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(Ansa)
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​Attacco israeliano su Gaza: colpiti 150 obiettivi

Sembra imminente un'incursione anche dell'esercito da terra. E Washington intanto non ha una linea chiara

Non si arresta l'escalation tra Israele e Hamas. Stando a quanto riferito dal Times of Israel, circa 160 aerei hanno condotto un attacco massiccio questa notte contro una rete di tunnel scavati dalla stessa Hamas sotto Gaza City: secondo l'esercito dello Stato ebraico, si tratta del più poderoso attacco condotto dall'inizio delle ostilità, lunedì scorso. Stando alle forze di difesa israeliane, la campagna aerea è durata circa quaranta minuti e ha preso di mira centocinquanta target a Nord di Gaza. In queste ore, i jet israeliani stanno continuando a colpire i siti di lancio per i razzi di Hamas. Il portavoce delle forze di difesa, Hidai Zilberman, ha inoltre precisato, circa tre ore fa, che le truppe di terra non abbiano ancora effettuato un'incursione.

Resta comunque probabile che, nelle prossime ore, questa eventualità si concretizzi (come del resto già accaduto nel corso dei conflitti del 2014 e del 2009). Ricordiamo che, nel pomeriggio di ieri, siano stati richiamati circa novemila riservisti dell'esercito e che un elevato numero di truppe sia stato schierato al confine con la Striscia di Gaza. Poche ore fa, le forze di difesa israeliane hanno tra l'altro reso noto che Hamas abbia lanciato un totale di duemila razzi dal principio del conflitto. E' salito nel frattempo il numero delle vittime. Hamas sostiene che sono centodiciannove i palestinesi che hanno finora perso la vita. Il Times of Israel ha invece riportato che il totale dei morti israeliani è salito a nove nelle ultime ore. In questo complicato quadro, il Pentagono ha ritirato ieri centoventi soldati statunitensi da Israele per "prudenza".

La Casa Bianca si sta trovando nel frattempo in difficoltà. Sempre nella giornata di ieri, Joe Biden ha assunto una posizione maggiormente filo-israeliana, dichiarando che lo Stato ebraico non abbia ecceduto nella reazione militare e riconoscendo il suo diritto all'autodifesa. Una tesi, quest'ultima, ribadita poche ore fa anche dal segretario di Stato americano, Antony Blinken. Resta tuttavia il fatto che la posizione americana si riveli particolarmente irresoluta e che – come notato nella notte italiana da The Hill – il presidente statunitense si stia ritrovando, in politica interna, sotto pressione da parte di schieramenti opposti. Gli scontri tra Israele e Gaza sono infatti deflagrati nel panorama politico americano, portando a una profondissima spaccatura in seno al Partito democratico. Se gli esponenti centristi e istituzionali dell'asinello (a partire dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi) si sono schierati contro Hamas, alcuni importanti rappresentanti della sinistra (come Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar) stanno invece difendendo il fronte palestinese. In tutto questo, i repubblicani (con Donald Trump in testa) hanno accusato l'inquilino della Casa Bianca di eccessiva tiepidezza nel suo sostegno a Israele.

L'irresolutezza di Biden è comunque soltanto in parte dettata da queste forti tensioni interne. Un ulteriore fattore da considerare è infatti la problematicità della sua politica mediorientale: una politica che ha teso finora a sconfessare gran parte dei lasciti di Trump. L'attuale presidente ha infatti inaugurato una fase di distensione con l'Iran, che – come ribadito pochi giorni fa dall'ayatollah Ali Khamenei – è un notorio sostenitore di Hamas. Questa linea ha portato a un raffreddamento nei rapporti tra Washington e Riad, isolando conseguentemente Israele. E' quindi chiaro che questo tipo di nuovo contesto abbia contribuito a porre le premesse per gli scontri attualmente in corso. Senza poi dimenticare che gli accordi di Abramo siano ormai fortemente a rischio (basti guardare alla posizione critica nei confronti di Israele, recentemente espressa dalla Lega Araba). D'altronde, quegli accordi – che puntavano a una convergenza tra lo Stato ebraico e i Paesi sunniti – presupponeva una linea di massima pressione sull'Iran: una massima pressione con cui Trump puntava a costringere la Repubblica islamica a rinegoziare radicalmente la controversa intesa sul nucleare del 2015. Una strategia che Biden ha invece sconfessato. E i risultati li stiamo vedendo. Perché, al netto di limiti e difetti, una cosa è certa: Trump aveva lasciato un Medio Oriente più stabile di come lo aveva trovato. Un Medio Oriente che invece adesso sta tornando ad essere una polveriera.

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