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Dal Mondo

Il Congo sprofonda sempre più nel caos e i Cinesi (forse) se ne vanno

Non dappertutto l'espansione cinese nel continente sta avendo successo. Come accade in Congo dove alcuni miliziani difendono (con la forza) le proprie risorse minerarie

‹‹Chiediamo a tutti i cittadini cinesi e alle imprese cinesi che operano in Congo di prestare molta attenzione alle condizioni locali, di aumentare la consapevolezza della sicurezza e la preparazione alle emergenze ed evitare viaggi esterni non necessari››, questo in sintesi il testo dell’avviso diffuso dall'ambasciata cinese a Kinshasa diretto ai suoi cittadini invitati a lasciare in tempi brevissimi tre province del Congo orientale mentre la violenza si intensifica nella regione che è ricca di minerali.

La decisione è arrivata dopo che l'ambasciata cinese come riportato dall’Associated Press, ha diffuso attraverso il canale di messaggistica WeChat che ‹‹un certo numero di cittadini cinesi (almeno 5, n.d.r.) è stato aggredito e rapito nell'ultimo mese nelle province del Sud Kivu, del Nord Kivu e dell'Ituri, dove sono presenti diversi gruppi ribelli anti-governativi››.

La rappresentanza diplomatica cinese ha invitato i residenti in queste tre province a fornire i propri dati personali entro e non oltre il 10 dicembre e a pianificare la partenza per la Cina o in luoghi ritenuti più sicuri della Repubblica Democratica del Congo ‹‹quelli dei distretti di Bunia, Djugu, Beni, Rutshuru, Fizi, Uvira e Mwenga dovrebbero partire immediatamente e che chi non lo fa dovrà sopportarne le conseguenze››. A proposito dei cinque lavoratori cinesi rapiti lo scorso 22 novembre nel Sud Kivu, area mineraria che confina con il Ruanda, il Burundi e la Tanzania, l’ambasciata cinese non ha fornito ulteriori dettagli (ad esempio i nomi dei rapiti e se ci sono dei sospettati) se non che ‹‹la situazione della sicurezza nell'area è estremamente complessa e cupa›› e che ‹‹esistono poche possibilità di inviare aiuti in caso di attacco o rapimento››.

Chi è stato e chi minaccia le imprese cinesi accorse in Congo e in altri Stati africani sempre più instabili alla ricerca di minerali (uno su tutti il cobalto) e le terre rare? La lista è lunghissima.

Il Codeco, gruppo formato da vari gruppi di miliziani Lendu (un gruppo etno-linguistico di agricoltori), le Forze Democratiche Alleate (ADF) associate dal 2019 alla Provincia dell'Africa Centrale dello Stato Islamico (ISPAC), le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), la milizia armata dei Mai-Mai che secondo lo Stato islamico sarebbe responsabile dell’omicidio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo trucidati lo scorso 22 febbraio sulla strada che porta al villaggio di Kibumba, vicino alla città di Goma che è il capoluogo della provincia del Kivu Nord, e Il Movimento 23 marzo (M23) anche noto come Esercito rivoluzionario congolese (Armée révolutionnaire du Congo), gruppi armati che si contendono regolarmente il controllo delle risorse naturali del Congo orientale senza contare le centinaia di bande dove confluiscono anche militari e poliziotti corrotti. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha affermato che ‹‹Il Partito comunista e il Governo cinese attribuiscono grande importanza alla sicurezza delle imprese cinesi e dei cittadini cinesi all'estero e sono estremamente preoccupati per i recenti gravi crimini di rapimenti e uccisioni di suoi cittadini nella Repubblica Democratica del Congo››; un tema che è stato affrontato lo scorso 29 ottobre a Dakar (Senegal) tra il ministro degli Esteri cinese e il suo omologo congolese Christophe Lutundula, così come riportato dall'agenzia di stampa cinese Xinhua.Wang ha chiesto al Congo ‹‹di garantire il rilascio di coloro che sono stati rapiti e a creare un ambiente sicuro e stabile per la cooperazione bilaterale››, sollecitazioni alle quali il ministro degli Esteri congolese ha risposto assicurando che ‹‹il Congo adotterà misure rigorose per indagare sui crimini, liberare gli ostaggi, punire severamente i colpevoli e salvaguardare la sicurezza nazionale e ripristinare la stabilità nell'est del Paese››.

Più o meno le stesse cose (mai messe in pratica) dette e ridette alle autorità italiane in merito alle morti dei nostri due connazionali. Sempre a proposito del Congo da qualche giorno l’esercito dell’Uganda, Paese a sua volta scosso da continui attentati kamikaze orditi dall’ADF, ha iniziato ad attaccare con aerei e l’artiglieria pesante i campi dell’ADF che si trovano nel Congo orientale. Il docente universitario e saggista Antonio Selvatici commenta così le inquietudini di Pechino per quanto accade in Congo: ‹‹Nella stessa regione dove sono morti i nostri connazionali nel febbraio scorso, alla fine di novembre si sono verificati una serie di attacchi armati avvenuti nelle località di Drodro e Largu (provincia orientale dell’Ituri) da parte di sospetti miliziani della Cooperativa per lo sviluppo del Congo (Codeco), che hanno fatto più di cento morti. Da tempo la Repubblica Democratica del Congo è diventata un Paese instabile dove gruppi armati compiono rapimenti ed uccisioni a scopo estorsivo senza contare le attività attorno le miniere illegali››.

Quanto costa ai cinesi questa situazione?

‹‹Ai cinesi (e non solo a loro) l’instabilità nuoce particolarmente: secondo i dati del Ministero del Commercio cinese gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa hanno raggiunto i 2,96 miliardi di dollari nel 2020. Un trend in aumento nonostante la pandemia con investimenti diretti cinesi aggregati che superano i 47 miliardi di dollari. Bayond Mining è una società di recente registrazione che si trova nella provincia del Sud Kivu nella RDC orientale, miniera colpita da un gruppo criminale che la scorsa settimana ha ucciso un poliziotto, ferito un altro e rapito cinque lavoratori cinesi tutt’oggi in mano ai rapitori››.

E non sono certo casi isolati o che accadono solo in Congo come sottolinea Antonio Selvatici: ‹‹L’attacco alla miniera è avvenuto pochi giorni dopo che tre cittadini cinesi sono stati rapiti da banditi armati in una società cinese privata nello Stato di Kogi, in Nigeria. La cosa certa è che la Cina è il più importante partner economico del Congo e che il Paese africano è in fermento. Dal Paese africano provengono i due terzi delle fonti mondiali di cobalto, materiale fondamentale nella produzione di batterie per veicoli elettrici. Questi numeri fanno capire come la Cina non abbandonerà il Congo, semmai costruirà una sua rete di protezione, contemporaneamente, farà pressione sul Governo locale per cercare di fermare con l’esercito gli attacchi. L’ambita e pacifista rivoluzione green del mondo passa anche attraverso lo sfruttamento, la disumanità delle condizioni di lavoro delle miniere di cobalto del Congo e una lotta armata difficilmente controllabile›› Per dare un’idea di quanto accade in quell’area il sito web Kivu Security Tracker ha registrato da settembre ad oggi 604 incidents che hanno provocato 1.507 vittime e alzi la mano chi crede di poter andare ad indagare in condizioni di sicurezza, sulla morte di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo.

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