Gli "assassini" della sentenza Cucchi
Gli "assassini" della sentenza Cucchi
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Gli "assassini" della sentenza Cucchi

La folla "voleva" i poliziotti condannati a tutti i costi, ma quello che conta sono le carte del processo, non i sentimenti dei protagonisti

In prima pagina sul Fatto Quotidiano c’è oggi una foto terribile di Stefano Cucchi, orribilmente dimagrito e con il volto sfigurato dagli ematomi, e un attacco ai giudici perché Stefano “l’hanno ridotto così, ma per i giudici sono stati solo i medici”.

Caso di gogna giudiziaria al contrario, da parte di quelli del “Fatto” che ancora una volta sposano la tesi dell’accusa contro quella dei giudici giudicanti. Anche in questo caso lo fanno sulla base di un pregiudizio di colpevolezza, sposando l’idea, passata nell’immaginario pubblico per via dei servizi dei media e dell’ostinazione (pur legittima e da rispettare) della famiglia, che quel trentunenne sbandato con vicende di tossicodipendenza e una vita turbolenta alle spalle, sia stato ucciso perché malmenato dopo l’arresto per droga.

La terza sezione di corte d’assise di Roma è arrivata alla conclusione che furono i medici a lasciarlo morire, e perciò li ha condannati per omicidio colposo. Assolti gli agenti di polizia penitenziaria accusati del pestaggio, tra le urla di parte dell’aula che additava come “assassini” loro e magari altri, sempre in divisa, che neppure erano sul banco degli imputati. Assolti pure i tre infermieri in servizio nella sezione dell’ospedale Pertini riservata ai detenuti.

Risulta dalle indagini, in effetti, che Cucchi era stato picchiato, ma che il pestaggio poteva esser curato con l’immobilità e il riposo e non avrebbe mai da solo portato alla morte. Il giovane si era però rifiutato di mangiare e bere (oltre che di farsi visitare), chiedendo l’assistenza di un avvocato o di poter parlare con la comunità terapeutica di fiducia. Quanto ai familiari, non sono riusciti più a vederlo dopo la perquisizione in casa successiva all’arresto, per una concatenazione di fatti che disegnano il quadro di una burocrazia inguaribilmente rigida e complessa, tra permessi, pluralità di uffici, orari di chiusura, mancata informazione…).

Ma perché alla fine devono per forza esser colpevoli i “poliziotti”?

Le verità scontate non mi piacciono. Le sentenze buone o cattive a seconda del pregiudizio che abbiamo, o che ci viene instillato, contro una categoria o una persona sono il segno di un conformismo che spaventa. Mi sgomenta la vicenda di Cucchi, vittima di una spirale di violenza anche burocratico-giudiziario-sanitaria dalla quale è uscito cadavere in pochi giorni. Cucchi poteva non morire, anche se le sue condizioni di tossicodipendenza (da quel che leggo) lo avevano portato in pronto soccorso già 17 volte. Anche le fratture riscontrate non erano mortali. Che sia stato pestato è evidente, ma non sappiamo da chi. In ogni caso le botte non erano tali da ucciderlo. E il fatto che gli agenti della penitenziaria non siano stati condannati non autorizza nessuno a dire che sia stata fatta ingiustizia. Quegli agenti, oggi riconosciuti innocenti, hanno vissuto tre anni di angoscia.

La prima vittima di questa vicenda è Cucchi, ed è scandaloso che non sia stata fatta luce sull’intera vicenda. Ma non è l’unica.

Dovremmo tutti leggere le carte prima di tranciare giudizi. Troppo facile dipingersi un film con i buoni e i cattivi. Troppo facile gridare “assassino” a qualcuno che magari diventa un capro espiatorio e se poi non viene immolato resta agli occhi di tanti un colpevole graziato dall’omertà dello Stato.

È lo stesso criterio per il quale in piazza hanno sempre ragione quelli che lanciano i sampietrini e torto chi risponde con lacrimogeni e manganelli. Nella vita reale non funziona così. La verità è complessa, difficile, forse grigia. Le soluzioni scontate e le condanne sommarie appartengono a una cultura che non è la mia.

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