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(Getty Images)
Dal Mondo

Al via il G20 di Bali dove tutti parlano di Putin, l'unico che manca

A far crescere l'attenzione anche la misteriosa vicenda di Lavrov, ricoverato in ospedale, o forse no

Si è aperto con un giallo il vertice di Bali: Sergei Lavrov, plenipotenziario e ministro degli Esteri della Federazione russa, sarebbe stato portato in ospedale appena arrivato sull’isola indonesiana, secondo quanto affermato dall’Associated Press citando funzionari indonesiani.

Notizia subito seccamente smentita dalla portavoce del ministro, Maria Zakharova, secondo cui «questa, ovviamente, è la top della fake news», come ha scritto su Telegram postando un video che mostra Lavrov al lavoro in déshabillé con le palme sullo sfondo, apparentemente stupito per quella strana comunicazione battuta dalle agenzie.

Ma tanto è bastato per delegittimare la missione del potente diplomatico e inficiare dunque la sua ambasciata in Indonesia ancor prima che cominciasse il vertice dei potenti della Terra. Se i segnali dell’accoglienza per la Russia sono questi, infatti, c’è poco da sperare per Mosca in una soluzione alla crisi che la vede protagonista.

Assente il leader Vladimir Putin al G20 (quando lo profetizzò Mario Draghi, il Cremlino si mostrò adirato contro il premier italiano, ma quella previsione si è poi puntualmente verificata), a Bali si sono intanto stretti la mano il presidente americano Joe Biden e il suo omologo cinese Xi Jinping, fresco di un terzo mandato storico al vertice della Cina.

I loro bilaterale a margine della conferenza generale è stato già descritto come «uno degli eventi geopolitici più importanti dell’anno». E sarebbe anche vero, se non fosse che Washington e Pechino continueranno indiscutibilmente a essere superpotenze antagoniste, e che entrambe hanno interesse soltanto a evitare conflitti diretti: in economia non meno che in un confronto militare (leggi Taiwan). Ma i summit servono proprio a questo, a venirsi incontro.

Xi crede ancora fideisticamente nel declino dell’Occidente, ma la sua appare più una speranza che non una certezza fondata su basi precise e dati incontrovertibili; mentre Biden da par suo non ritiene la Cina un avversario invincibile, e sa ad esempio che il primato tecnologico americano può ancora fare la differenza con Pechino, di cui comunque ha un gran bisogno.

Con queste certezze, i due hanno dunque fatto buon viso a cattivo gioco. E di certo la loro photo opportunity segnala un fatto rilevante a livello internazionale: e cioè che la Russia è definitivamente uscita dal novero delle superpotenze, declassata a una poco meritevole condizione di inferiorità, dovuta al macroscopico errore di valutazione di impegnarsi in una guerra che Mosca non poteva vincere, e che ha avuto il solo esito di isolarla.

E così Vladimir Putin, un tempo protagonista carismatico di questi eventi, adesso viene collettivamente rimosso dal G20 – che, si sa, è un po’ il borsino delle quotazioni dei Paesi più potenti al mondo – come nemmeno era toccato a Bin Salman dell’Arabia Saudita, a sua volta isolato in passato per il caso Khashoggi (la sparizione e presunto omicidio di un giornalista dissidente), ma comunque alla fine sempre presente nello scatto collettivo dei grandi leader.

Oltretutto, a fare ombra alla Russia e al malaticcio Lavrov ci si è messo pure Volodymyr Zelensky, uno che di comunicazione ci capisce molto, forse troppo: la sua visita lampo nella città di Kherson appena liberata dalle truppe occupanti di Mosca, ha oscurato lo stesso vertice del G20. E la cosa ha ovviamente fatto infuriare il Cremlino, che in una nota stizzita ha liquidato la questione con un surreale «non commentiamo. Si sa che Kherson fa parte del territorio russo».

Di più. Zelensky ha porto un ramoscello d’ulivo, commentando: «È l’inizio della fine della guerra. Siamo pronti per la pace», anche se poi ha aggiunto che intende «la pace per tutto il nostro Paese», sottintendendo cioè che un qualsivoglia negoziato non può non prevedere il ritorno dell’intera Ucraina sotto il controllo di Kiev.

Ma il vero colpo di grazia alle ambizioni russe lo ha dato lo stesso Xi Jinping, che ha bacchettato Putin, asserendo che «la Cina dice no a ogni minaccia di uso militare dell’arma nucleare in Eurasia. Le minacce nucleari sono irresponsabili». A questo si è aggiunto un particolare sfizioso rivelato dai cinesi stessi, secondo cui Pechino sarebbe stato ingannato da Putin sull’invasione lo scorso febbraio: «Noi avevamo 6.000 civili residenti in Ucraina, non avevamo preparato alcun piano di evacuazione e ci siamo trovati in una posizione terribile, qualcuno è morto in quei giorni» hanno riferito fonti autorevoli al Financial Times, con ciò intendendo che la notizia dell’invasione ha còlto di sorpresa anche loro.

Ora se l’autocensurante Cina - sempre così avara di comunicazioni e notoriamente restia a parlare di affari internazionali - è arrivata a tanto, significa che qualcosa si è rotto davvero nel rapporto con Mosca. O meglio, ciò dimostra che per i cinesi si può ben sacrificare quello che ormai viene implicitamente considerato un minus politico come la Russia, per incoraggiare invece un appeasement con un maior come gli Stati Uniti. I quali sono certo più agguerriti e meno inclini ad accordi diretti con Pechino, ma nella loro prevedibilità sono e restano un Paese ben più affidabile della Russia di Vladimir Putin. Almeno gli Stati Uniti di Biden (chissà che sarebbe accaduto invece con Donald Trump, ma questa è un’altra storia).

In definitiva, bastano queste notizie nel primo giorno d’incontri al vertice in quel di Bali per capire quale sia l’umore dei protagonisti e quale nuovo ordine mondiale la Cina intende disegnare per il futuro nei confronti di Washington: uno dove si eviti anzitutto una guerra guerreggiata tra superpotenze, e dove la sfida geo-economica si giochi secondo regole precise e necessariamente tra pari.

Da qui discenderanno tutte le successive decisioni dei due leader e delle rispettive delegazioni, tra linee rosse da non varcare e terreni comuni all’interno dei quali potersi muovere per ristabilire priorità e regole. Che erano e restano anzitutto il mantenimento delle relazioni e il gettare nuove basi per un impegno economico bilaterale.

Considerato che le sfide che attendono le due superpotenze sono molte e che i due Paesi hanno più cose in comune di quanto si creda (come la lotta all’inquinamento e al surriscaldamento del pianeta), c’è da aspettarsi che il bilancio finale sarà positivo per le relazioni internazionali.

Entrambe le amministrazioni americana e cinese ritengono conveniente che la loro interdipendenza e le interessenze portino il mondo verso un ritrovato benessere, e concordano che non vi sia più spazio per forme arcaiche di dominio geopolitico come le guerre ideologiche e di conquista.

Insomma, i conflitti fanno male agli affari: non lo ha detto Confucio, né ci sarebbe bisogno neanche di sottolinearlo. È talmente evidente l’oggettività e la saggezza di questa asserzione a ogni latitudine, che il G20 non potrà che sottolinearlo. Se gli americani sembrano aver capito questo concetto solo di recente, dopo anni di conflitti dannosi per sé e per il resto del mondo, i cinesi invece questo lo hanno sempre saputo. E, almeno apparentemente, restano fedeli alle loro convinzioni e intendono mantenere il ruolo di partner di comodo dell’Occidente.

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Luciano Tirinnanzi