10 anni dopo Saddam, ecco l'Iraq
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10 anni dopo Saddam, ecco l'Iraq
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10 anni dopo Saddam, ecco l'Iraq

La prima pagina del diario del nostro inviato, Ignazio Ingrao, tornato in Iraq in una data storica - Saddam, la fotostoria

da Bagdad, 

Il 13 dicembre di dieci anni fa i soldati americani catturavano Saddam Hussein nascosto in una minuscola botola di una fattoria. Un anniversario che ci induce a fare un bilancio su cosa è diventato l’Iraq oggi, dopo due conflitti, centinaia di migliaia di morti e di profughi. Il senso di questo viaggio sta anche qui: tornare sul campo quando i riflettori delle tv si sono spenti, quando i grandi network dell’informazione sono andati via. E vedere come vive le gente, che fine hanno fatto i profughi e gli sfollati. Molti erano fuggiti proprio in Siria, tra questi molti cristiani, ma sono stati ricacciati indietro dal nuovo conflitto a Damasco.

Lo spirito di questo viaggio è quello ben espresso dalla famosa poesia della polacca Wislawa Szymborska (premio Nobel per la letteratura) “La fine e l'inizio”: “Dopo ogni guerra/c'è chi deve ripulire./ In fondo un po’ d'ordine/ da solo non si fa./ C'è chi deve spingere le macerie/ ai bordi delle strade/ per far passare/ i carri pieni di cadaveri./ C'è chi deve sprofondare/ nella melma e nella cenere,/ tra le molle dei divani letto,/ le schegge di vetro/ e gli stracci insanguinati./ C'è chi deve trascinare una trave/ per puntellare il muro,/ c'è chi deve mettere i vetri alla finestra/ e montare la porta sui cardini./ Non è fotogenico/ e ci vogliono anni./ Tutte le telecamere sono già partite/ per un'altra guerra./ Bisogna ricostruire i ponti/ e anche le stazioni./ Le maniche saranno a brandelli/ a forza di rimboccarle./ C'è chi con la scopa in mano/ ricorda ancora com'era./ C'è chi ascolta/ annuendo con la testa non mozzata./ Ma presto gli gireranno intorno altri/ che ne saranno annoiati./ C'è chi talvolta/ dissotterrerà da sotto un cespuglio/ argomenti corrosi dalla ruggine/ e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti. /Chi sapeva/ di che si trattava,/ deve far posto a quelli/ che ne sanno poco./ E meno di poco./ E infine assolutamente nulla./ Sull'erba che ha ricoperto/ le cause e gli effetti,/ c'è chi deve starsene disteso/ con la spiga tra i denti,/ perso a fissare le nuvole”. 

Il 30 aprile si terranno le elezioni politiche, ma l’Iraq è tutt’altro che pacificato. Si susseguono attentati e violenze. Autobombe che servono a tenere alta la tensione in uno stillicidio di morti che mutila tutte le comunità etniche e religiose, non solo i cristiani. Il senso di insicurezza è accresciuto dalla disattenzione della comunità internazionale per le sorti di questa Nazione. E si mescola alla rabbia nel vedere le potenzialità inespresse di un Paese che potrebbe, nel giro di pochi anni, diventare il primo produttore di petrolio al mondo, è ai primi posti per risorse energetiche e anche sul fronte del turismo (Mesopotamia, culla delle civiltà) sarebbe pronto ad offrire moltissimo.

Il viaggio è frutto dell’iniziativa coraggiosa di due realtà, una laica e l’altra cattolica, che si sono messe insieme per compiere quello che, giustamente, hanno voluto definire “un gesto profetico”. La Sudgestaid, che si occupa di cooperazione e formazione in loco della nuova classe dirigente irachena, e l’Opera romana pellegrinaggi, l’ente che fa capo alla diocesi di Roma e porta milioni di pellegrini in tutto il mondo sulle rotte dei santuari, dei luoghi della Bibbia e della tradizione cattolica, ma anche in luoghi di interesse culturale e artistico. Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato ha compiuto oltre 104 viaggi, ma il pellegrinaggio in Iraq, sulle orme del patriarca Abramo, partito da Ur dei Caldei (oggi città irachena) lo dovette cancellare a causa della guerra. A pochi mesi dalla canonizzazione di Papa Wojtyla (che sarà portato sugli altari il prossimo 27 aprile) un piccolo gruppo di sacerdoti in rappresentanza della diocesi di Roma e delle diocesi italiani, insieme con alcuni cooperanti della Sudgestaid si recano in Iraq per compiere quell’itinerario al quale Giovanni Paolo II, suo malgrado, dovette rinunciare. E portano simbolicamente, tra gli altri doni, una statua e una reliquia del Papa santo polacco che troverà posto nella cattedrale del patriarcato di Baghdad. Un gesto profetico ma anche un tentativo per riportare l’attenzione su un Paese ancora vittima dell’odio e delle divisioni. Racconteremo questo viaggio in presa diretta sul sito di Panorama con un diario quotidiano. 

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