensiero di dovercelo dire ancora, sulla prossima scena di una tragedia che sappiamo non essere giunta all'atto finale.

Noi, noi che siamo l'Occidente viviamo una sottrazione lenta e continua: a ogni colpo inferto alla nostra civiltà corrisponde la perdita di un pezzettino di ragione e libertà, di quei valori costitutivi di una civiltà ogni giorno sempre più compromessa. Gli estremismi si uniscono a tenaglia, colpiscono in Turchia uccidendo in diretta televisiva l'ambasciatore russo e poco dopo nel cuore di Berlino al mercato natalizio di Breitscheidplatz. Sono estremismi figli di una follia diversa, non sono in contatto diretto tra loro ma parlano la stessa lingua e si saldano nell'obiettivo comune di puntare alla fine dell'Occidente. E lo fanno con l'aggressione alle regole che tengono in piedi l'Occidente cioè con l'assalto alla nostra "Grundnorm" di civiltà; a quella "norma fondamentale", cioè, dalla quale discende la pluralità delle norme: la libertà. Lo sappiamo, lo abbiamo capito. E infatti proviamo a ridosso di questo Natale il sentimento che è metastasi della libertà: abbiamo paura.

Iniziammo ad aver paura l'11 settembre 2001, ma ci sembrò un affare lontano geograficamente e pensammo di cavarcela con un po' di solidarietà al martoriato popolo americano. Un errore madornale. Ne seguirono altri, dalle finzioni delle primavere arabe all'inazione in Siria, che è inutile elencare. Neanche due anni fa i fratelli jihadisti Said e Sherif Kouachi seminarono morte a Charlie Hebdo e neppure due anni prima i fratelli Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev avevano insanguinato la maratona di Boston: ma dite la verità, non vi sembrano episodi lontanissimi nel tempo? Non fate fatica a collocarli? Succede perché la feroce contabilità del terrore ci costringe ad aggiornare in continuazione i files della memoria, che non riesce o si rifiuta di contenere questo enorme carico di barbarie. Perché siamo occidentali, perché siamo naturalmente portati a rimuovere e rifugiarci nella culla di una normalità apparente. La tendenza è quella di parcellizzare, di guardare ai singoli episodi: proviamo orrore, commiserazione, commozione, rabbia. Ma poi torniamo al punto di partenza: il sapore del caffè sotto casa ci consola, la cena con gli amici ci dà sollievo, una passeggiata in centro ci consegna l'illusione della normalità. La memoria nel frattempo si libera dall'orrore e si va avanti così. Fino al nuovo orrore.

Questo Occidente ottenebrato deve, finalmente, avere il coraggio di aprire gli occhi. Ora. Le politiche di immigrazione e di accoglienza, adottate in ordine sparso e con colpevole sottovalutazione dei pericoli, devono conoscere una svolta: l'Italia non è già in grado di gestire ordinatamente la collocazione di profughi e migranti, le avvisaglie di una rivolta sociale sono già venute a galla. Siamo incapaci di rendere effettive le espulsioni, di allontanare cioè dal nostro territorio persone che non hanno alcun diritto di rimanere qui. Non sono terroristi, intendiamoci. Ma si tratta di persone che hanno una predisposizione a radicalizzare il loro scontento trasformandolo in odio. Dall'Italia all'Europa la musica non cambia. La litania che voleva l'equazione secondo la quale un profugo equivale a un martire salvato dalla nostra civiltà è stata cancellata da ripetute operazioni di polizia in ogni angolo del continente: tra chi indossa la maschera del profugo spesso si nasconde anche un delinquente e perfino un terrorista. La prova che l'Europa disvela solo il suo sonnambulismo è condensata nelle 11 pagine di conclusioni del Consiglio europeo del 15 dicembre scorso. L'organismo dove si ritrovano i capi di Stato e di governo dei 28 Paesi dell'Ue al capitolo "sicurezza" dedica due paginette che sono tutte un "auspicio" e una "necessità d'intensificare gli sforzi". Non troverete mai la parola terrorismo, figurarsi lo jihadismo.

Pensate: i 28 discutono ancora sulle modalità di controllo dei viaggiatori extra Schengen e "ne richiedeno una rapida attuazione"; il consiglio "sollecita" (a stesso!) "il conseguimento di ulteriori risultati sull'interoperabilità dei sistemi di informazione e delle banche dati". Ne parlano da quando questa sporca guerra ci è entrata in casa e i 28 capi di Stato fissano la verifica di queste quisquilie, con calma, alla fine del 2017. Ma aprite gli occhi e datevi una mossa: lì fuori il tramonto dell'Occidente sta per diventare crepuscolo. E non vi illudete, perché questa rischia di essere una lunghissima notte.

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