Amianto all'Olivetti, le carte segrete
Carlo De Benedetti alla scuola Sant' Anna di Pisa durante una conferenza sul futuro dell'editoria nel passaggio dalla carta al digitale nell'ambito dell'Internet Festivala, 11 ottobre 2013. ANSA/FRANCO SILVI     
Amianto all'Olivetti, le carte segrete
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Amianto all'Olivetti, le carte segrete

I documenti che mostrano come, dagli anni Settanta, la società conoscesse i rischi per la salute

La strana storia dell’«Ammiraglio» e dell’«Ingegnere» comincia qualche giorno dopo l’estate del 2010: per omicidio colposo, la Procura di Ivrea iscrive nel registro degli indagati Ottorino Beltrami, amministratore delegato dell’Olivetti fino al 1978, e i fratelli Carlo e Franco De Benedetti, suoi successori alla guida della storica società informatica. La vicenda continua il 3 febbraio del 2011, quando la procura, «letti gli atti del procedimento in epigrafe», chiede l’archiviazione per i De Benedetti. E finisce il 18 agosto 2013, giorno della scomparsa del novantaseienne Beltrami, alla vigilia della terza udienza del processo. Vittorio Feltri, sul Giornale, ne fa un partecipato «coccodrillo»: ufficiale sulle navi da guerra, manager gentiluomo, «di una cordialità pari alla raffinata educazione».   

Solo la morte, quindi, ha sottratto Beltrami dal giudizio per la morte di Franca Lombardo: un’ex dipendente dell’Olivetti scomparsa nel dicembre 2007 per un mesotelioma, l’infido e devastante tumore provocato dall’amianto. Un’accusa che i De Benedetti avevano già scansato più di due anni prima. Un doppiopesismo sospetto, a prima vista. Panorama ha voluto indagare più a fondo: relazioni inedite, carteggi dell’Olivetti, consulenze tecniche. Ebbene: alcuni documenti mostrano responsabilità simili per i tre imputati. Eppure, la lettura dei magistrati fu differente: l’Ammiraglio rinviato a processo, l’Ingegnere e il fratello scagionati, con molte scuse.

Quasi tre anni dopo i De Benedetti sono stati iscritti nuovamente nel registro degli indagati: stessa imputazione, uguale procura, magistrati differenti. Nel mentre, però, il numero delle vittime, molte delle quali difese dall’avvocato Laura D’Amico, è salito a 21: ci sono 15 ex dipendenti dell’Olivetti morti per mesotelioma, mentre altri sei sono malati di asbestosi, patologia dell’amianto. 

Anche gli indagati sono aumentati esponenzialmente a 24, rivelando altra lena investigativa rispetto al passato. Fra questi, spiccano i nomi degli amministratori delegati che si sono succeduti ai vertici dell’azienda informatica di Ivrea: dai fratelli De Benedetti, in carica dal 1978 al 1983, a Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo economico, che guidò la società dal 1992 al 1996. L’inchiesta è alle battute finali. Entro la fine di novembre sulle scrivanie del nuovo procuratore di Ivrea, Giuseppe Ferrando, e del giovane sostituto che ha avviato l’inchiesta, Lorenzo Boscagli, arriveranno tre consulenze tecniche: hanno scandagliato aspetti epidemiologici, di igiene industriale e gli assetti societari. In dicembre saranno poi vagliate le posizioni degli indagati. E in gennaio potrebbero arrivare le richieste di rinvio a giudizio. Questa volta, per l’editore del gruppo L’Espresso, a Ivrea indiscusso «padrone» dal 1978 fino al 1996, sembra più difficile evitare il processo. Anche se lui si proclama «totalmente estraneo ai fatti». 

A questo punto, però, dobbiamo tornare indietro: alla strana inchiesta che coinvolge, nel 2010, l’Ammiraglio e l’Ingegnere. Il primo amministratore delegato dal 1971 al 1978. Il secondo suo successore, dal 1978 al 1983. Entrambi, come risulta dalle verifiche fatte all’epoca dalla polizia giudiziaria, «legali responsabili della ditta Ing Olivetti & C nel periodo oggetto dell’indagine»: gli anni compresi dal 1965 al 1980, quelli in cui Franca Lombardo, addetta al montaggio di calcolatrici e telescriventi, venne in contatto con l’amianto. Panorama ha letto in esclusiva tutte le carte dell’inchiesta. Materiale che non venne ritenuto sufficiente per rinviare a giudizio i De Benedetti ma che adesso costituisce l’architrave della nuova indagine della Procura di Ivrea.  

«Lombardo Franca, nata a Vercelli il 14 febbraio 1930, già residente in vita a Burolo, deceduta a Ivrea il 26 dicembre 2007». La sua storia lavorativa viene ricostruita agli inquirenti dal marito, Luigi Formento, parte civile nel processo per la morte della consorte, assistito dall’avvocato Enrico Scolari. Formento viene sentito l’8 ottobre 2008: «Mia moglie ha cominciato a lavorare all’Olivetti nel 1956. Nel 1965 è stata trasferita nello stabilimento di San Bernardo, fino al 1980, anno del pensionamento. Era addetta al montaggio dei gruppi elettrici e in seguito al cablaggio di grossi macchinari». 

Capannoni imbottiti d’amianto quelli di San Bernardo: qui, a pochi chilometri da Ivrea, nel 1956 vengono trasferite le Officine meccaniche. Dall’asbesto non verranno mai bonificate. Lo rivela un documento interno, scovato dagli investigatori nel monumentale archivio dell’Olivetti. Panorama è riuscito a consultarlo. È datato 27 ottobre 1987: dà notizia di un censimento dell’amianto fatto nello stabilimento di San Bernardo. L’esito è allarmante: risulta la presenza di asbesto «nell’intonaco del soffitto del capannone sud, nei pannelli della controsoffittatura del capannone centrale Ope e di alcuni uffici Osai». 

In quello stabilimento aveva lavorato anche Bruno Favaro. Per 10 anni, dal 1970 al 1980, è stato il reponsabile del reparto in cui si producevano le «piastre elettroniche» dei computer. Lo stesso in cui era impiegata Franca Lombardo. L’11 maggio 2009 Favaro è chiamato a testimoniare. «Il capannone era costituito da tre campate con tetto a volta coperto con lastre ondulate di eternit» ricorda. Ma il minerale era ovunque: «La parte bassa delle tubazioni era coibentata con tela d’amianto. La manutenzione era effettuata alcune volte nel finesettimana. Altre durante l’orario di lavoro». 

Con le fibre che si disperdevano nell’ambiente, diventando letali. La lavorazione in cui si era più esposti era però il cablaggio: «Veniva usata una guaina con una rete bianco grigiastra, che si sbriciolava con facilità durante la lavorazione». Ancora amianto.

Qualche mese dopo, il 28 agosto 2009, vengono messe a verbale le parole di Anna Lagna, ex dipendente amministrativa a San Bernardo: «Le grosse ventole che riciclavano l’aria interna sollevavano polvere, con sensazione di disagio per le vie respiratorie». Lagna fornisce particolari anche della lavorazione dei cavi elettrici: «La guaina esterna di colore chiaro dicevano fosse d’amianto. E i fili elettrici venivano inseriti nelle guaine usando una polvere bianca». 

Talco industriale. Quello che usavano all’Olivetti era pieno di tremolite: un tipo di asbesto che prende il nome della Val Tremola, in Svizzera, dove abbonda. Per facilitare lo scorrimento delle guaine «veniva usata anche aria compressa». Tutto era impestato da quella polvere letale. «Le postazioni erano prive di aspirazione» ammette laconica l’ex dipendente. «E non erano separate dalle altre lavorazioni».

La diffusione e la pericolosità del talco emerge anche da un carteggio interno dell’Olivetti. La prima missiva è del 16 febbraio 1981. Maria Luisa Ravera, direttrice del Servizio ecologia dell’azienda, scrive a Enea Occella, luminare dell’Istituto d’arte mineraria del Politecnico di Torino: «La prego di voler esaminare i due campioni di talco che le ho portato, per verificare se in essi è presente dell’amianto». 

Ravera aggiunge: «Dovrebbero provenire da una cava di Lanzo Torinese». Sono due sacchetti di plastica trasparenti che contengono una polvere verdognola. 

Occella le risponde lo stesso giorno: «In entrambi i campioni è presente in elevate proporzioni la tremolite» premette il professore. Cioè amianto. In quantità devastanti: «Il numero di elementi fibrosi» scrive Occella «supera le 500 mila unità per microgrammo». Negli Stati Uniti, ragguaglia, «i limiti consentiti sono 1.000 unità per microgrammo». Alla Olivetti, quindi, si usa un talco che ha una quantità di fibre killer 500 volte superiore a quella tollerata negli Usa. Occella conclude: «È agevole dedurre che i due materiali in esame non devono assolutamente, per nessun motivo, essere utilizzati come talco industriale».

L’epistolario, che risale al periodo in cui De Benedetti era presidente e amministratore delegato, adesso è in mano ai magistrati. Ma, allora come oggi, la domanda resta identica: l’azienda sapeva che quella polvere era piena d’amianto? A questa domanda rispose l’epidemiologo Massimiliano Bugiani, consulente tecnico della procura. 

La sua relazione venne consegnata ai magistrati il 13 dicembre 2010: «Dagli anni Settanta era già nota la presenza nei talchi utilizzati nell’industria di altri minerali, tra i quali anche l’amianto sotto forma di tremolite». Eppure alla Olivetti venne usato almeno fino al 1981: «Come antiadesivo dei particolari in gomma, coadiuvante per lo scorrimento dei cavi all’interno delle guaine e isolante dei cavi di alimentazione» spiega Bugiani. Che non omette aggravanti: «Dagli elementi e le testimonianze raccolte risulta che tra il 1968 e il 1980 non siano state adottate idonee misure preventive a tutela dei lavoratori». 

Il 16 dicembre 2010 viene depositata un’altra consulenza, affidata a Luigi Tirrito, esperto di igiene industriale. «Il rischio» scrive «poteva essere azzerato». Bastava «un’analisi al microscopio del talco in arrivo nello stabilimento prima dell’inserimento nel ciclo produttivo». Anche Tirrito assicura che «nessuna misura di sicurezza, come risulta dagli atti, è stata mai adottata»: le polveri si disperdevano nell’aria, gli aspiratori erano assenti, mancavano guanti e mascherine che «avrebbero ridotto in modo significativo l’esposizione alle polveri». 

Eppure, i rischi si conoscevano. Gli inquirenti hanno scovato una «nota riservata» del Laboratorio chimico aziendale. Viene inviata il 6 giugno 1977 a Domenico Semeraro, responsabile sanitario della Olivetti. Oggetto del documento: «Uso amianto in azienda». A seguire, i possibili usi: isolante termico, produzione di frizioni, componente esterna. Era il 1977. Dieci anni dopo, il censimento fatto nei capannoni di San Bernardo conferma: l’amianto è ovunque.   

Anche i vertici dell’Olivetti sapevano? Nell’aprile 2013 Ottorino Beltrami viene rinviato a giudizio per la morte di Franca Lombardo. La posizione di De Benedetti era invece già stata archiviata più di due anni prima: nel febbraio del 2011. «Cercavi giustizia, ma trovasti la legge» cantava Francesco De Gregori. Adesso però l’Ingegnere è nuovamente indagato. Mentre l’Ammiraglio gentiluomo riposa in pace. 

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