D'Alema evita una scissione. Bossi la apre?
D'Alema evita una scissione. Bossi la apre?
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D'Alema evita una scissione. Bossi la apre?

Per il Pd e la Lega è stata una giornata politica ad alta tensione. Questi i retroscena

Una "bomba", con i baffi, si abbatte nel pomeriggio sul quartier generale di Largo del Nazareno e più precisamente sulla testa del segreterio del Pd, Pier Luigi Bersani. Arriva da Firenze, a pace fatta tra Massimo D'Alema e Matteo Renzi.

"Spezzaferro", così come D'Alema una volta definì spavaldamente se stesso, si rimette al centro del Pd, come garante della mancata scissione renziana e detta in sostanza a Bersani il ruolino di marcia al quale si deve attenere su Quirinale e governo.

Si muove Max come una sorta di capo ombra del partito. Fa in sostanza presente che se la scissione non ci sarà è perché lui l'ha evitata, dice che per il Quirinale serve un'alta figura di garanzia che però spiani la strada anche al governo, perché lui governi di minoranza non li vuole (e cioè quel governo con i Cinquestelle sul quale Bersani si era intestardito) e quindi di fatto rilancia le larghe intese. Poi, dice che è stato un errore escludere Matteo dai grandi elettori per il Colle, anche se lui, per carità, si dice sicuro della versione Bersani e cioè che non c'è stata alcuna telefonata da Roma per far fuori il sindaco di Firenze.

Parlamentari pd la vedono così: "Massimo è rientrato in scena alla grande e ora, vedrete, va al Colle". Su questo però lui, da politico navigato, afferma: "Non sono candidato a nulla, il nome lo farà Bersani".

Sì, proprio colui al quale in buona sostanza ha però detto come deve procedere per Quirinale e governo. Ma di fatto D'Alema non smentisce nettamente che lui sia in corsa. Dopo giorni e giorni in cui ha assistito irritato, allibito, impaziente per l'immobilismo al quale Bersani aveva condannato l'Italia nei conversari privati (Avrebbe detto, come riferito da Panorama.it, riferendosi al "tortello magico" che circonda il segretario: "Questi emiliani sono molto bravi ad allestire stand alle feste dell'Unità con piadine e salsicce) dopo essere stato tirato in ballo su "Il Corriere della sera" nell'inchiesta Penati, D'Alema evidentemente ha pensato che tanto valeva uscire allo scoperto. E prendersi la rivincita sulla sua rottamazione nella candidatura in parlamento, di fatto attuata da Bersani e non da Renzi.

Il sindaco di Firenze lo esibiva come simbolo dei rottamandi, ma chi gli dette il colpo di grazia fu il segretario del Pd quando disse: io la candidatura non gliela chiedo. D'Alema reagì rispondendo. "A norma di statuto me la deve chiedere la direzione e non il segretario". Come dire a Bersani: studiati almeno lo statuto. Poi, propose alla direzione del Pd le larghe intese, pur senza Berlusconi. Anche perché, come dicono ironicamente i maligni, se non avesse fatto questo distinguo gli avrebbero "sparato", metaforicamente si intende. E comunque il giorno dopo fu sottoposto a un fuoco di fila di attacchi. Fuoco amico, ovviamente.

Ora però la situazione sembra essersi capovolta e il leader dell'ala popolare del Pd Beppe Fioroni, pure lui in polemica con Bersani, ammette che il Pd "non rischia la scissione, ma l'implosione". D'Alema e Renzi sono stati subito dopo il loro incontro bollati da dentro il partito, da esponenti dell'ala bersaniana, come "i berlusconiani del Pd". Perché se D'Alema andasse al Colle e Renzi a Palazzo Chigi (scenario che ora suona un po' da fantapolitica, ma non troppo) suonerebbe davvero un'altra musica. Anche se l'avvento di Renzi qualche problema comunque al Pdl lo porrebbe.

Ma certamente, sia con Franco Marini sia con Massimo D'Alema al Quirinale, sarebbe disinniscata la mina della tenaglia Bersani e Cinquestelle al governo e Romano Prodi al Colle, che stringerebbe il centrodestra e tutti i moderati e dialoganti del centrosinistra.

Se una scissione è stata al momento evitata, con quello che però suona come un "un commissariamento" da parte di D'Alema di Bersani, rischia di esserci un'altra scissione in arrivo. E in tutt'altra zona della geografia politica. Nella Lega Nord.

Alla richiesta di espulsioni di Marco Reguzzoni, Monica Rizzi, Marco Desiderati e Alberto Torazzi, tutti di rito bossiano e leghisti come Reguzzoni della prima ora, il fondatore del Carroccio, Umberto Bossi ha minacciato: "Se è così, mi sa che me ne vado anch'io...". Sarebbe dirompente, almeno sul piano simbolico, per Roberto Maroni, pur reduce da una vittoria storica in Lonbardia. Ma la Lega evidentemente ha preso in ritardo i vizi del Pd, quello di dividersi, litigare, di espellere addirittura o di scindersi anche quando si vince.

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