Il Parlamento europeo a Bruxelles al tempo di Covid-19 (Thierry Monasse - Getty Images)
Dal Mondo

Coronavirus: le statistiche che distorcono la realtà

IL COMMENTO

«Ci sono tre tipi di bugie: quelle con le gambe corte, quelle con le gambe lunghe e le statistiche». In questi giorni ho ripensato al detto attribuito a Lord Benjamin Disraeli, primo ministro britannico nella seconda metà dell'Ottocento.

Domenica 15 marzo una persona che mi è cara e che vive a Bruxelles ha iniziato ad avere febbre e un po' di affanno respiratorio. Al telefono, il medico le ha detto di prendere la Tachipirina e di farsi viva dopo qualche giorno.

Poiché nonostante il paracetamolo la febbre restava sui 37.5, dopo tre giorni lo ha richiamato. A quel punto il medico le ha detto, sempre al telefono, che a suo avviso aveva contratto il coronavirus. E le ha ordinato l'isolamento domiciliare: «Se invece si alza la febbre o si aggrava l'affanno, le organizzo il trasferimento in ospedale». Niente visita medica, niente tampone, niente ricovero. Motivo: evitare l'intasamento delle strutture sanitarie.

Ora, non trovandosi in condizioni gravissime, la persona in questione è felice di starsene a casa sua. Ciò detto, non intendo entrare nel merito delle scelte del medico belga, che peraltro ha seguito le indicazioni delle autorità sanitarie del suo Paese: «Solo le persone che soffrono di gravi problemi respiratori che devono essere ospedalizzate saranno sottoposte al test Covid-19». Anche se mi chiedo come questo approccio possa essere accettabile dal punto di vista scientifico.

L'obiezione che mi sorge spontanea è un'altra. E riguarda le statistiche. Secondo i dati ufficiali di Sciensano, l'istituto per la salute pubblica del Plat pays, il 19 marzo in Belgio c'erano 1795 casi di coronavirus, di cui 221 a Bruxelles. Ma la persona che a parere del suo medico risulta positiva al Covid-19 in quella statistica non compare. E, come lei, chissà quanti altri contagiati...

Per carità, anche in Italia abbiamo tanti casi che non risultano nelle statistiche. «Ormai in Lombardia teniamo i malati a casa, senza fare tamponi, se non sono in condizioni gravissime» mi ha spiegato un medico militare di Milano, il tenente colonnello Lorena Triches. Tanto che, come ha denunciato il biologo Enrico Bucci, docente alla Temple University di Philadelphia, nella regione più colpita dal contagio «i numeri ormai sono insensati: i contagiati sono di più».

Ma c'è una differenza sostanziale fra Lombardia e Belgio: il sistema sanitario di Milano e dintorni è ormai quasi al collasso e per questo non riesce più a tenere il conto dei contagiati. Ma, come sappiamo bene, ci ha provato con tutte le sue forze. Quello dei belgi, per loro fortuna, è perfettamente funzionante. La decisione di tenere i malati non gravi a casa senza fare tamponi, dunque, è frutto di una strategia politica.

Peraltro è la stessa strategia seguita dalla Francia. In un articolo intitolato «Coronavirus: la France pratique-t-elle assez de tests?» (Coronavirus: la Francia esegue abbastanza tamponi?), Le Monde ammette che nel Paese transalpino «solo i casi severi della malattia sono testati», cosa che può comportare una sottostima» del fenomeno. E ammette: «Più si controlla la popolazione, più si recensiscono casi, che altrimenti sarebbero passati inosservati». Per dimostrare il concetto, il quotidiano parigino pubblica un interessante grafico realizzato dall'Agenzia nazionale della salute francese in base ai dati della pubblicazione scientifica online dell'Università di Oxford Our World in Data.


Il grafico di Le monde.


Annotazione curiosa: nonostante l'italia, come risulta dal suo stesso grafico, sia il Paese che ha fatto più tamponi dopo la Corea del Sud, il quotidiano parigino non la cita. Cita la Germania, che fa meno tamponi dell'Italia. Ma noi niente, come se non esistessimo, come se non fossimo sulla porta di casa loro.

A proposito di Germania: perché il numero dei loro morti è così basso? Sul tema sto indagando. Però tutti i miei contatti in Germania mi hanno riferito che nelle loro statistiche entrano i morti «di coronavirus» e non «con coronavirus», vale a dire quelli senza altre patologie. Ora, se l'Italia usasse questo criterio, dovrebbe considerare solo 0,8 per cento dei decessi totali perché, come ha dichiarato il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, «solo lo 0,8 per cento dei morti non ha già patologie». Ma lo 0,8 per cento di 4825 (il numero dei decessi al 22 marzo 2020) equivale a 38,6.

Ma spostiamoci in un Paese vicino a Belgio, Germania e Francia, il Lussemburgo. Secondo quanto mi è stato riferito da una fonte assolutamente attendibile, nei primissimi giorni di marzo la moglie di un funzionario italiano di un'istituzione europea è rientrata in Lussemburgo da una vacanza sciistica in Lombardia, che era già zona rossa. Le è venuta tosse e febbre, ma il suo medico e l'ospedale si sono rifiutati sia di farle il tampone sia di ricoverarla.

Peggio è andata a una collega del marito. Come risulta da un post da lei scritto di cui sono in possesso, questa funzionaria di un'istituzione europea a inizio marzo è rientrata in Lussemburgo da un viaggio di lavoro in Africa con una «severa infezione ai polmoni». Si è recata dal suo medico, che le ha diagnosticato una polmonite. La signora gli ha chiesto che le facesse un tampone, ma il medico si è rifiutato, dicendo che non poteva farlo senza l'autorizzazione del governo.

Quando poi ha saputo che nel Paese africano da cui era rientrata erano scoppiati casi di coronavirus, ha pregato il medico di chiedere l'autorizzazione governativa. Niente. A quel punto è andata al pronto soccorso di un ospedale, dove le hanno fatto tutti i test tranne il tampone per il Covid-19. Motivo: secondo quanto le ha detto il medico dell'ospedale, era «complicato» farlo. Perché, se avessero trovato un caso positivo, avrebbero dovuto metterlo in isolamento. E, purtroppo, avevano solo una stanza per l'isolamento.

Anche in questo caso non entro nel merito delle scelte sanitarie. Però l'esempio del Lussemburgo, Paese peraltro con risorse stratosferiche rispetto all'Italia, rafforza il mio interrogativo. Se così stanno le cose, che grado di attendibilità hanno le statistiche ufficiali? Molto basso se non nullo, evidentemente. Ecco perché lo stessa pubblicazione Our World in Data nel suo grafico sui numero dei contagi nel mondo inserisce una nota significativa: «In alcuni casi, il numero totale dei test può corrispondere al numero degli individui che sono stati testati, più che al numero dei campioni».

Non a caso, il direttore dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato un accorato appello, invitando a moltiplicare i tamponi. «Abbiamo un semplice messaggio per tutti i Paesi: testate, testate, testate» ha implorato Tedros Adhanom Ghebreyesus. «Non si può combattere un incendio bendati. Non possiamo fermare questa pandemia se non sappiamo chi è infetto».

Di questo dato di fatto occorre prendere consapevolezza. Anche perché, se le statistiche sono di fatto inaffidabili, forniscono una fotografia distorta della situazione sul campo. Fotografia che, tra l'altro, ha pesanti ripercussioni sull'immagine del nostro Paese all'estero e sulle nostre relazioni bilaterali.

Un esempio per tutti, che viene dalla Russia. La giornalista Cristina Giuliano, grande russofila, mi ha segnalato che il 15 marzo il commentatore sportivo russo Georgy Cherdantsev, una star di Ntv seguita da milioni di persone, ha twittato che sono stati «gli italiani a contagiare tutti» e che era da imputare a loro il possibile ritardo del campionato di calcio europeo 2020.


Il tweet di Cherdantsev.


Ma c'è di peggio. «Gli italiani sono semplicemente pazzi, non hanno un normale sistema di controllo epidemiologico» ha dichiarato il 25 febbraio sulla Novaja Gazeta Vladimir Beloborodov, il capo del dipartimento di malattie infettive dell'ospedale Botkin di Mosca. Che ha pronosticato: «In Italia non frega niente a nessuno del virus e comunque non ci sarà un'epidemia».

Se, come pare, questi effetti collaterali sono anche frutto di statistiche inattendibili prodotte da una panoplia di strategie dei Paesi membri dell'Ue, non va per niente bene. E occorre fare qualcosa. Per esempio testare per lo meno i casi che i medici ritengono conclamati. Perché, per lo meno all'interno dell'Unione europea, è inaccettabile che non ci sia uniformità nella raccolta dei dati sanitari. A maggior ragione in presenza di una pandemia. Altrimenti, a 150 anni di distanza, la provocazione di lord Disraeli sarebbe più valida che mai.

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