Nessuna pietà per la madre, assassina, della piccola Diana
(Ansa)
Nessuna pietà per la madre, assassina, della piccola Diana
Cronaca

Nessuna pietà per la madre, assassina, della piccola Diana

La Rubrica - Lessico Familiare

Nel medioevo esisteva una brutale forma di supplizio dei condannati a morte, detta gibbeting (“ingabbiamento”), consistente nel rinchiudere il reo in una gabbia e lasciarlo morire di stenti.

Una morte terribile, lenta, dilaniante, peggiore di qualunque altra concepibile da essere umano.

Chi pensava che, nel XXI secolo, dovessimo assistere ad un’esecuzione di questo tipo, per giunta su un bambino?

La mente ripudia i dettagli strazianti della fine della piccola Diana, 18 mesi, la cui prigione è stata un lettino con le sbarre nel quale la ‘madre’ (ma non la chiamerò più così, nel rispetto di un termine che con questa donna non ha alcunché da spartire) l’ha lasciata sei interminabili giorni, dopo essersi allontanata per raggiungere il fidanzato nella bergamasca.

L’aveva dotata di un biberon con del latte, null’altro.

Con le temperature africane dell’afa di questi giorni, considerando l’età di questa bambina, quanto può essere durato il supplizio?

E’ morta così Diana, uccisa dalla fame, dalla sete, tra i suoi stessi escrementi, probabilmente non riuscendo nemmeno a capire che il suo carnefice fosse colei che l’ha immeritatamente messa al mondo.

La donna, interrogata dalla Polizia, è rimasta impassibile, non una lacrima, un segno di contrizione, per lo più muta salvo quando avrebbe proferito la più disarmante delle ammissioni: “sapevo potesse andare così”.

Primo Levi, dopo l’orrore dell’olocausto, ha scritto la sua opera memorialistica più iconica “Se questo è un uomo”, dove si domandava - retoricamente - se colui che lavorava nel fango, lottava per un pezzo di pane, moriva per un sì e per un no avesse la dignità di essere umano.

Oggi questo interrogativo lo rivolgo all’entità umanoide, solo nelle fattezze, che ha sottoposto a un supplizio tanto crudele la piccola figlia. Sarebbe stato più misericordioso, paradossalmente, destinarla a una morte violenta e immediata, per risparmiarle l’agonia patita, prolungata, disumana. Pur nello stigma supremo che coinvolge ogni genitore che uccide il proprio figlio, in un angolo recondito della mente almeno avremmo percepito un refolo di cristiana pietà. Ma così no.

E poi perché?

La psicanalisi usa paradigmi dai nomi epici come ‘complesso di Medea’, inapplicabile al caso in questione perché qui non c’entra in alcun modo la volontà di punire il padre (che nemmeno sapeva di essere tale, secondo quanto dichiarato dall’assassina agli inquirenti).

Una motivazione non c’è: non c’è vendetta, rabbia, istinto di sopravvivenza, depressione, idealismo millenarista di chi si suicida e porta con sé i figli.

Non c’è nulla di tutto ciò, solo cinismo mascherato da accettazione delle conseguenze, l’apatia di chi accoglie la banalità del male e non se ne cura.

La sentenza di condanna di Diana è stata emessa quando è stata concepita da questa donna, nel mistero imperscrutabile del destino che l’ha collocata proprio in quel grembo.

La fede vacilla, soppiantata solo dalla teoria del caos, forse più accettabile perché ipotizzare che vi sia un più alto disegno divino sarebbe inaccettabile anche per il più fervente tra i credenti.

Un aforisma di Giovanni Soriano recita: “nel tanto decantato amore col quale si mettono al mondo dei figli, io ci vedo parecchio egoismo, un po' d'incoscienza ed un pizzico di crudeltà”.

Info: Missagliadevellis.com

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