«Da Pasternak a Memorial, il Cremlino continua a reprimere il dissenso»
Dmitrij Andreevič Muratov, direttore di Novaja Gazeta (Getty Images).
«Da Pasternak a Memorial, il Cremlino continua a reprimere il dissenso»
Dal Mondo

«Da Pasternak a Memorial, il Cremlino continua a reprimere il dissenso»

Mentre Novaja Gazeta ha deciso di sospendere le pubblicazioni, lo storico Marco Clementi descrive il rapporto fra intellettuali e potere in Russia.

«Gli intellettuali continuino a svolgere un ruolo insostituibile nella storia della Russia contemporanea, esattamente come accadeva sotto l’Urss». Marco Clementi, storico dell’Europa orientale e delle relazioni internazionali, ripercorre la lunga parabola del dissenso al potere costituito. Ed evidenzia come «si stia manifestando una nuova stagione del dissenso, sulla scia del movimento che permeò ogni settore della vita dell’ex Unione sovietica». In particolare sottolinea come «ancora oggi in Russia sia vivo quel meccanismo che creava l’incompatibilità tra intellettuali e potere in Urss: ovvero l’idea stessa di “dissenso”, inteso come campo di riflessione e di azione di tutti “coloro che pensano in altro modo”».

Romano, classe 1965, Clementi è professore associato di Storia delle Relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria, dove insegna anche storia dell’Europa orientale. Grazie a una complessa attività di ricerca e a numerosi periodi di soggiorno e studio a San Pietroburgo e in altre città dell’ex impero sovietico, è entrato nelle pieghe della società sovietica e poi russa, cui ha dedicato importanti contributi editoriali: tra questi spicca la Storia del dissenso sovietico. 1953-1991 (Odradek Edizioni, 2007) che restituisce lo spaccato storico e socio-antropologico di uno dei fenomeni più importanti della storia contemporanea, tornato prepotentemente alla ribalta in queste ultime settimane.

Panorama.it lo ha incontrato per capire che storicamente «il dissenso sovietico prima di essere stato politico e sociale, fu anche un fenomeno letterario, nel senso che la letteratura e le arti nel loro complesso occupavano un posto non di secondo piano nella lotta al potere costituito».

Professore, è preliminare partire dal concetto di dissenso…

«Nel 1973 Tat’jana Chodorovich, una delle principali protagoniste di quella stagione, definì “dissidenti” “coloro che pensano in altro modo” ovvero “inakomysljascie”: si trattava di far acquistare dignità umana, prima ancora che sociale e politica, a quanti si battevano per il rispetto, da parte dell’autorità, dei diritti civili quali la libertà di opinione, di movimento, di espatrio, di espressione, sanciti dalla Costituzione sovietica e dai documenti internazionali firmati da Mosca, quali la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e l’Atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975».

Il «dissenso» riguardava il rapporto tra individuo e autorità?

«Certo, tra libertà del singolo e interesse generale, e non è un caso che le prime istanze provenissero dal mondo letterario, più sensibile a questo tipo di problema. Il dissenso come movimento iniziò, infatti, a prendere coscienza di sé proprio nel momento in cui le autorità inizieranno ad arrestare, in varie ondate storiche, alcuni tra i giovani intellettuali più impegnati come Vladimir Bukovskij, Aleksandr Solzhenicyn, Natal’ja Gorbanevskaja, Iosif Brodskij, Pavel Litvinov, Andrej Sinjavskij, Jurij Galanskov e altri».

Poeti, scrittori, intellettuali: un movimento non violento, pare di capire…

«La non-violenza fu la sua cifra identificativa, unitamente all’assenza di un programma politico condiviso alternativo a quello del Pcus, della scomparsa di gruppi segreti e della nascita di organizzazioni informali, che oltre alla legislazione nazionale si appellavano alle convenzioni e ai patti internazionali firmati dall’Urss. Le forme di lotta erano chiare e manifeste: si pubblicavano giornali, libri, articoli, quasi tutti rigorosamente firmati e che costituivano un unico e vasto campo di informazione alternativa a quella ufficiale, il cosiddetto samizdat, ossia l’autopubblicazione».

Il fenomeno del dissenso è periodizzabile in meno di un cinquantennio, tra il 1953 e il 1991.

«Tra due date simboliche, l’anno della morte di Stalin e quello della promulgazione della legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. In mezzo almeno sei periodi: 1953-1964, con i fermenti della gioventù moscovita e l’allontanamento di Chruscev; 1965-1967, con il nuovo establishment di Leonid Brezhnev che cerca di riportare indietro il Paese; 1968-1972 con la proclamazione del 1968 di Anno dei diritti umani da parte delle; 1973-1974 con l’apertura della sezione russa di Amnesty International; 1975-1982, con la Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, il conferimento del Premio Nobel a Sacharov e il suo successivo esilio a Gor’kij; 1983-1991, con il ritorno dell’iniziativa riformatrice del partito comunista e l’avvento della perestrojka di Michail Gorbachev».

La vicenda di Boris Pasternak e del suo Dottor Zivago è rimasta emblematica.

«Incrociando la storia contemporanea italiana, tra l’altro, grazie alla pubblicazione dell’opera da parte del giovane editore Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1955, grazie all’incontro con Sergio D’Angelo, già direttore della libreria “Rinascita” di Roma, in partenza per la Russia dove avrebbe curato le trasmissioni italiane per Radio Mosca, Feltrinelli si fece rassicurare la segnalazione di novità editoriali sovietiche. Ebbene, proprio D’Angelo, venuto a conoscenza del caso Zivago, incontrò Pasternak e lo convinse a dargli in lettura il manoscritto dell’opera, che nell’estate 1956 consegnò a Fetrinelli durante un incontro segreto a Berlino».

E fu così che al celebre romanzo si aprirono le porte del successo…

«Tornato a Milano, Feltrinelli prima contattò lo slavista Pietro Zveteremich che lesse il romanzo restandone entusiasta, e poi scrisse a Pasternak al quale confidò che l’opera restituiva “un vivido ritratto della realtà sovietica”. La risposta di Pasternak è entrata nella storia: “In nome di Dio, procedete liberamente alla traduzione e alla stampa del libro, buona fortuna! Le idee non nascono per venire nascoste o soffocate sul nascere, ma per essere comunicate agli altri».

A quel punto successe di tutto…

«I servizi segreti sovietici vennero a conoscenza del corposo scambio epistolare tra Feltrinelli e Pasternak che venne schedato come “ebreo non iscritto al partito e membro dell’Unione degli scrittori sovietici”, e insieme al Partito si diedero il compito di bloccare la pubblicazione dell’opera. Seguirono convulse settimane, anche perché Feltrinelli era iscritto, in Italia, al Partito comunista che inviò a Mosca il senatore Pietro Secchia e il funzionario di partito Raolo Robotti per assicurare i sovietici della risoluzione positiva del caso».

Il romanzo, fortunatamente, vide la luce.

«Nel 1957, e in pochissime settimane furono stampate più di trenta edizioni, facendone un clamoroso successo internazionale. Pasternak pagò, per la pubblicazione all’estero, con l’ostracismo e la rinuncia al Nobel per la Letteratura, di cui fu insignito nel 1958, due anni prima della morte».

Professore, passiamo alla Russia di Putin.

«La linea del dissenso non si è mai interrotta, proseguendo senza soluzione di continuità. Alle molte anime del Novecento, oggi si registra la presenza, dal versante politico, di un filone liberal-democratico che nel tempo aveva eletto il proprio padre putativo nel fisico Andrej Sacharov: il vecchio dissenso del Novecento aveva come fine il superamento della dittatura comunista sovietica e la costruzione di una società aperta».

In realtà le cose sono andate avanti diversamente…

«Perché questo dissenso di matrice liberale ha cercato di realizzare la democratizzazione: a Sacharov interessava la forma di Stato tanto quanto quella di governo. Poco prima di morire scrisse una costituzione per una nuova unione euro-asiatica democratica».

Invece il regime russo dell’ultimo ventennio si è caratterizzato per aggressività.

«Passando da manifestazioni aggressive esterne, come nel caso dell’Afghanistan, a forme interne, come nella doppia guerra in Cecenia, quella del 1994/1996 e quella del decennio 1999-2009, presentata all’opinione pubblica come operazione anti-terrorismo, e in realtà foriera di una forte repressione anche nell’informazione. Infatti, se la prima guerra cecena, al tempo di Boris Eltsin, fece registrare una relativamente libera rappresentazione mediatica, sulla seconda, proprio con l’avvento al potere di Vladimir Putin nel 1999, calò una fortissima censura».

A proposito: si materializza il fantasma di Anna Politkovskaja.

«Giornalista e narratrice di razza, proprio durante la seconda guerra cecena era impegnata sulle pagine di Novaja Gazeta a pubblicare numerose inchieste scomode e reportage scottanti dalle aree del conflitto (Cecenia, Daghestan e l'Inguscezia). Criticava apertamente il presidente Putin e le sue diramazioni politiche locali, che considerava fantocci di Mosca».

Era una cronista pura…

«Nel corso di molteplici reportage sui luoghi di guerra riprese in diretta i massacri, denunciò la politica russa, sostenne le famiglie delle vittime, visitò ospedali e campi profughi. Documentava quello che accadeva sotto i suoi occhi: non pubblicava articoli ideologici, ma la cronaca in diretta dai luoghi del conflitto».

L’avvento di Putin ha fatto emergere un secondo dissenso?

«Si è sempre pensato che finita l’Unione sovietica e aperti gli archivi storici – si parlò di rivoluzione archivistica – la ricerca della verità sul passato staliniano sarebbe stata uno dei pilastri su cui costruire la nuova Russia. Da quando Putin è al potere ci siamo imbattuti in un ritorno al passato, e a farne le spese sono stati proprio quei luoghi della documentazione storica, riaperti soltanto qualche anno prima, e frettolosamente richiusi.

Stessa sorte toccò ai numerosi fondi librari.

«Sono considerati pericolosi luoghi di catalogazione della memoria: ne sono stato testimone oculare durante un mio viaggio di studio di qualche anno addietro, quando mi venne opposta la secretazione di un fondo archivistico che soltanto qualche mese prima avevo potuto agevolmente consultare».

A proposito di nuovo dissenso: il caso di Memorial è emblematico.

«Fondata a Mosca il 28 gennaio del 1989 da Andreij Sacharov, con sedi in tutte le repubbliche ex sovietiche, Memorial (Мемориал in russo) ha rappresentato per oltre 30 anni la nuova stagione della difesa dei diritti umani, guadagnandosi anche il riconoscimento internazionale grazie al sostegno del Consiglio d’Europa. L’organizzazione ha promosso la società civile, la coscienza giuridica e critica dei cittadini, lo stato di diritto, insieme alla ferma opposizione al ritorno del totalitarismo, l’assistenza nei casi di violazioni dei diritti umani e la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. Furono questi i valori della sua mission».

Perché ne parla al passato, ci perdoni?

«Il destino di Memorial, nata “per perpetuare la memoria delle vittime delle repressioni”, era segnato da tempo: l’atteggiamento delle autorità era diventato sempre più soffocante e repressivo, tanto che appena lo scorso 28 dicembre la Corte Suprema della Federazione Russa gli ha intimato di sospendere ogni attività a causa di una presunta violazione della normativa sugli “agenti stranieri”».

Il linguaggio ci riporta al tempo dello spionaggio…

«Esattamente: l’espressione “agenti stranieri” nella vecchia Unione Sovietica era giuridicamente comparata a quella di “spia”. E così all’organizzazione è stata contestata l’accusa di “spionaggio”. Dal dispositivo si legge che Memorial è stata accusata di aver «denigrato la memoria dell’Unione Sovietica» e di aver riportato in auge i «criminali nazisti». Pensiamo che durante l’udienza del 28 dicembre un magistrato dell’accusa ha sostenuto che Memorial «crea una falsa immagine dell’Urss come stato terrorista e denigra la memoria della Seconda guerra mondiale». Intanto, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo è intervenuta per sospendere l’esecutività di quella decisione».

È stato presentato appello?

«Per la precisione una petizione rivolta alla Commissione d’Appello della Corte Suprema russa per sospendere lo scioglimento deciso il 28 dicembre. I legali di Memorial avevano motivato il proprio ricorso sostenendo che la Corte avrebbe dovuto sospendere lo scioglimento sino ad una pronuncia definitiva da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo circa la normativa sugli “agenti stranieri”».

Con quale risultato?

«Purtroppo il 22 marzo la Commissione d’Appello della Corte Suprema ha respinto questo ricorso, avendo stabilito che l’ordine di liquidazione fosse legale».

Insomma, Memorial messo letteralmente a tacere.

«Perché ormai impersonava la tesi che il governo sovietico prima e russo negli ultimi 30 anni, fosse manifestamente nemico del suo popolo. La tesi di fondo degli storici affiliati all’organizzazione contrastava con quella del recupero della memoria e della grandezza dell’Unione sovietica. Nell’organizzazione lavoravano giovani studiosi dell’ultimo periodo del dissenso, vissuto non grazie a racconti storici, ma in prima persona, anche con la reclusione nei campi di detenzione».

La presidenza di Putin ha accelerato il recupero della verità storica di parte…

«Il fenomeno è progressivo: partito nel 2014 con l’operazione-Crimea, è approdato all’ “operazione speciale” che sta caratterizza la sanguinosa guerra in Ucraina che ha fatto impennare questa forma di patriottismo in favore dei “grandi russi”. Ora stanno predominando il sentimento patriottico e il sogno di una Russia forte. Su quello che era stato uno dei due pilastri della costruzione ideologica della nuova Russia, la vittoria nella seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazismo, si sta innestando oggi una nuova manifestazione di espansione territoriale che parte dalla caccia ai nuovi nemici della Russia, chiamati anche questa volta nazisti».

Il fenomeno del dissenso è vivo tutt’oggi, allora.

«Certo. I membri di Memorial, in parte formatisi durante la perestrojka, in parte dopo, hanno continuato a studiare incessantemente il passato e a occuparsi dell’attualità, dalle violazioni dei diritti in Cecenia alla difesa di storici, giornalisti e semplici attivisti perseguitati dalle autorità solo a causa delle loro idee».

Intanto pare che da Mosca giungano notizie di autocensura.

«Da qualche ora Novaja Gazeta, il principale organo di stampa indipendente russo, su cui la Politkovskaja pubblicava i suoi reportage, ha annunciato di aver sospeso le pubblicazioni fino al termine delle operazioni in Ucraina. La decisione è stata presa dallo stesso direttore Dmitri Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, a causa delle forti pressioni del governo russo: la testata ha infatti ricevuto un secondo ammonimento dal Roskomnadzor, l’agenzia federale per le telecomunicazioni».

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